Di Liberto recensisce Il codicista

Il codicista

di Ignazia Di Liberto

Ci sono luoghi e ambienti che hanno il potere di dannare gli uomini, di selezionare e fissare personalità e sembiante secondo il marchio indelebile, caotico del male. Per questo nell’arte e nella vita si moltiplicano gli avvertimenti e le ingiunzioni: non aprite quella porta, vietato accedere, lasciate ogni speranza voi che entrate. Esiste una soglia, d’estensione variabile, su cui l’uomo gioca o fa sul serio col destino bifronte di perdizione e salvezza. Da cui scivola nell’abisso o risale a fatica una china impervia. Una soglia esterna che specchia il dilemma, l’ambiguità tragica, la lotta atroce che divampa nella mente umana: aderire al bene col suo rigore asciutto e implacabile o abbandonarsi al male, alle sirene allettanti della hybris sfrenata.

Il gigantismo di molte opere di Michelangelo, dei dannati e dei salvati della Cappella Sistina, parrebbe suggerire che lo spartiacque senza appello e contiguità sia affanno solo dei grandi, dei potenti, dei superuomini che punteggiano la vita e la storia. Anche il Grande Inquisitore di Dostoevskij ritiene la battaglia suprema carico insopportabile per l’uomo qualunque e rimprovera Gesù di aver posto sulle sue spalle un giogo che non può trascinare. La missione veramente salvifica è sollevarlo dalla scelta, liberarlo dalla responsabilità della vita etica, addossandole sulle spalle degli uomini dotati, votati per natura alle decisioni e al potere.

Eppure la vita e la storia si incaricano di sbeffeggiare l’insolito messianismo: sia che si professi indifferenza, sia che ci fagociti il richiamo sciamanico del potente di turno, nella caduta  spettacolare del Grande Angelo del Male l’uomo comune, l’uomo senza qualità, è il detrito caliginoso che l’accompagna.

È una verità semplice: il male bracca l’uomo qualunque.

È quanto afferma, con lucida consapevolezza di protagonista, Albert Speer in un brano di “Memorie del Terzo Reich” con cui si apre intelligentemente il romanzo d’esordio di Aldo Di Virgilio. Che ricorda come l’élite di cui si circondava Hitler, accompagnandolo nella sua demoniaca avventura, era composta in maggioranza da uomini che non avevano terminato gli studi universitari, non si distinguevano per particolari talenti, non mostravano interesse alcuno per le cose dello spirito. Hitler li aveva scelti, “braccati” con cura, preferendo collaboratori della sua stessa estrazione sociale, macchiati da “un difetto di fabbrica” con cui trattenerli più agevolmente al guinzaglio. Uomini senza qualità, che non mettono a fuoco le sfide in cui sono immersi, che, adatti a marciare nelle retrovie, si ritrovano nell’assalto all’arma bianca dell’avanguardia, avvinti alla corsa del giaguaro pur essendo bradipi. Gli astemi della Storia annebbiati da un vino troppo forte e costoso. Quello che stupiva Hannah Arendt in un uomo come Adolf Eichmann. Uomo dalla sconvolgente pochezza e mancanza di idee, incapace di comprendere che il salvagente dell’obbedienza al dovere non l’avrebbe sollevato dalla responsabilità mostruosa dell’Olocausto.

Willy Deville, il protagonista incauto del romanzo di Aldo Di Virgilio, che si sente puntuale con la Storia quando entra a lavorare nel Palazzaccio, una filiale del Ministero del Benessere per l’armonia della Penisola, non diventerà l’organizzatore efficiente del massacro degli Ebrei, ma è l’uomo comune per eccellenza, inorgoglito e fiero di entrare a far parte dell’élite dei funzionari al servizio dei concittadini, irrimediabilmente ipovedente (malattia che presto lo attanaglierà al pari delle misteriose metamorfosi dei suoi colleghi) circa i pericoli disumanizzanti che quell’ambiente apparecchia ai suoi fervidi frequentatori.

Il Palazzaccio ha un’anima torva. Non è edificio architettonicamente ben distribuito di piani, uffici e cemento, è creatura viva, che si trasforma nel tempo, asportando aree obsolete, tumefacendo zone strategiche, allungando vetrate semoventi, perforando le stanze del comando con scale a chiocciola reticenti, offrendo scrivanie e alcove, pareti letto, tavoli letto, sedie letto con bische e sale da boxe, nascondendo le segrete della tortura nelle fondamenta, erigendo un muro perimetrale quando si alzeranno le acque nel boschetto di platani circostante e ospitando statue di Madonne e Santi quando farà la sua comparsa l’inquisitore, ossia il Codicista, che è anche il titolo del romanzo.

Willy e tutti gli altri uomini qualunque che lavorano nel Palazzaccio hanno accettato senza fiatare la regola aurea che informa comportamenti e attività: alla Costituzione è preferito il Protocollo, sorta di manuale della buona condotta ideato dal Dirigente nº 0 e, soprattutto, sulla competenza è favorita l’ubbidienza. Quei piccoli atti quotidiani di adesione tacita e grata a magagne, illeciti e corruzione che agiscono come pioggia battente in grado di inzuppare la coscienza, allagare il tetro edificio e innescare la metamorfosi mostruosa degli impiegati. Willy e gli altri, deformi prodotti della macchina burocratica, si macchiano, in regime di coscienza intontita, spensierati e privi di giudizio critico, del crimine moderno scoperto all’indomani di Auschwitz: il massacro amministrativo. Che in questo caso non produce come durante la seconda guerra mondiale genocidi ed umana ecatombe, ma danni incommensurabili all’economia e alla vita di un Paese e la discesa agli inferi dei tanti che se ne rendono artefici, protagonisti e complici.

Il massacro amministrativo avrebbe fatto la gioia del diavolo anziano Berlicche, che forma e consiglia il nipote Malacoda sulle migliori tecniche di dannazione degli uomini, come racconta Clive Staples Lewis nel famoso “Le lettere di Berlicche”. Non occorrono più peccati eclatanti, perversioni stravaganti, spettacolari malvagità, non più figure tragiche alla Macbeth: il Male è alla portata di individui normali, né crudeli, né torturatori, né sadici. È condizione sufficiente, moltiplicata e accessibile a tutti nella complessa società moderna, giocare il ruolo di pedina in un ingranaggio ben oliato, essere anello semi consapevole nella catena di montaggio tirata da altri, dove lavorare e produrre senza porsi le domande capitali. Cioè svuotati, appena promossi e integrati nella società civile e produttiva, della coscienza morale. Alla pochezza del criminale fa riscontro la banalità del male, che, a questo punto, può avere rapida e inosservata diffusione nelle burocratiche e scellerate efficienze. Il “mostro” che lo compie e che di norma tendiamo a vedere solo nello straniero e nell’escluso, vive nella persona e nel comportamento del normale, del familiare, di colui che è perfino ammirato o temuto per la sua professione e carriera.

La ripugnante metamorfosi che priva impiegati e funzionari della precedente umanità seppur senza qualità, è inedita nel contenuto ma antica nelle forme. Aldo Di Virgilio le riprende da un libro di bestiari medievale, la “Lettera del Prete Gianni”, che narra di un mitico regno cristiano in Asia dove vivevano esseri terrificanti. In particolare sono tre le bestie in cui si trasformano gli zelanti abitanti del Palazzaccio: Blemmi, Sciapodi e Cinocefali.

Vale la pena dare loro uno sguardo, per disporre di un piccolo prontuario con cui scorgere in tempo indizi di metamorfosi negli inafferrabili dipendenti della nostra e altrui burocrazia.

Numero 0, il dirigente del Palazzaccio, crede che gli ammorbati, presto riciclatisi in mostri da circo per fare profitti, abbiano subito le metamorfosi per peccati commessi contro la Pubblica Amministrazione, soprattutto per aver dimenticato la gratitudine verso la grande macchina che li salva dall’insignificanza e li copre di benefit. Secondo l’etica religiosa e laica del “tu devi”, dalla cui osservanza sorgerebbe la virtù, il dirigente crede fermamente che la disobbedienza ai precetti dell’autorità attiri l’ira divina e la conseguente deformazione fisica dei peccatori, così giustificando ciò che ritiene una riedizione del Diluvio Universale, che ha dato origine dentro l’anti-Arca del Palazzaccio all’adunarsi scellerato delle bestiacce immonde. Per questo fa ricorso alla tortura nei sotterranei dell’edificio, rispondendo con una pratica brutale e antica alle deformazioni medievali dei suoi dipendenti, tagliando, segando, asportando e brutalizzando un’anatomia da rieducare e riportare alla docilità.

È qui che si fa strada, con la sua testa oblunga e la corda tonacale simile a serpente che misura l’estensione del male, il Codicista, versione moderna e audace del Grande Inquisitore, che sconfessa le opinioni di Numero 0 e pone termine alle torture. Parlando la lingua veneranda della sua antica dinastia, lo spagnolo, dissente dagli antichi metodi, motivando in modo convincente la sua posizione davanti alle autorità vaticane che a lui si affidano per porre fine alle insubordinazioni. Sciapodi, Blemmi e Cinocefali non sono il frutto abnorme dell’ira divina, a parte le torture stanno bene e prosperano. Per reintegrarli negli anelli acefali della burocrazia non occorre l’atrocità ma il sentimento. Il colpo di genio di ogni inquisitore moderno che aneli a ridare vigore ed efficienza alla catena produttiva e sociale della collettività, sta nel sentimento. Il “tu devi” del passato, la lunga tradizione di obbligatorietà dei precetti morali e sociali, che anestetizzano la coscienza nella relazione comando-obbedienza confortata dall’esempio della buona società, non è più sufficiente ad allineare e rendere produttivi gli esseri umani. Né la virtù è più un habitus da insegnare. Oggi l’individuo liquido ha bisogno di inebriante libertà. E l’inquisitore moderno non gliela nega: basta che si “senta” libero, mai che lo sia. Niente come i sentimenti intensi possono dare la sensazione di libertà senza mai raggiungerla e possederla, perché alleggeriscono la testa dal giudizio morale che ne è la sorgente e accentrano nel cuore ogni scaturigine e approdo della personalità. Se poi i sentimenti sono sostituibili e intercambiabili come le lampadine che illuminano la notte e ogni altro oggetto che riempie il giorno, il cuore è accontentato contro ogni previsione e speranza nell’inesauribile e lancinante sensazione di libertà. I doveri annoiano, i sentimenti rivitalizzano. I doveri allontanano, i sentimenti avvicinano. Nulla è più efficace per continuare ad ammassare esseri docili e grati attorno alla macchina che produce consenso e liquida felicità. Pochi si avvedono, nel mare sterminato del sentimento allergico al pensiero, che possano sorgere e dilagare sulla terraferma le maree pericolose dei crimini amministrativi.

Ecco la trovata infallibile del Codicista: un nuovo Codice dei sentimenti, munito di parte descrittiva, prescrittiva e sanzionatoria come ogni raccolta di leggi, da appendere sulle pareti di ingresso del Palazzaccio e a cui far aderire i dipendenti, guarendoli dalle mostruosità.

E Willy Deville, l’uomo dell’ingranaggio che ci ha accompagnato in questo romanzo amaro e lucido, diventerà il braccio operativo dell’inquisitore, tradendo l’amore a favore del sentimento liquido e scoprendosi investigatore dei ribelli, un inquisitore in erba degno allievo della macchina deformante e totalizzante di cui fa parte. Piccoli Malacoda crescono, si direbbe!

L’esperienza biografica dello scrittore, funzionario amministrativo consapevole e disilluso, ha fornito al romanzo combustibile, comburente e innesco per incendiare una materia inafferrabile e quotidiana come i comportamenti, i codici segreti e reticenti, le ripercussioni sulla vita collettiva di un Paese di ciò che chiamiamo con termine generico ma efficace burocrazia. Un Enteroctopus Dofleini o polpo gigante che agisce, aderisce e stritola coi suoi tentacoli cangianti ognuno di noi, che può farne parte come ventosa e non saperlo. Quell’esperienza, che l’autore ci consegna secondo un codice di scrittura che si aggrappa all’onda lunga delle “Metamorfosi” in prosa, genera oltre a Willy, al Dirigente nº 0 e al Codicista, una serie di personaggi maledetti che definire surreali è corretto ma riduttivo. Il mostro non è surreale, è sinistramente reale. Non si spiegherebbe altrimenti il suo fascino eterno testimoniato da secoli di fiabe e da gran parte della letteratura in versi e non che riempiono il nostro bagaglio culturale. Ovidio, Stevenson, Kafka, per citare i più famosi, mettono a fuoco nella mutazione orrenda dei personaggi la pieghevolezza plastica al male che ci connota: quella mutazione di stato che non attiene alla fantasia ma a una parte agguerrita di noi, una malvagità dormiente che, destata e liberata, si riversa furente sulle nostre strade. La perduta logica delle fiabe, che atterrisce quando materializza orchi e streghe, sfuggita all’onirismo dell’inconscio si scatena e torna a dominare la terra. E noi perdiamo nella Mal-formazione καλός και αγαθός, il Bello e il Buono in cui crede l’autore. Noi siamo Dottor Jekyll e Mr Hyde, l’ambivalenza connaturata che, da titolo di un classico della letteratura, è diventata espressione del linguaggio comune. Come confessa il dottor Jekyll: «…l’uomo non è veracemente uno, ma veracemente due… La droga…non agiva in un senso piuttosto che nell’altro, non era divina o diabolica di per sé; scuoté le porte che incarceravano le mie inclinazioni.» Aperta la porta, varcata la soglia di cui si scriveva all’inizio, esplodono terrificanti pulsioni che deformano perfino l’aspetto esteriore, perché anche i più belli fra gli Angeli del Male recano un ghigno sinistro sulle labbra e un riflesso di ghiaccio sulle pupille.

Penso che Aldo Di Virgilio non abbia inventato, ma letteralmente visto Sciapodi, Blemmi e Cinocefali aggirarsi deformi per i corridoi e le sale del Palazzaccio, perché, come lui stesso afferma, il carattere di un autore consiste nell’approfondire i temi della realtà e solo lo sguardo acuto dello scrittore vede metamorfosi orrende dove altri vedono ligi funzionari.

Non ci si può avvicinare a questo romanzo ostico nei contenuti e nello stile senza far parola del “credo” poetico dell’autore. Così come non si può capire Lars von Trier senza conoscere il decalogo di Dogma 95, un manifesto programmatico che, tra altre prese di posizioni radicali circa la poetica cinematografica, rifiuta luci, scenografia, colonna sonora e ogni altro espediente al di fuori della camera a mano. Con i grandi e controversi risultati che conosciamo.

Come si evince dalle sue Disseminazioni, Aldo Di Virgilio si identifica come scrittore nel ragno che tessendo procede dal centro verso la periferia della ragnatela. Più precisamente nel Caerostris Darwini, un aracnide che può stendere i suoi fili tra le due sponde di un fiume. A differenza di Borges per cui lo scrittore deve lasciare che siano i temi a cercarlo, a sceglierlo, a imporsi alla sua fantasia dopo tentativi non riusciti di scacciarli, Aldo Di Virgilio si pone come centro propulsore e ordinatore delle idee tumultuose e lussureggianti che partorisce, per organizzarle in uno schema logico preventivo e dal deflusso razionale. La progettualità radiale gli appartiene radicalmente, preferendo una costruzione anticipata da un’unica sorgente, fonte di tutti gli intrecci, gli sviluppi e le dinamiche di personaggi, trame e dialoghi. Il centro della ragnatela de “Il codicista” sembra essere il corruttore per eccellenza: il Palazzaccio, l’inferno dorato che divora persone ed evacua mostri, secernendo la parte peggiore di chi vi lavora. Questo singolare personaggio accentratore gli permette di non contravvenire alla regola dell’incipit violentemente scioccante in cui crede, un’entrata a gamba tesa nella coscienza del lettore sferrata dal brano di Albert Speer di cui si è scritto e che si lega alla sensazione del protagonista di essere baciato dalla Storia quando varca il Palazzaccio. Perché la letteratura ha bisogno del necessario, non del dettaglio. Anche se da questo tipo di scrittura non dobbiamo aspettarci dialoghi affettati, forbiti, intellettuali. Il romanzo, che in Italia teme la sperimentazione e il boato della parola apparendo a Di Virgilio in decadenza rispetto all’America a cui guarda, deve adeguarsi alla velocità della società: frasi brevi, discorsi diretti, verbi indicativi, prima persona, bandendo passati remoti, terza persona e periodare increspato, perché il lettore si appassiona per vicinanza fisica ai personaggi, come nei film la sua visuale è orizzontale, si colloca dove sparano ad alzo zero le bocche di fuoco delle parole.

Ma è proprio su parole e stile che vorrei soffermarmi in chiusura.

Si dà atto a Di Virgilio di aver riportato nella cosiddetta letteratura seria l’inaudito, l’abominevole, l’incontrollabile, sempre più relegati dalla società tecnologica nel romanzo d’intrattenimento, permettendo al “mostro” umano e amministrativo di svelare crepe intollerabili nelle previsioni ed esecuzioni esatte delle nostre vite programmate. Ma è probabile che, accanto a questa svolta attesa e convincente, l’autore non sia pienamente fedele al suo assunto stilistico più importante: la parola come “camaleoseppia”. Cioè seppia che aderisce al significato che veicola e camaleonte che apre a ulteriori e inediti sensi, assicurando semplicità e comprensibilità come seppia pur garantendo l’esplorazione di mondi insoliti assieme a narrazioni dai sentieri poco battuti come camaleonte.

Credo che nel romanzo acuto e avvincente di Aldo Di Virgilio, dove il lettore è costretto a ingerire contenuti tossici, se l’effetto camaleonte domina per novità ed imponderabilità, l’effetto seppia faccia a tratti difetto: una maggiore semplicità di scene, svolgimenti e passaggi avrebbe permesso comunicabilità e chiarezza più grandi per chi legge.

Soprattutto se missione dello scrittore, come l’autore sostiene a più riprese, è svelare l’indecifrabile e dissigillare l’ermetico, affinché il lettore veda e sappia allontanare dalla sua vita il mostro snudato.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

Zygmunt Bauman, Modernità e olocausto.
Jorge Luis Borges, Conversazioni.
Fëdor Michajlovič Dostoevskij, I fratelli Karamazov.
Hannah Harendt, La banalità del male.
Clive Staples Lewis, Le lettere di Berlicche.
Robert Louis Stevenson, Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde.

RIFERIMENTI SITOGRAFICI

Aldo Di Virgilio, Disseminazioni 4, 7, 8, 9, 12, 14, 17, 18, 19,
Dogma 95

Acquista Il codicista di Aldo Di Virgilio.

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