Disseminazioni/ Capitolo 12

A gamba tesa

di Aldo Di Virgilio

Allora, succedeva che noialtri mocciosetti, quattordici anni o giù di lì, ci mettevamo, borsa e tutto, davanti casa, sperando che l’allenatore si fermasse e ci caricasse. Ognuno di noi sapeva l’ora in cui passava a rastrellare le giovani promesse del calcio locale, per cui stavamo là in trepidante attesa, ma spesso capitava che passasse senza caricare questo o quello, perché la macchina era già strapiena. Comunque, noi sapevamo che chi non saliva era perché non valeva una cicca; le volte che passava senza fermarsi, tu vedevi con la coda dell’occhio che l’allenatore rideva a crepapelle, e con lui gli stronzi sul sedile di dietro… E vi confesso, amici miei, che non di rado ci sono rimasto io, lì, fermo, impalato, con la borsa a tracolla eccetera, arrabbiato, mentre si allontanavano rombando.
Io ero, come oggi, molto grosso, e mica gliela facevo a correre veloce come il Guercio, ad esempio, o ad essere rapido come Nasone. Morale della favola, l’allenatore mi metteva sempre in panchina. Trascorsero settimane, le settimane divennero mesi e niente, sempre in panchina, intanto che Barabba e Melchiorre giocavano addirittura alcuni spezzoni centrali delle partite. Loro, i miei amici giovani, mi rincuoravano, insomma, lo facevano come lo farebbero i ragazzi un poco scemi e vabbè, pacche sulla spalla e calci nel culo eccetera, però io ci soffrivo. Colpa dell’orgoglio, loro dicevano, eppure c’erano motivi più gravi per tanta sofferenza, e questa sofferenza si chiamava Giacomo Prosperi.
L’allenatore, che Dio lo fulmini ovunque si trovi adesso, mi faceva giocare la partitella della prima squadra, schierandomi con le riserve, nel ruolo di stopper; avrei dovuto bloccare proprio Giacomo, il centravanti della squadra maggiore. Beh, insomma, il primo quarto d’ora non ci capivo mai nulla. Quello mi sfrecciava da ogni lato, rapido come una saetta, addirittura non riuscivo a fermarlo nemmeno acchiappandolo per la maglietta. Dopo il suo secondo gol, presa la palla dal fondo della porta, mi passava vicino, lanciandomi sorrisini beffardi, mentre si ravvivava il ciuffetto biondastro. Magrolino, bellino, ostentava senza modestia un paio di baffetti alla Erroll Flynn che lo rendevano ancor più irritante del tollerabile. Se non avessi trovato, e in fretta, un rimedio, in un batter d’occhio sarei andato a finire tra gli allievi, o magari tra i pulcini.
Non avrei più guardato la palla, oh, no… Avrei guardato lui. Avrei messo lui, nel mirino.
E così, l’occasione non tardò a presentarsi.
Durante uno dei tanti allenamenti, dalla tre quarti partì un cross abbastanza molliccio, che lui si avviò ad intercettare lanciandosi sulla fascia, sicuro che non gli sarei stato al passo. Aveva ragione, non intendevo inseguirlo, superarlo o che ne so, a me bastava sapere che mi stava anche distante un metro… A portata di mano, insomma. Di piede.
Senza nemmeno attendere che la palla lo raggiungesse, mi gettai verso il suo corpo, a tutto peso, e a gamba tesa, impattando proprio lo stinco della sua gamba destra. Lo schianto fu terribile, scricchiolio di ossa, polvere, uno sopra l’altro, urla di dolore, fuggi-fuggi, chiamate l’ambulanza eccetera. Invece, nonostante il gran trambusto, nessuno si ruppe niente o si graffiò, ci sporcammo solo una cifra.
Quello che cambiò, da quel giorno in avanti, fu il suo atteggiamento nei miei confronti. Certo, continuò ad essere l’implacabile attaccante di sempre, ed io la solita riserva allo stopper, però almeno non mi lanciò più quegli sguardi di sufficienza, anzi quando venivamo a contatto mi dava consigli per meglio affrontare l’avversario. Non era una vera e propria amicizia; era, più che altro, rispetto.
Dunque, amici miei, entrare a gamba tesa, in alcune occasioni, può risultare benefico, e ciò ancor di più vale in letteratura, soprattutto se parliamo della prima pagina di un romanzo o di un racconto.
I lettori, insomma, sono come Giacomo Prosperi, a loro gliene frega una beata cippa dello scrittore. Per loro lo scrittore sconosciuto di cui hanno per la prima volta tra le mani un libro, è solo carne da macello. Per conquistare la considerazione che voi credete di meritare, allora, proprio in quella prima pagina dovete entrare a gamba tesa. Senza alcun riguardo, violentemente, introducete la storia che andrete a raccontare. Evitate preamboli, perifrasi, avvertimenti, istruzioni per l’uso, ringraziamenti, partite diretti con dialoghi surreali, ad esempio, o con una scena scioccante.
Perché nei romanzi, datemi retta, funziona come nella vita.
Le cose succedono, e basta.

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