Disseminazioni/ Capitolo 13

Il corpo fisico

di Aldo Di Virgilio

Ruanda, prigione di Gitarama

“Sai una cosa, capo? Sono stanco.
Stanco morto, capo.
La mia era una stanchezza antica, ero stanco già prima di entrare qua; per la fame, la sete, e le migliaia di miglia percorse sotto il sole cocente a cercare l’acqua, o a pascolare le capre… Ma adesso è diverso, capo mio.
Allora ero stanco, come dicevo, eppure si trattava di una stanchezza che non mi stancava mai davvero fino in fondo, capito? Per quanto mi svuotassi di ogni energia poi avevo sempre un po’ di tempo, mi riposavo steso in mezzo all’erba o appoggiato contro un baobab, così tutto ricominciava. Insomma, un nuovo giorno, nuove prospettive, nuove opportunità.
Invece, adesso, chiuso dentro questa prigione, la mia è una stanchezza definitiva, irrimediabile. Senza speranza… Del resto, come la chiameresti una vita che ci condanna a questo pantano di escrementi? Mai una seduta, mai una sdraiata, ci concedete solo qualche appoggio ai muri ingialliti di muffa e piscio, topi dappertutto e le infezioni, la puzza… Non tanto la puzza di merda, oh, a quella ti ci abitui… C’è quell’altra puzza, proprio quella, a cui non resisti perché è la puzza della morte, d’altronde, la puzza della cancrena.
Io mi sento fortunato, capo, lo sai? Io i piedi ce li ho ancora, il maledetto medico e la sua sega non li ho ancora visti e mai li vedrò, almeno fin quando la carne sarà soda e rosa nonostante i germi nei quali sto affogato dal giorno alla notte.
La latrina, capo mio, la latrina è il nostro unico sollievo, e chi se ne importa dei morsi dati e dei morsi ricevuti durante la corsa, chi se ne importa dell’orecchio staccato se alla fine ci arrivi per primo. Una sola latrina esterna, posta dall’altra parte del cortile, un terzo di miglio per una singola cagata, per quel momento di intimità strappato alla quotidiana, spaventosa condivisione delle nostre celle dove stiamo anche in trenta, ti rendi conto, capo? Trenta persone che fanno i propri bisogni una vicina all’altra, sempre in piedi, con i muscoli intorpiditi, e gli occhi sbarrati.
Dimmi, capo mio, in tutta franchezza, quale colpa abbiamo, noi, a parte essere Hutu? Lo so, lo so, tu adesso mi metterai davanti quel famoso documento del 1957 pubblicato da quegli intellettuali da strapazzo, quegli scellerati maniaci della pulizia etnica ma noi poveracci non c’entriamo niente! Anzi, te ne do subito una dimostrazione! Da oggi in poi mi chiamerò solo Utakiruti, e mai più Utakirutimana! Mai più scelto da Dio, mai più benedetto da Dio! E se tu non fossi ancora convinto, ti parlerò del libro che stavo leggendo mentre voi Tutsi mi arrestavate! Io proclamerò, ascoltami bene, il fallimento della religione occidentale! Io la rinnegherò, io sputerò sulla testa del Dio che i porci del nord ci imposero tanti anni fa! Pensa, io, che sono Hutu, e che sono un cristiano, di quel libro mica mi colpì la storia, mi colpì la vita del suo autore, un italiano, un certo Alessandro Manzoni! Pensa, questo qua era un camminatore come noi, camminava mezz’ora prima del pranzo e due ore dopo il pranzo tipo una specie di ginnastica rilassante e contemplativa, per cui dopo gli venivano meglio i pensieri che finirono nel libro! Pensa, dieci miglia al giorno intorno alla sua città che sta in Italia e quindi niente deserto, niente sete, niente fatica… Pure io avrei voluto scrivere e camminare in quelle bellezze artistiche in mezzo a panorami pieni di colori! Troppo facile, così, troppo comodo! Uno scrittore cristiano tanto famoso per le sue passeggiate! Io credo, mi sforzo di credere che se noi avessimo le condizioni climatiche degli italiani, mica saremmo da meno in quanto scrittori! Dateci il clima temperato, dateci una pista in pianura e sai che corse, sai che pensieri! Noi, noi che abbiamo vissuto camminando, conosciamo bene l’importanza della ginnastica per la mente; siamo neri, mica scemi!”.

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