Disseminazioni/ Capitolo 11

La maledizione della Pi

di Aldo Di Virgilio

Beh, sì, mi piacciono i giochi di parole, gli arzigogoli cantilenati, i calembours, come li chiamano i francesi. Non so, forse in un’altra vita sarò stato un musicista o che ne so, un menestrello, forse, uno jongleur, richiamando sempre i nostri cugini transalpini; insomma, uno di quelli che racconta le storie aiutato dalla cetra e dalle rime baciate e quant’altro.
Infatti, amici miei, ho trascorso gran parte della mia giovinezza a scrivere così perché mi divertiva, mi rilassava e soprattutto perché la scrittura ordinaria mi annoiava. Ai più aiutava un miglior incasellamento dei concetti, mentre a me mi provocava molta diarrea simbolica, tipo che dopo non ti saresti potuto attendere che la morte della letteratura. Mi dicevo, con un piuttosto ostentato orgoglio, che le idee, senza una veste di buona fattura, al limite scintillante, non hanno campo in questo mondo. Una posizione senz’altro radicale, corroborata dalla totale assenza di confronti tra me e gli altri presunti colleghi, ai miei stanchi occhi nemmeno meritevoli di uno spunto riflessivo, ebbro com’ero di questo delirio autoreferenziale. Magari – tutto è possibile -, cercavo una consolazione letteral-sonora dopo la caterva di rifiuti sotto i quali ero sommerso e dai quali non riemergevo; maledivo le case editrici irriconoscenti nonostante l’ennesimo capolavoro che graziosamente mi ero degnato di inviare. Quei giorni, poi, freddi, cupi, quando mi veniva recapitato il rifiuto senza nemmeno uno straccio di motivo, beh, signori, di strofette sgangherate ne partorivo mica poche. Una specie di droga, va bene? Sapete come gira, no? quando sei immerso nella cacca da mattina a sera la puzza, dagli e dagli, alla fine non la senti più.
Anni, mesi, praticamente giorni trascorsi nella consapevolezza della propria grandezza letteraria poi, all’improvviso, cambiò tutto.
Ascoltavo, mi ricordo, All of us, degli Zero7, e tenevo il ritmo battendo la punta della penna contro la coppa metallica della lampada che illuminava il tavolo, giusto un’aureola chiara sopra libri, lenti d’ingrandimento, gomme, matite.
Era un leggero tlin-tlin, appena distinguibile sopra il rimbombo dei sintetizzatori e delle percussioni e degli altri non meglio identificati suoni; dopo la stridula esplosione della batteria, tutto si acquietava, e dal buio sonoro spuntava la profonda, gutturale vibrazione del basso. Certo, continuavo a battere questa penna sulla lampada, ma siccome nello stesso tempo alzai di molto il volume, quel gesto leggero sparì da ogni orizzonte percettivo, affogato dal tripudio della fusion e del pop elettronico. Eppure, non riuscivo a smettere. Qualcosa, una forza oscura, teneva la mia mano ostinatamente bloccata in quel gesto meccanico di sbattimento, del tutto irrazionale visto che non lo sentivo.
Il pezzo degli Zero7 è bellissimo, nulla in contrario, si concluse nel solito modo di sempre, di tutte le volte che lo ascoltavo e riascoltavo, eppure quel tlin-tlin mi parve proprio il classico granellino tra gli ingranaggi, se a settimane di distanza continuai a ripensarci.
Quel ticchettio metallico notte dopo notte si era intrufolato nella mia mente diventando stridulo e fastidioso come un’unghia sulla lavagna, e me lo tolsi da torno solo quando ne colsi le similitudini con la mia attività abituale, la scrittura. Si trattava di un segnale, in sostanza, di un invito alla riflessione intorno all’argomento dal quale mi ero tenuto alla larga dal tempo del bacucco, ovvero la sonorità delle parole scritte. Ovvero, intorno alla fissazione che avevo per le filastrocche, le cantilene eccetera.
Squarciato il velo dell’ipocrisia, ho finalmente posto attenzione con orecchio obiettivo alla pura concatenazione musicale delle parole, relegandone sullo sfondo il contenuto, e sapete cosa? Si è palesata, in tutta la sua tragica cacofonia, la insistenza della lettera Pi.
In una maniera del tutto inconsapevole, naturalmente, per esprimere qualsiasi concetto, per costruire qualsiasi frase, immaginare implicazioni caratteriali o ipotizzare scenari, nei miei precedenti romanzi e racconti e articoli ci avevo ficcato in mezzo sempre, sempre, una parola che iniziava con la Pi, che aveva al centro una Pi, che aveva addirittura una doppia Pi eccetera. Pi dappertutto, Pi che spuntavano come conigli da sotto le sedie, dagli angoli delle strade, Pi che piovevano dal cielo… Avevo Pi anche nel sangue.
C’è stato un periodo, mi ricordo, il periodo successivo a questa tragica scoperta, che sistematicamente braccavo e sopprimevo lungo le pagine il citato tumore piinico. Un vero, autentico sterminio, ero alla costante ricerca di sinonimi che fossero privi della maledetta lettera alfabetica ma niente, niente. Per quanto mi sforzassi, vocabolario alla mano, di scongiurare l’invasione, il saltellamento non si fermava, la proliferazione non si arrestava, però, in compenso mi ero arrestato io. In sostanza, per la paura della Pi, per la paura che la Pi potesse ancora una volta ricicciare fuori dalla mia mente, non scrissi più nulla. Porca zozza, che disdetta! Altro che filastrocche! Altro che cantilene! Una vera e propria paralisi creativa.
Insomma, amici, ci sono voluti alcuni lustri prima che riuscissi a liberarmi della maledizione della Pi. In fondo, la Pi ricorre nel flusso del discorso come qualsiasi altra lettera, e dunque non dobbiamo averne timore. Tuttavia, ed è questo il mio modesto contributo alla causa letteraria, dobbiamo comunque porre attenzione ai suoni che generano le parole. Noi scrittori siamo, ma nessuno ha il coraggio di ammetterlo, i musicisti della carta; abbiamo un dovere armonico nei confronti dei nostri lettori. Che, se sono di buona vena, potrebbero decidere anche di declamarle ad alta voce, le nostre opere…

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