Disseminazioni/ Capitolo 10

Le nostre prigioni

di Aldo Di Virgilio

Non credo al destino, credo all’operosa volontà di piegare gli eventi a nostro favore, a meno di non essere paraplegici e di ambire ai 100 metri piani eccetera.
Invece, credo nella fortuita coincidenza.
Io mi chiamo Aldo, okkei? E sono ipovedente. E, tra le altre cose, scrivo romanzi, racconti eccetera.
Anche lui si chiamava Aldo, o meglio Aldous, e pure lui era ipovedente. E, addirittura, pure lui s’intendeva di letteratura.
Insomma: tutti e due Aldo, tutti e due ipovedenti, tutti e due scrittori.
Aldo Di Virgilio ed Aldous Huxley.
Soprassieduto (ovviamente) sul diverso tasso di celebrità di costoro, per il primo pari a zero e per l’altro pari a mille, non potevo non analizzare una delle più famose opere scritte dall’illustre collega d’oltremanica, “L’arte di vedere”, in una prospettiva funzionale alle migliori tecniche di scrittura acquisibili da un qualsiasi pellegrino di buona creanza.
In apparenza si tratterebbe del suo personale contributo alla diffusione della terapia riabilitativa ideata da W.H. Bates, dal mondo scientifico non del tutto stroncata. In realtà, Huxley introduce elementi di natura filosofica, che trasformano il suo lavoro, più che in una perorazione, in un arricchimento di quella terapia, soprattutto per quanto riguarda la catena concettuale visione – memoria – immaginazione, trattata nel Capitolo XIV.
La memoria suppone l’immaginazione, che è l’attitudine alla ricombinazione originale di quei ricordi, pertanto una migliore efficienza della memoria si riverberebbe anche sull’efficienza dell’immaginazione, data la maggiore disponibilità di elementi manipolabili. Così assemblato il pacchetto memoria – immaginazione, ne trarrebbe beneficio la stessa visione, ossia la capacità di percepire, e dunque interpretare, la realità. Noi, insomma, “ …vediamo con maggior chiarezza gli oggetti familiari che non quelli intorno ai quali non abbiamo riserve di ricordi” (cit.)
Quale supporto a tale ricostruzione, l’inglese illustra alcuni simpatici esempi, come quello dell’anziana sarta che senza occhiali fatica con la lettura, eppure non le servono per infilare l’ago, e ciò perché avrebbe maggiore familiarità con l’ago rispetto alle pagine del libro; il libro, per lei, è qualcosa di nuovo, di insolito e di estraneo. Altro esempio illuminante è quello della signora che, avendo paura dei serpenti, ritiene vipera un semplice tubo di gomma, per colpa dell’immaginazione che ha sovrapposto vecchi ricordi in modo da costruire una realtà fittizia.
Huxley ritiene che l’arte della vista, secondo la lezione di Bates, consista nella ricerca non solo di procedimenti che ci rendano più familiari gli oggetti che cerchiamo, ma che di tali oggetti ci consentano una migliore visione, proprio in quanto noi vediamo più chiaramente gli oggetti che ci risultano già familiari.
Da qui discenderebbe l’importanza, per giungere al più alto grado possibile di oggettività nella percezione sensibile, di una visione attenta, molto attenta delle cose, in modo che queste ultime poi siano meglio ricordate quando ci si offrono nella vita reale. Bates spinge all’allenamento ed alla rieducazione della vista, per consentirci un’incessante archiviazione di nuove immagini, e dunque di nuovi ricordi (la “familiarità”) da regalare all’attitudine rielaborativa dell’immaginazione. Diversamente, la nostra capacità visiva si limiterebbe alla sovrapposizione delle poche immagini detenute dalla memoria con una realtà troppo variegata, al punto di incorrere in fraintendimenti ed equivoci come nel caso del tubo e del serpente.
Certo, amici miei, io e l’altro Alduccio abbiamo molti punti in comune, al limite della bizzarria, e questo, in qualche modo, ci rende fratelli nella sventura. Però, lo confesso, sebbene l’assunto di partenza, la catena concettuale visione – memoria – immaginazione sia del tutto condivisibile, non mi trova invece d’accordo la necessità di un pieno sfruttamento della medesima, ovvero il potenziamento della funzione visiva, quale preludio all’accumulazione delle immagini nell’archivio mnemonico.
La mia modesta esperienza di ipovedente senza possibilità di recupero diottrinico, o diottrinale o che ne so, non ha affatto diminuito la mia capacità immaginativa, la mia insaziabile fame di scenari nuovi, personaggi nuovi, sentimenti nuovi. Il deficit della vista, questa nebbia grigiastra che avvolge le immagini che mi arrivano al cervello, io lo compenso con il desiderio di vista. Studio costantemente libri, giornali, trafiletti, tomi antichi, le carte interne delle caramelle, i graffiti lungo i muri dei palazzi, i risvolti delle giacche, le etichette dei detersivi, le istruzioni sulla lavatrice e poi mescolo bene a due mani, finché la macedonia è pronta.
Perché, amici miei, quando sei consapevole dell’ipovedenza, è il mondo intero ad essere degno di nota. Se ci vedi poco, ti concentri davanti all’oggetto della vedenza, e vedi per il tempo che ci vuole, un minuto, dieci o forse più, chi lo sa. Vi dico, in tutta franchezza, che i dettagli mica ti sfuggono, così, e nel cassetto le immagini ci finiscono comunque, ve lo garantisco, in barba alla cecagna.
Dunque, voialtri scrittori normodotati, non sprecate il dono prezioso che avete.
Desiderate di vedere sempre, vedere davvero.

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