Disseminazioni/ Capitolo 17

Tacchi

di Aldo Di Virgilio

Io me ne stavo per i fatti miei, come al solito ciabattavo lungo il marciapiede invaso dal solito ciarpame umano diretto ovunque; insomma, il solito gigantesco casino urbano di ogni mattina. Noi, voglio dire, la mattina siamo veramente delle bestie, orientati come siamo non vediamo niente ai lati, tipo paraocchi di cavallo, quasi degli automi. E allora, se ne sei consapevole, se sei in grado di prefigurarti il destino lì in attesa, beh, ogni volta, prima di spalancare il portone sul citato marciapiede, ti verrà un colpo, il cosiddetto infarto preventivo. Una vera tortura, credetemi… Capito il problema?
Insomma, come dicevo, camminavo lungo questo lunghissimo e larghissimo marciapiede invaso di corpi in rapido avanzamento, con la morte nel cuore, l’occhio guardingo e la traiettoria curvilinea, in attesa di trovare il varco meno affollato verso la parte opposta dell’incrocio; purtroppo, però, era una di quelle mattine senza rimedio all’entropia umana. Le persone sembravano rapite da una frenesia e da un dinamismo automatico, mi venivano incontro come ostacoli rocciosi, iceberg in microformato che schivavo a stento. Il risultato era che gli incroci risultavano vietati, inaccessibili, ostili, estranei. Camminavo da minuti, ormai, avanti e indietro, senza che si aprisse un varco, uno spiraglio, ma mi aspettava l’ufficio, il lavoro, l’impegno, la responsabilità, lo stipendio. Non mi restava che l’atto estremo, la forzatura, va bene? l’attraversamento al di fuori delle strisce pedonali, senza la protezione del semaforo rosso… Avrei combinato un disastro, sicuro.
Quella mattina avevo addosso i miei soliti cinquetasche beige appena stirati, le scarpette modello skipper e la maglietta bianca modello tennista che mi rendevano splendente come il sole ma anche vulnerabile come un ombrellino giapponese. Vi rendete conto? Uno sta lì davanti allo specchio attento agli abbinamenti e alle cremine sempre con il terrore che la polvere di petrolio gli si attacchi addosso, e tanto successe. Insomma, come dicevo, non avendo più tempo, decisi di attraversare in un punto anonimo, miracolosamente poco trafficato, solo che ebbero la mia stessa idea cinquanta persone. Cinquanta esseri umani, capito? Cinquanta corpi caldi, sudati, umidi, a contatto tra di loro, appiccicati tra di loro come sardine, untuosi come sardine e puzzolenti, anche, come le sardine. Mentre attraversavo insieme a questo disgustoso ammasso di carne che mi stringeva e comprimeva, sentii addosso il lezzo del sudore ascellare, il putridume dei piedi, il riverbero della cute lercia, dei capelli stopposi. Avevo la schiena, il fianco e i polpacci colpiti, sfiorati, pizzicati, e benché fossi concentrato sul rapido attraversamento, immaginavo queste scie lorde e gialle che mi serpeggiavano lungo la maglietta e i pantaloni, con tanti saluti al loro lindore virginale. Avrei voluto fuggire, urlare, piangere, eppure non si poteva, ero all’interno di una rigida parata militare, nella quale ognuno aveva un ruolo e una coreografia assegnati, pertanto tristemente, sebbene eroicamente, piegai il capo a questo settico destino. Dopo la resa lasciai che il flusso mi prendesse con sé, e così mi lasciai condurre, sporco tra gli sporchi. A metà del tragitto, forse per la stanchezza, il caldo o il disgusto, misi un piede storto, e caddi in avanti.
Ero intorpidito in tutti i muscoli, a pancia in giù, la testa rovesciata di lato, la lingua fuori, bava dalla bocca. Vedevo, da quella prospettiva orizzontale, ribassata, gambe e gambe che si muovevano, rallentavano, giravano in cerchio, filavano via oppure restavano, e immaginavo le persone che a esse erano collegate; che penseranno? Che intenzioni avranno? Mi vorranno aiutare, oppure mi abbandoneranno a questo destino bituminoso? Poi, tra la selva di scarpe semplicemente gommate, apparvero due caviglie sostenute da tacchi altissimi, che più degli altri si avvicinarono. Dall’alto piovvero parole, credo, tipo rassicuranti o che, non lo ricordo; ricordo, invece, i fasci di nervi che si contraevano sull’avampiede nudo, e le dita appena coperte da una punta affilata, omicida. Non c’era coerenza in quella scena, ne ero convinto; una donna simile sarà stata ricca, sofisticata, super-corteggiata, dunque mai si sarebbe potuta interessare al catorcio spiaggiato al suo cospetto.
Qualcuno mi rovesciò, d una vibrazione flautata mescolata al profumo di gelsomino mi colpì. Strizzavo di occhi ma niente, la luce del cielo mi abbagliava. Non la vedevo, eppure ero sicuro fosse lei che mi chiedeva come stavo, se avevo qualcosa di rotto eccetera. Io risposi che stavo bene, le dissi di non preoccuparsi. Qualcosa, una mano, forse, mi accarezzò il viso e miracolosamente, sì, miracolosamente, mi tornarono energie e lucidità. In un lampo tornai dritto, e in mezzo alla selva di teste cercai la mia salvatrice, ricollegandola ai tacchi stratosferici e ai nervi dell’avampiede. Il mio sguardo saliva e scendeva, saliva e scendeva, percorreva ogni corpo intorno alla ricerca del legame; credetti di riconoscerla in una ragazza in tailleur che tornava indietro, verso casa e allora l’inseguii. Il flusso contrario mi rallentava, rallentava e lei si allontanava sempre di più, e ancora. Ancora una volta sul solito marciapiede, quei tacchi mi parvero sparire in un vicolo laterale, e io le corse dietro, all’impazzata. Dovevo raggiungerla, ringraziarla, abbracciarla per l’aiuto che mi aveva offerto.
Raggiunto il vicolo, lo imboccai.
Non era un vicolo, era una semplice rientranza tra due palazzi senza sbocco, poco profonda, ingombra di cianfrusaglie e cartacce.
Una semplice rientranza, deserta.
Restai così, inebetito, scioccato, frustrato, qualche secondo.
Guardai l’orologio. 10 e 30.
“Merda”, pensai, “Quanto è tardi…”.
Già… Pensavo al tempo perso, alla mezza mattinata di lavoro persa. Alle pagine che, in quanto scrittore, avrei potuto scrivere e che invece non avrei scritto.
I concetti nella memoria ce li avevo ben stipati, quindi ci sarebbe sempre stato il modo per tradurli in parole; ma le parole che in futuro avrei utilizzato, non sarebbero state comunque quelle che avrei potuto usare qualche ora prima, se fossi entrato in ufficio all’orario prestabilito.
Insomma, la fissazione per un dettaglio aveva compromesso quasi irrimediabilmente la trama che avevo in mente; rimproveravo a me stesso la naturale tendenza che gli scrittori hanno per i dettagli.
Quello che intendo, quello che voglio intendere, è che la ricerca del dettaglio a ogni costo in letteratura non è sempre terapeutica, perché potrebbe fuorviare, disperdere le forze, distrarre. La struttura narrativa ha bisogno di ciò di cui ha bisogno, ovvero non del troppo e né del poco, ma del necessario.
Come del resto rispose Maestro Gandalf a Frodo Baggings: “Un mago non arriva mai troppo presto né troppo tardi, arriva quando decide di arrivare”.

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