Disseminazioni/ Capitolo 15

Velocità abortite

di Aldo Di Virgilio

Arriva nella piccola officina guardingo, con un’aria mesta, e quasi deferente accosta il grande cofano ad ali di gabbiano dal quale spunta il mostruoso groviglio di carburatori.
La pancia rotonda schiacciata sul tubo di scarico rovente dal quale si difende tramite una lastra metallica ricoperta di feltro, il mastro meccanico non bada al novello visitatore, piuttosto tende l’orecchio verso i suoni sbagliati che gli otto cilindri battono piano, al minimo.
Il Vate non profferisce ancora parola, lui che ne ha una riserva infinita, in attesa che il medico dalle ciglia aggrottate pronunci il proprio responso. Trattiene il fiato, temendo la più infausta delle prognosi, l’invalidità della sua dolce puledra, affettuosamente nominata “Traù”.
Traù è il vezzeggiativo con cui blandisce l’ultima arrivata nella sua metallica scuderia, una Isotta Fraschini Tipo 8 B cabriolet, acquistata pel capriccio della sua ultima amante, la contessa Evelina Scapinelli Morasso. Gabriele ne sfiora la scintillante livrea rosso-blu, poi ne mira, girandole intorno, la targa “R. A. 52”, conferitagli dalla Regia Aeronautica. Se non guarirà, se il guaio non sarà riparato, Ella non gli garantirà più l’ebrezza di una velocità impensabile per questo tempo, fino ai promessi e irragiungibili 150 chilometri orari lungo le strade di Gardone Riviera ed oltre, Desenzano, Salò e Mantova dove alberga il Campionissimo ora suo amico, Tazio Nuvolari.
Sulla gloriosa Fiat Tipo 4 irruppe in pompa magna a Fiume il 12 settembre 1919; e poi la Isotta Fraschini Tipo 8 A, la mitica ”Papessa” dalla particolare bicromia latteo-solare, due Lancia Lambda, la misteriosa Alfa Romeo 6C 2300 Turismo “Soffio di Satana” e quindi l’attuale sua preferita, l’erede della Papessa che subisce le cure somministrate da Rolando il meccanico, o come si chiama.
Tazio lo aveva incontrato al Vittoriale il 28 aprile 1932, nello spazio di sette ore durante le quali passeggiarono, piluccarono ghiotti marrons glacès o brindarono con il Piper Heidsieck. Gabriele D’Annunzio e Tazio Nuvolari si erano abbracciati amichevolmente, nella consapevolezza del reciproco, leggendario valore e nell’auspicio della gloria imperitura.
Al termine della giornata, l’abruzzese rese omaggio alle vittorie automobilistiche, rocambolesche e quasi impossibili dell’ometto segaligno scrivendo sopra un ritratto la seguente dedica: “A Tazio Nuvolari del buon sangue mantovano, che nella tradizione della sua razza congiunge il coraggio alla poesia, la più tranquilla potenza tecnica al più disperato rischio e infine la vita alla morte nel cambio della vittoria”.
Rolando, o come si chiama, adesso estrae i pollici e gli indici lordi di grasso e olio dal motore fumante della bestia quadriruote. Anche il resto delle mani è sporco, e le braccia fino ai gomiti scoperti. Un’immagine plebea che comunque all’Orbo veggente non spiace, perché sul volto del meccanico coglie la placida soddisfazione di chi ha resuscitato un corpo in agonia.
Mentre raggiunge il proprio chauffeur che lo riporterà in villa, il Sommo Poeta, all’improvviso, è attraversato dal ricordo del “Figlio di una turbina e di D’Annunzio”, come si autodefiniva Filippo Tommasio Marinetti prima che il loro rapporto amichevole degenerasse. Se il poeta combattente all’inizio della sua carriera lo aveva ammirato, poi ne criticò il romanticismo sensuale, del tutto contrario alla rottura con il passato, ed alla velocità, la pura essenza della modernità. Certo, il Vate non era restato inerte, ed anzi rispose alla critica attribuendogli uno dei suoi celeberrimi epiteti, “cretino fosforescente”. Da allora ne era passata di acqua sotto i ponti; il suo antico discepolo aveva prima pubblicato il Manifesto del Futurismo nel 1909 su “Le Figarò”, e l’anno successivo il Manifesto del Futurismo Pittorico insieme a Balla, Boccioni, Carrà e Severini, che all’indomani di quel patto diedero il via al rinascimento culturale italiano, di recente oscurato dalle avanguardie parigine.
Ecco, il Principe di Montenevoso adesso si attarda su questo pensiero tagliente, una specie di folgore. Come mai, lui e Tommaso, ad un certo punto delle loro esistenze bisticciarono così? Non li univa forse lo stesso intento modernista, lo stesso amore per la velocità, per la tecnologia? Dipese forse da rivalse personali, da squilibri testosteronici se non si accordarono per la redazione congiunta di un Manifesto Futurista Letterario? Non è che tutto il rispetto, l’onore e l’ammirazione tributati a Nuvolari avrebbero trovato migliore destinatario nel rissoso animatore delle notti milanesi?

Che Gabriele D’Annunzio abbia coltivato una riflessione tanto struggente non è affatto documentato, la storia appena raccontata è una rielaborazione fantastica del qui presente autore, incuriosito dall’incompletezza del percorso futurista che, come detto, ha riguardato solo la pittura. Artisti come Boccioni testimoniarono il culto della velocità rendendola visivamente, con opere quali “Forme uniche della continuità nello spazio”, invece nulla di tutto ciò è riscontrabile in letteratura. Una carenza, questa, che merita una riflessione approfondita soprattutto perché ad essa non pose rimedio nemmeno lo scrittore che più di tutti gli altri visse da futurista, cioè nel culto della velocità testimoniato dall’amore per le automobili, appunto D’Annunzio. Noi la addebiteremmo a mille ragioni, ma forse la risposta la troveremo molto più facilmente di ciò che crediamo, ovvero in un impedimento oggettivo. Quello che sottolineo, che voglio sottolineare, è la compatibilità naturale del Futurismo con l’immagine tracciata dal pennello, e la contraria incompatibilità della stessa teoria con la parola scritta, come se la velocità, il senso dinamico, non si accordasse con l’ordinato sviluppo delle frasi, che oltre un certo livello negherebbero le accelerazioni. Questo amici miei, non è un problema da poco, soprattutto in questi nostri tempi moderni, in cui davvero la velocità, con l’avvento dell’informatica, è divenuta il totem della nostra quotidianità digitale. Oggi le informazioni raggiungono ogni parte del mondo in un lampo, e il linguaggio dovrà adeguarsi, nonostante non sia programmato per tale vorticosa circolazione. Allora, la grande sfida alla quale saranno chiamati gli scrittori, consisterà nella tutela delle strutture unita alle necessarie semplificazioni; il ridotto uso degli aggettivi, dei verbi composti, delle subordinate concatenate. Dunque, spazio alle frasi brevi, ai discorsi diretti, ai verbi indicativi, alla prima persona. E la punteggiatura, in conclusione, sarà un’alleata discreta, il provvidenziale granello di zucchero sulle fragole.

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