Disseminazioni/ Capitolo 16

Gorkij Free

di Aldo Di Virgilio

Olga Petrovka ha diciassette anni, indossa jeans verdi e calza sneakers rosa, capelli biondi legati, la solita maglietta con stampata davanti la faccia di Jimmy Morrison.
Olga Petrovka ha diciassette anni, dicevamo, e veste così d’estate; d’inverno è un’altra cosa, mette i pantaloni di velluto stretti a costine e il casco, naturalmente, i capelli legati sotto, e i paraginocchi e i paragomiti, naturalmente, i pattini e tutto.
In verità il noleggio dei pattini, a rotelle o a lame, cambia secondo la stagione; il costo è di 200 rubli la mattina e 300 la sera nei giorni feriali, mentre il sabato sono 400. In verità tanti soldi non li spende mai, lei qui ci viene solo nei ritagli di tempo, dopo la lezione all’Istituto Strelka, a volte di sabato e mai di domenica, comunque, e non per la massa enorme di moscoviti che l’invade… Il motivo è un altro. Olga scrive. Scrive romanzi. E li scrive, appunto, la sera, dopo lo studio, più spesso il sabato e la domenica.
Il parco rappresenta qualcosa di più di un semplice svago dinamico, è una riserva da cui quotidianamente preleva le atmosfere necessarie ai suoi scritti. Le volte che supera i tornelli, piegata in avanti iniziando a zigzagare lungo il Big Katok, in mente le compare Maxim Gorkij. Lui ebbe un’infanzia terribile, sguattero qui e là, la fame, la cacciata di casa a undici anni, il nonno-orco, i padroni-aguzzini e quelle dannate verghe di salice sulla schiena… Un giorno, i medici gli estrassero quarantatré aghi di salice dalle scapole. “Perché?”, gli chiesero. Lui rispose “La cera caduta dai candelabri, la cera raccolta dentro scatole di sardine”. Quando gli chiesero ulteriori spiegazioni, lui precisò che con quella cera avrebbe costruito altre candele, candele nuove, candele fiammanti. Così, di notte, ci sarebbe stata più luce per i suoi occhi, e per i vecchi giornali, le uniche cose che riusciva a leggere.
Il parco è una benedizione, dicevamo, come pure una maledizione da quando è divenuto il luogo più trendy della città. A chi interessa il look di moda, i migliori argomenti di discussione, gli svaghi meno banali, bisogna stare qua. Allora, Olga si spinge oltre i boschi e le colline della Val Krymsky, ai confini con il Neskuchny Sad, l’area verde che inizia proprio dove finisce il Gorkij, proprio di fianco al passaggio pedonale dove ci sono discese adatte ai pattinatori esperti come lei. E dove di magia ne rimane ancora.

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Dalla metro Park Kultury, imbocca il ponte e, dopo un rapido sguardo allo skyline, lo attraversa, e gira a sinistra, dal lato opposto rispetto alla galleria Tretyakov. La temperatura è bassa, meno quindici almeno. Nell’aria tersa, trasparente come il vetro, galleggia una neve finissima, leggera, soffice come farina, che davanti agli occhi si trasforma in riflessi opalescenti, dorati, per via del sole basso all’orizzonte. Guanti, sciarpa, berretto. Solo per un istante ha il naso pieno dell’odore del thè speziato alla cannella che svapora da un chiosco con davanti la solita fila di congelati, ma è solo un attimo, appunto, velocissima già sfreccia oltre il sentiero centrale, lasciandosi dietro una nuvola di detriti ghiacciati. Supera il Rollercoaster sempre frequentato, supera l’OK-TVA del Programma Buran, “l’esperienza cosmonautica”, supera l’enorme ruota panoramica, la nave affondata, la luna e il faro sopra i quali, dentro i quali i bambini si attardano, allora le mamme si disperano. Dove in estate si naviga o si pagaia, sul laghetto interno, adesso ci sono i pattinatori della domenica, o forse quelli più incoscienti. Con impercettibili piegamenti a destra e a sinistra, schiva gli alberi, sempre meno radi. Anche la pista si restringe, è giunto il momento di rallentare. Poco male, l’arrivo l’attende, ormai, a poche centinaia di metri.
Il posto, il suo posto speciale, sta al confine con il Neskuchny Sad, in quel punto del parco quasi a contatto con la Moscova. In questo punto, il suo posto, il Gorkij e la Moscova sono vicinissimi, davvero. Tanto che un tempo, così gli raccontò un anziano custode, prima della ristrutturazione degli anni ’90, in certe stagioni dell’anno il fiume straripava allagando tutto il settore. Oggi una simile osmosi non sarebbe possibile, perché dove prima c’era solo un pendio adesso hanno eretto una gradinata rialzata, e nemmeno con le piene peggiori la Moscova riuscirebbe a oltrepassare lo sbarramento di cemento. Tutto è regolare, adesso, non esiste il pericolo della sommersione.
Olga si gira di fianco, inchioda le lame. Il suo respiro, appena accelerato, rilascia piccoli sbuffi nell’aria satura di nevischio polverizzato. Dall’altra parte, alla base della gradinata, la Moscova sonnecchia, immobile, ricoperta dal sudario di ghiaccio.
Non lo ammetterà di certo oggi, ma la barriera di cemento la tranquillizza. L’acqua le mette addosso un’inquietudine irrefrenabile; ha paura, dell’acqua, questa è la verità.
Appoggiata a un tronco, via il primo pattino, poi il secondo, quindi infila gli scarponcini estratti dallo zainetto che aveva sulle spalle. Scavalca il bordo, scende un paio di gradini innevati e resta così, impalata, ritta, a guardare la mobile corazza bianchiccia. Trascorrono dieci secondi, forse venti, l’avvolge un silenzio irreale. Dall’altra parte del fiume non giungono rumori, come se tra lei e il resto della città ci fosse uno schermo invisibile.
⎼ Ciao, Olga ⎼.

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⎼ Ciao, Olga ⎼.
⎼ Chi sei, tu? ⎼, domanda brusca la ragazza all’uomo sbucato all’improvviso da dietro l’ultimo cespuglio, prima della piccola radura antistante la gradinata. L’uomo indossa una strana e ridicola tuta di lana grezza dello stesso candore dello sfondo, mentre di marrone scuro sono, rispettivamente, gli stivali alti, il giubbotto di pelle abbottonato, e una strana cuffietta da aviatore anteguerra. Lo stesso anacronistici le sembrano gli occhialoni bordati di gomma, poggiati appena sopra la visiera della cuffietta.
⎼ Dai, Olga, salta ⎼.
⎼ Eh? ⎼, risponde lei, ancora distratta dall’inaspettata intrusione.
⎼ Io mi chiamo Samson Gljazer ⎼, dice adesso l’uomo.
⎼ E cosa vorrebbe da me, signor Samson? ⎼, chiede Olga, la voce incrinata. L’uomo se ne accorge, allarga le braccia.
⎼ Tranquilla ragazza, non ho brutte idee, anzi… Sai, io questo posto lo conosco molto bene… Io sono stato il primo allenatore ed arbitro della scuola di pattinaggio che aprì nel parco il 1931 ⎼.
⎼ Ah si? ⎼ aggiunge la ragazza, ancora guardinga per la presenza di un estraneo in un luogo desolato, piuttosto che attenta al senso delle parole da lui pronunciate. Il fatto è che si trova in una posizione scomoda; l’uomo le sbarra il passo verso la terra asciutta, mentre alle spalle ha il fiume.
⎼ Forza, vieni su, non ti succederà nulla ⎼, e così dicendo lui si avvicina alla gradinata, tende il braccio e le intima di prendergli la mano. Dopo un ulteriore tentennamento, si fa coraggio e gliela afferra. La presa esercitata sulle sue dita è forte, ma non dolorosa.
⎼ Tu scrivi, vero? ⎼, continua Samson, a bruciapelo, mentre, dopo qualche passo, hanno raggiunto lo zainetto poggiato sulla biforcazione di un tronco.

⎼ E come lo saprebbe, lei? ⎼, risponde stizzita, Olga, che per un momento, un singolo momento, aveva corrisposto la stretta dell’uomo.
⎼ Oh, questa è facile… Spesso ti vedo seduta qua, con il tuo blocchetto, che prendi appunti… Si vede lontano un miglio che sei una scrittrice… Io ti vedo durante il giro di ricognizione; e sai cosa vedo? Vedo una scrittrice triste. Una scrittrice bloccata ⎼.
⎼ Mi dice, una buona volta, cosa vuole da me? E poi, quali sarebbero le ragioni di questo interrogatorio? ⎼, l’apostrofa Olga, allontanandosi bruscamente da lui. Inizia ad avere paura, perché non ha i pattini ai piedi. E, senza pattini, niente fuga.
⎼ Cara ragazza, io vorrei solo che tu saltassi ⎼ continua lui, ridicolo nel suo costume atletico, tanto simile a quello che avrebbero sfoggiato gli incursori della RAF, quando gli aerei andavano ancora ad elica.
⎼ Ma saltare da dove, e verso dove… E soprattutto, perché? ⎼, continua Olga, ma senza un’autentica volontà oppositiva, in attesa di ulteriori chiarimenti dal bizzarro soggetto che sembra sbucato dal nulla.
⎼ Verso la Moscova… Forza, rimetti i pattini, prendi la rincorsa e bum, lanciati sulla Moscova… Vai laggiù, e pattina sull’acqua ghiacciata, senza più l’obbligo dei sentieri stretti, e delle curve a gomito… Ti ho visto, sai? Lo so che sei brava, che vai come un missile… Lo so che soffri gli spazi angusti, lo so che ti danno fastidio i luoghi affollati… Tu sei una persona libera, giusto? Nel corpo e nella mente, però non vieni ancora fuori dalla gabbia… Allora, io ti chiedo, ragazza: che persona sarai? Che scrittrice diventerai? Continuerai così, rispettando il compitino che ti daranno, oppure avrai il coraggio delle tue idee? ⎼. Gli occhi di lui, adesso, sono iniettati di sangue, d’un rosso accesissimo, ancora più acceso in contrasto alla nevicata che aumenta d’intensità.
⎼ E cosa c’entrerebbe il mio salto con la libertà? ⎼, azzarda Olga, aggrappandosi all’unico barbaglio di logicità che, a fatica, ancora spunta dalla situazione irreale in cui si trova.
⎼ C’entra, c’entra… Nel momento in cui tu salterai, ti aspetterà un futuro di idee chiare, alle quali darai voce attraverso parole nette, colorate, indimenticabili ⎼.
⎼ E se non saltassi, se non volessi saltare? ⎼, gli domanda, baldanzosa, la ragazza, le cui mani sono di nuovo calde.
⎼ Così come non salterai, altrettanto non scriverai… O meglio, forse scriverai, ma solo concetti confusi, deboli, espressione di opportunismo e paura… Tu magari scriverai, ma scriverai per il capriccio del potente di turno che ti detterà la trama… Sarai condannata all’anonimato, alla mediocrità; il tuo passaggio sui fogli di questo pianeta sarà nient’altro che uno scarabocchio incomprensibile… Tu auguri una vita così, a te stessa? Davvero? Baratteresti la limpida luce dell’originalità con la rassicurante penombra dell’omologazione? ⎼.
⎼ Tre metri! Io dovrei saltare tre metri! Se ne vada al diavolo, per favore! ⎼.
⎼ Dunque non salterai, eh? Non salterai? ⎼, incalza lui.
⎼ Certo che non salterò… Non ci penso proprio ⎼, ribadisce, granitica, Olga.
⎼ Ecco! Ecco i giovani d’oggi! Rammolliti, fifoni! La letteratura è morta, e noi con essa! ⎼.
⎼ Ma chi è lei, davvero? ⎼, domanda Olga all’uomo che, in tutta fretta, si sta dileguando tra i rami intirizziti dal gelo siberiano.
⎼ La tua coscienza, ciccia ⎼.

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