Disseminazioni/ Capitolo 18

Camaleoseppia

di Aldo Di Virgilio

Che fanno gli scrittori, eh? Che fanno? Voglio dire: la loro scrittura cosa ha dietro, sotto?
Osservateli, osservateli bene alle presentazioni dei libri, in televisione e alle manifestazioni culturali, gonfi e tronfi come galli cedroni mentre gli domandano questo e quello; magari le loro parole hanno pure un senso, tuttavia quello che più traspare è il bisogno di appagamento del proprio ego, perennemente alla ricerca di una conferma alla propria grandezza spirituale e levatura morale. Un mero pavoneggiamento estetico, insomma.
Li sento parlare spesso, i suddetti fregnoni, sulla necessità del rispetto che a loro deve la massa, essendo essi gli unici indottrinatori collettivi, anche se poi, stringendo, tu proprio non lo capisci quali sarebbero i preziosissimi insegnamenti che la menzionata plebaglia dovrebbe evincere da tali messaggi narrativi. Dico questo perché i cosiddetti “prodotti letterari” di cui costoro si fregiano, non sono altro che deliri autoreferenziali senza costrutto o, come dicono delle loro opere, “puri afflati”, che in virtù di cotanta definizione dovrebbero contribuire al progresso dell’umanità. Invece si tratta, amici miei, di veri mattonacci indigeribili, spesso scritti in quattr’e quattr’otto, dando sfogo al capriccio del momento; e ti viene voglia, giuro, di fargli pure una pernacchia sul naso. Se, magari, si fosse trattato di un’opera complessa, ragionata, frutto di studi, di consultazione di testi antichi avvenuti oltremanica o addirittura oltreoceano, tu potresti anche concedergliela un’apertura di credito, che tradotta in termini letterari significherebbe lo sguardo fugace dell’incipit; perché sappiamo come funziona oggi, amici miei, ci sono talmente tante tonnellate di scrittori che di scrittori, in pratica, non ce ne sono più.
Quello che intendo, che voglio intendere, è l’assoluta indifferenza del sempre più esiguo popolo dei lettori rispetto ad un’offerta talmente abbondante da risultare nauseante, eppure il suddetto allarmante squilibrio numerico non perturba affatto le granitiche personalità dei moderni aedi, che imperterriti continuano, come dicevamo, nel loro solitario vaticinio.
Io non lo so a cosa risalga tanta imperturbabile ostinazione, se all’odierno narcisismo od all’acuita incomunicabilità reale generata dalle comunicazioni virtuali; in realtà, riflettendoci sopra, il problema in fondo non è così grave, basterebbe l’adozione di una semplice strategia per un rinnovato inturgidimento dell’interesse verso i letterati.
Il vero potere delle parole, come da sempre sostengo, sta nella loro neutralità.
Le parole sono dei veicoli destinati al trasporto dei concetti che si trovano all’interno, funzionano prima come la pelle della seppia, e poi come la pelle del camaleonte… Ne verrebbe fuori questo strano animale, insomma, la camaleoseppia. Se ci pensate bene, insomma, le parole funzionano così, innanzitutto conformano la propria struttura esterna al senso in esso presente, e poi, una volta messe insieme e ricombinate, ne generano un altro, diverso dai singoli significati singolarmente trasportati. Hanno per natura, insomma, l’attitudine all’adeguamento e al trasformismo, a mimetizzarsi su qualsiasi fondo ma nello stesso a crearne nuovi, di sfondi; e tutto questo ha una valenza particolare soprattutto nei confronti di chi le scrive.
Lo scrittore, consapevole della doppia natura delle parole, considerato che il suo obiettivo è la persuasione del lettore, lo raggiungerà potenziando entrambe le attitudini, ovvero l’effetto seppia (la maggior aderenza possibile tra singola parola e singolo significato), e il successivo effetto camaleonte (nascita di nuovi significati dalla ricombinazione e concatenazione delle singole parole). In pratica, ciò si traduce in semplicità (effetto seppia) della singola parola, e in comprensibilità (effetto camaleonte) di un determinato gruppo di parole.
Dalla parte del lettore, ciò si traduce nella lettura di parole dal significato semplice, che gli arriveranno subito al cervello, per cui non si sentirà minacciato, oltraggiato o, cosa più seria, manipolato. La successiva scommessa, o l’unica ambizione perseguibile, è che quel significato semplice attecchisca nel maggior numero di possibile di lettori, insieme al significato di secondo livello, ovvero quello che risulta dall’intreccio dei singoli significati. Questo, ovvero l’autentico messaggio che lo scrittore intendeva proporre, può essere altrettanto semplice quanto il singolo significato, oppure molto più complesso del singolo significato, ma non importa, okkei? Ciò che conta è l’avvenuto accoglimento, nella mente del ricevente, dei singoli, semplici significati, perché il senso di livello superiore sarà nascosto dalla concatenazione, che non si percepirà se non all’esito di un’attenta analisi del tessuto narrativo.
È importantissimo che lo schema della scrittura segua il descritto protocollo; l’allergia all’ordinario, la mancanza di tempo e il sovraccarico di informazioni offerte da queste batterie di mass media costringono il lettore ad analisi rapidissime e sommarie dei testi loro offerti, con esiti fatalmente negativi anche qualora i significati di base ambiscano seppur di pochissimo alla complessità.

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