Disseminazioni/ Capitolo 2


La culla dell’ispirazione

di Aldo Di Virgilio

Esiste un’ora particolare, per tutti i sognatori, sospesa tra la veglia ed il sonno, dove le idee fioccano, eccome. Durante questa ora, dopo pranzo, che gli occhi si chiudono senza che la coscienza ci abbandoni ancora, siamo noi, certo, ma senza le convenzioni sociali o i blocchi interiori o i condizionamenti educativi della prima giovinezza, capaci di sopprimere le nostre più autentiche e profonde pulsioni.
Durante questa ora, dopo pranzo, o al tramonto, siamo noi, certo, gli scapestrati che da piccoli mangiavano la terra e si arrampicavano sugli alberi, per cui siamo bravissimi nell’accalappiamento di quella parte leggiadra e fantastica della nostra vita, quando i sogni si fanno nitidi e verosimili; dignitosi, degni, meritevoli di attenzione. Durante questo passaggio dalla coscienza all’incoscienza siamo ingegneri, architetti, trasvolatori oceanici, esploratori antartici, minatori, ballerini di flamenco, trapezisti, compositori di sinfonie, ufficiali di vascelli, marini e spaziali, insomma tutto diventa possibile, e concepibile, e raccontabile quando stiamo lì, stravaccati sul divano o sull’amaca, il cappello sulla faccia, la copertina addosso, con il vento che ci accarezza la pelle.
Noi tuteliamo, dobbiamo tutelare questi momenti di sublime abbandono a tutti i costi, perché se l’ispirazione può arrivare durante lo stato di veglia a causa di un evento fortuito, spiacevole o piacevole, e quindi raro, durante i momenti di sospensione spazio-temporale dovute al sonno che avanza ciò che esiste e governa è unicamente la parte sognante degli esseri umani, dove noi siamo ciò che avremmo voluto essere e non siamo mai stati; e cosa scriviamo, noi, se non la parte irrisolta di noi stessi? Allora, vicino al divano, od all’amaca, teniamo sempre pronto un taccuino dove imprimere, appena desti, il pensiero fuggevole, la nuvola di vapore verbale, altrimenti la perderemo per sempre. Sappiatelo, amici miei, il sogno scorre come l’acqua del fiume, dunque non si ripresenta uguale a come si presentò il tramonto precedente. Si tratta di un mondo misterioso, inafferrabile, che non concede ulteriori occasioni. Allora io consiglio, oltre alla presenza degli adeguati dispositivi imbrigliatori (carta e penna) anche la sistematicità del comportamento. Ovvero, tradotto, ognuno di noi dovrebbe concedersi periodiche pennichelle pomeridiane, post-prandiali o pre-serali, vedete voi, con l’obiettivo, oltre al riposo che rinfresca la prontezza sinapsiale, pure dell’acchiappamento del giusto pensiero, della giusta immagine, della frase più opportuna. Dovremmo considerarci, insomma, come dei pescatori, che ogni giorno, alla tal ora, si siedono in riva al fiume dell’immaginario e vi gettano l’esca, in attesa che il pesce abbocchi. A pensarci bene, ne converrete, qualcuno storcerà il naso ritenendola un’ignobile perdita di tempo in questa civiltà delle accelerazioni senza tregua eppure io vi dico, vi voglio dire, che si sbagliano alla grande. Ho sperimentato su me stesso la suddetta tecnica, e non ha nulla di disdicevole se condotta all’infuori dell’orario di lavoro. Anzi, è stato lo stesso lavoro a guadagnarne in efficienza, dato che una mente orientata e sacrificata solo al lavoro è destinata, purtroppo, all’inaridimento. E non parlo solo del lavoro più contiguo all’argomento di cui parliamo (il lavoro giornalistico, il lavoro narrativo), ma parlo anche di qualsiasi altro lavoro. Se nell’attività che conduci, tipo saldatura, muratura e quant’altro, ci inietti sostanze fantasiose, ti imbatterai in soluzioni a problemi diversamente irrisolvibili, capito? Porsi al servizio del proprio inconscio, non inibirlo o negarlo, mica è utile solo agli scrittori…

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