Disseminazioni/ Capitolo 20

Pagine 441, 442

di Aldo Di Virgilio

Io pensavo che questo fosse un argomento come tanti altri argomenti che ad uno scrittore tocca prima o poi di affrontare durante la propria carriera lavorativa, perché, come in una palestra, diventa una statua greca solo chi ha eseguito tutti i tipi di esercizi ginnici con ogni attrezzo possibile.
Io credevo, forse ingenuamente, che quando si arriva al punto di autoattribuirsi la qualifica di “scrittore”, magari perché hai pubblicato un libro o due, altrettanto in automatico scenderebbe dal cielo una specie di benedizione, la propensione alla trattazione universalistica degli argomenti, per cui ci sentiremmo in grado di affrontare qualsiasi genere letterario, noir, fantasy, giallo, erotico, storico, saggistica, attualità, gossip e quant’altro.
Certo, non nego la fondatezza di questa teoria; d’altronde, se ci intestardissimo solo su un tipo piuttosto che su un altro, non è escluso che diventeremmo dei noiosissimi produttori rotocalcheschi, con la stessa capacità emozionativa dei necrologi. Al contrario, gli oppositori alla menzionata teoria sostengono che il multigenerismo è un’ambizione vana, soprattutto in quest’epoca di super specializzazioni. Quindi, a meno che uno non ami l’autolesionismo, occorrerebbe concentrarsi solo sulla propria inclinazione predominante, ovvero se sei un archeologo, scrivi romanzi storici e basta, capito?
Fino a poco tempo fa, avrei senz’altro appoggiato la prima corrente, quella dello scrittore universale capace di qualsiasi impresa e, relativamente alla mia personale esperienza, mi mancava solo uno specifico settore da esplorare, quello dell’ultraviolenza, dopo la quale non ci sarebbero stati più dubbi. Come sempre, come ovvio e come d’obbligo, ho acquistato una serie di libri attinenti l’argomento a titolo documentale, tra i quali è capitato American Psycho di Bret Easton Ellis, nell’Edizione Einaudi Tascabili 2001.
Sin dalle prime pagine si evince un’assoluta familiarità dell’autore con quanto mi interessava sapere, anche se le scene scabrose non rappresentano certamente la regolarità, anzi risultano ben dosate e non soffocano la trama, dalla quale emerge innanzitutto la bipolarità di cui è malato il protagonista, che oscilla tra il mondo patinato dei roof garden newyorkesi e i sobborghi malfamati dove stupra e uccide giovani ragazze. La simpatia verso Patrick Bateman è stata pressoché immediata; nei suoi atti scriteriati ho ritrovato un pallido riflesso di quella parte oscura presente in ognuno di noi, che affonda le radici in un remotissimo passato preistorico dove l’unica legge valida era la sopravvivenza a scapito dei propri simili. Insomma, l’empatia nata con l’autore mi incoraggiava verso questo percorso narrativo, essendo accomunati, io, lui e chissà quanti altri, dal sottobosco irrazionale sepolto nel cervello rettiliano.
Dicevo a me stesso, insomma, che anche io avrei tranquillamente scritto di ultraviolenza, se quella era l’ultraviolenza; fin quando, ahimé, ho incrociato il capitolo Prova a cucinare e mangiare una ragazza.
Il primo impatto è stato un profondo, nauseante, scioccante e morboso schifo, una sensazione di una tale intensità non l’avevo mai provata prima. Davanti ai miei occhi si srotolavano immagini di una crudeltà inaudita, al punto che gli odori della morte e della decomposizione mi hanno invaso le narici in maniera tangibile. Ho riletto più volte queste due, memorabili pagine, incredulo che un essere umano, prima che uno scrittore, potesse raggiungere tali vertici di negatività. Infatti, sebbene mi ritenga portatore di inesauribili serbatoi magmatici, nemmeno tra cent’anni avrei scritto pagine così, per il semplice fatto che esse sono collocate all’esterno rispetto alle mie percezioni. Anzi, direi che esse oggi non appartengono, né apparterranno domani, al mio sistema di vita. Insomma, per quanto ci sforzeremo ampliando il nostro bagaglio di esperienze e conoscenze, esiste un limite invalicabile rispetto alle storie che ci sono concesse, limite che è segnato dalla sensibilità personale. E in effetti, riflettendoci bene sopra, l’incontro tra noi e un qualsiasi genere letterario non è casuale, è il risultato della chimica, funziona come l’amore, siamo attratti da ciò che ci è affine. Se così non accadesse, ne sarebbe pregiudicata la stessa fluidità della narrazione, che piuttosto assomiglierebbe a un meccanismo ingrippato da mille granelli di sabbia. Ne consegue, amici, l’assoggettamento del suddetto Alduccio alla categoria dei romanticoni, va bene?

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