Disseminazioni/ Capitolo 21

Apocrineide

di Aldo Di Virgilio

Non è tanto per l’olio di palma che aleggia per la strada che di filato ci conduce al primo banchetto dove la donna bahiana vende l’acarajé; ci somiglia l’abarà, che però non è fritto, è bollito. Piatti prelibati, che sono l’alimento principale delle divinità del Candomblé.
Qui si incrociano i sapori delle terre del Portogallo, dell’Asia e dell’Europa insieme a quelli della costa africana, zuppe di pesce, stufati di carne accompagnati da birra fredda o caipirinha e la festa sarà finita solo con i deliziosi bolinho de estudante eppure non è per questo, certamente no.
Oppure, dopo un gustoso paté di gombo, calamari e merluzzo, accompagnato da fagioli neri e porridge di manioca, ci confonderemmo volentieri tra i ballerini di capoeira e samba, il cui ritmo è sostenibile almeno accettando un bicchierino di cachaça, il rum fatto in casa dalla popolazione locale, che mal sopporterebbe un rifiuto; bisogna immolarsi nell’attesa, un’attesa che non finisce mai ed anche la saudade non finisce mai, quella ti si attorciglia alle budella. Insomma, non è tanto per questo, neanche questo è sufficiente.
Oltre al samba, la bossa nova, il carnevale, il reggae, l’afoxé e il forrò, Salvador di Bahia ci ha donato Gilberto Gil, che ha nel cuore il rumore delle onde infrante sulla spiaggia, e nella testa le orchestre di Candonblé che rullano le atabaques, ed altri giganti dello spartito come Caetano Veloso, Daniela Mercury, Gal Costa, Tom Zé, Ivete Sangalo compreso quell’altro cantore balneare, Vinicius De Moraes. La musica ti rapisce appena sali sul taxi, ai taxisti non frega chi sei, ascoltano la musica e cantano senza una pausa, e continuano pure dopo averti scaricato all’apice della salita che collega il Pelurinho al quartiere di Sant’Antonio, nella Cidade Alta, proprio quel giorno lì, il quarto venerdì di ogni mese, quando si celebra la festa della musica tra gazebo, tavolini di plastica e bombe telluriche ma non ci siamo ancora, oh, no; non è per questo.
Non è per questo che siamo venuti a Salvador di Bahia.
Il tassista ha scaricato di fianco all’Elevador Lacerda, l’ascensore che collega il vecchio porto alla piazza da , ovvero la Cattedrale, la , come si dice in portoghese, inaugurata nel 1868 e in seguito modificata, che si trova nel Terreiro do Jesus mentre di fronte abbiamo la chiesa di San Francesco, un autentico gioiello aureo. L’interno, sappiatelo, fu interamente scolpito dagli schiavi neri, i quali, per vendetta, alterarono i connotati dei cherubini. Certo, ci fermeremmo volentieri ad ammirare simile capolavoro ma non è questa, ricordiamolo ancora, la ragione della nostra visita, la ragione della nostra visita ci attende pià in basso, lungo la Ladeira do Pelourinho, al numero 68. L’uomo qualunque, l’uomo della strada, sapendo che io scrivo, chiederebbe come mai mi sono fermato innanzi a questo civico, considerato che il figlio prediletto di Bahia, lo scrittore Jorge Amado, ha il proprio santuario più in basso, nel Largo Pelourinho, dove ha sede la Fundaçao Casa de Jorge Amado. Ebbene, caro uomo della strada, adesso non è proprio il momento, va bene? Il cuore mi batte all’impazzata e non ho occhi che per il gigantesco casermone davanti a me, il casermone numerato 68.
Perché, cari miei, e tu, amico della strada, se io da Roma ho preso un aereo ed ho volato venti ore attraverso l’oceano per atterrare il un luogo così lontano dalle mie abitudini è stato solo per vivere questo momento, capito? Per restarmene impalato davanti al portone anonimo dall’altra parte della ladeira mentre, in mezzo, infuria la tempesta di persone colorate che sfrecciano in salita ed in discesa sventolando bandiere e suonando le azulejas o dimenando le chiappe.
Sono arrivato, finalmente, davanti al numero civico 68 della Ladeira do Pelourinho.
Insomma, mi trovo di fronte allo stabile dove Jorge Amado ambientò uno dei suoi romanzi più fortunati, Sudore.
Certo, agli occhi dei più, dei famosi uomini della strada, il suddetto palazzone risulterebbe un semplice palazzone e basta, anonimo, addirittura brutto, quindi la maggior parte di loro direbbe che solo la gente strana si ferma a fissare qualcosa che non merita affatto tanta fissità di sguardi… Poveretti! Magari, se si trattasse di un qualsiasi palazzone io gli darei pure ragione ma qui, ragazzi miei, abbiamo quel luogo dove è stata immortalata, come nessuno scrittore aveva mai fatto prima e mai farà dopo, l’idea stessa del sudore.
Amado, cantore del disagio sociale della sua epoca, scrisse come scrisse con il principale intento della denuncia didascalica, lui voleva sensibilizzare il governo sulle allucinanti condizioni di vita e lavoro che pativano i sottoproletari che bazzicavano il porto di Bahia, e la descrizione della sporcizia, e quindi del sudore in tutte le sue sfaccettature, era perfettamente funzionale al raggiungimento di questo obiettivo, dato che non esiste nulla di più immondo e schifoso del sudore puzzolente, nulla al mondo che spieghi meglio la disgrazia umana, il suo status di abiezione e povertà.
Amado raggiunse senz’altro il suo obiettivo moralizzatore, pubblicò scritti a tal punto rivoluzionari da causargli l’arresto e l’esilio, e poté tornare in Brasile solo in tarda età; ma io, adesso lo confesso, non sono venuto in Brasile sulle tracce della sua militanza comunista… Io sono venuto qui per il sudore.
Già… Per il sudore in senso oggettivo.
Lo ha descritto con una tale ricchezza di particolari, con una tale pirotecnica fantasia da renderlo vivo, insomma, al pari dei personaggi ai quali li abbinava. Anzi, direi che più che le descrizioni fisiche o psicologiche, erano le descrizioni olfattive a meglio delineare le loro caratteristiche. Puzze calde, floreali, puzze acide, puzze brune, al sapore di cioccolato, frizzanti, romantiche. Puzze che, così descritte, quando le lessi mi suggestionarono al punto da immaginare un mondo popolato da scie odorose, e dunque da personaggi che riconoscevi anche tenendo gli occhi chiusi. Ed eccomi qua, allora, immobile, con il mento alto e le narici particolarmente spalancate mentre davanti mi passano le ballerine o i suonatori di azulejas, rintracciando nell’essudato delle loro ghiandole apocrine una seppur flebile memoria di quelle gloriose vicende portuali.
E così, mentre sono intento in questa particolare ricerca, penso all’imprevedibilità della scrittura. La parola è come un seme nascosto nel deserto; rimane lì, quieto, anche per anni, poi arriva la pioggia e si trasforma in una timida piantina, che magari si trasformerà in un albero rigoglioso.

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