Disseminazioni/ Capitolo 22

Cavalli di Troia

Storia (verosimile) di una denuncia immaginaria
di Aldo Di Virgilio

In giro se ne sentono di tutti i tipi, e non parlo tanto dei reati comuni, quelli si commettono dalla notte dei tempi e in qualche maniera ti ci abitui; voglio dire che un omicidio è stato considerato un omicidio sia sotto Hammurabi sia sotto Napoleone, e così funziona pure oggi, il livello di reazione, a parte gli abissi culturali, è sempre lo stesso, uh poverino eccetera. Si tratta di un atteggiamento comprensibile, in fondo l’interessato risulta semplicemente l’ennesimo estraneo incappato in chissà quale accidente per cui buonanotte ai suonatori, okkei? In questa epoca di esplosioni demografiche uno più o uno meno, nel segreto della nostra mente cinica, non fa differenza.
Invece, amici miei, quello che proprio non mandiamo giù sono quegli altri reati, quelli scollegati dalla persona fisica, quelli dove la gente con il potere frega i soldi ai poveracci, e non importa che sia il potere pubblico o il potere privato; perché, lo sappiamo, oggigiorno la moneta conta più della vita umana. In casi del genere, da quello che sento, a molti viene voglia di mandarli alla gogna ai manigoldi in oggetto, e io sono tra i suddetti esagitati. Magari dipenderà pure dal fatto che lavoro nello Stato, cioè, oltre che scrittore e giornalista sono pure un dipendente pubblico, quindi mi carico sul groppone ogni santa lamentela volante. Sono fatto così, ho continui sensi di colpa, ho la sindrome del mastro pagatore, mettetela come vi pare, comunque sia mi sento responsabile per qualsiasi fregnaccia commessa dai miei colleghi ovunque si trovino, in Sicilia o in Lombardia è la stessa cosa. Ne consegue, amici miei, una necessità continua ed impellente di dimostrare al mondo la mia lontananza dai fannulloni e dagli approfittatori che come avvoltoi pasteggiano sulla carcassa della pubblica amministrazione; e una tale necessità non poteva essere soddisfatta se non scrivendo, in virtù della mia doppia funzione, articoli che condannino violentemente il malcostume.
Certo, io sono un giornalista pubblicista, un giornalista non professionista, insomma io conosco le regole generali del comportamento professionale senza però avere l’esperienza sufficiente che solo il lavoro quotidiano sul campo ti può dare; quindi, qualche tempo fa, ho commesso un errore.
Insomma, ho fatto una bella scemenza.
Una stronzata, detto semplice.
Insomma, è successo che, in preda alla rabbia vendicatrice, mi sono indignato per un fatto di cronaca sentito in televisione, il politico di turno accusato per le solite mazzette eccetera. In preda all’impeto, sono andato su internet, e, dopo una rapida e sommaria ricerca, ho buttato giù il pezzo più inquisitorio che mi veniva, accusando il tizio delle peggiori nefandezze basandomi unicamente sulle scarne informazioni raccolte come appena detto, quindi è andato pubblicato sul blog che accoglie i miei pezzi. Sebbene il tono delle parole fosse piuttosto aggressivo, rimanevo tranquillo perché la veridicità delle affermazioni l’avevo attestata paragonando vari siti che confermavano la notizia, sebbene con qualche sfumatura diversa tra le une e le altre versioni.
A quel punto la mia sete di vendetta risultava placata, d’altronde non era la prima volta che mettevo in moto un tipo di procedimento reattivo così di fronte all’ennesima ingiustizia amministrativa, e passai oltre, diretto verso altre magagne da scovare senonché, alcuni giorni dopo, il mio editore mi comunicò l’arrivo di una lettera da un avvocato, che preannunciava una querela a mio carico e del blog, prospettando un danno all’immagine del suo cliente all’esito dell’articolo da me scritto, una vera e propria forma di sciacallaggio mediatico.
La mia reazione non è stata di sorpresa o rabbia; mi ha invaso un immediato terrore. Già  prefiguravo l’espulsione dall’albo, una richiesta milionaria di risarcimento del danno, il blocco dei conto corrente, la vendita all’asta della casa, lo stigma sociale, l’esilio, la povertà, la morte spirituale e quindi quella fisica in un’isola deserta. Quando la morsa della paura allentava un poco la presa sui muscoli, mi chiedevo, stupefatto, questa volta sì, le ragioni di una così radicale e inappellabile autocensura, se non mi ero dato nemmeno un’occasione di assoluzione, o al limite un’attenuante. Il problema, come mi è successo altre volte nella vita, e un senso dell’onore che incide molto a livello subliminale. Me ne accorsi appena dopo la notizia della denuncia, della non obiettività dell’articolo scritto contro il politico di turno, e di cui ero comunque consapevole a livello inconscio. Fa comodo non vedere in faccia la realtà, quando la verità è scomoda, antipatica, e semplicemente voltiamo la testa dall’altra parte, sperando in una congiuntura favorevole del piano astrale. E la fatica, la scomodità nel caso concreto dipendevano da un articolo scritto senza la doverosa istruttoria, ed in cuor mio lo sapevo. Era andato tutto troppo liscio durante la ricerca in rete della notizia, troppo semplici le congruenze riscontrate per non nutrire dubbi in merito alla veridicità della fonte. Si trattava di una lettera in realtà solo minatoria, era possibile anche che non mi avrebbero denunciato sul serio, o addirittura era anche possibile che la mia ricostruzione, di dritto o di storto, non si discostasse molto dalla realtà e che quindi l’azione del politico e del suo legale rappresentassero solo una tattica intimidatoria per indurmi alla smentita: rimaneva comunque che, al di là di possibili scappatoie, la coscienza aveva richiamato la mia attenzione su un certo aspetto del comportamento che stava generando tutti quei guai, ovvero la superficialità.
Il tempo complessivo della ricerca, effettuata dal computer casalingo, era durata meno di un’oretta; non avevo guidato l’auto lungo impervie strade di montagna, non avevo intervistato un dittatore sudamericano, non avevo effettuato ricerche presso l’Archivio di Stato spulciando polverosi testi antichi, né la mafia e nemmeno la camorra mi avevano puntato un coltello alla gola, dopo aver minacciato i loro affari… Niente di niente, nessuna goccia di sudore, nessuna notte insonne, nessuno sforzo fisico, nessuna tensione emotiva. Osservato da questa angolazione ortodossa, il lavoro ricostruttivo che avevo compiuto faceva veramente schifo, e così ho pensato: ma davvero il mestiere dei giornalisti si è ridotto ad una banale panoramica dei siti internet? Partendo dalla notizia di attualità più recente che mi è capitata, ho fatto un esperimento, ho cercato una qualsiasi, ma specifica notizia nelle pagine virtuali dei giornali nazionali e locali. Il risultato è stato davvero scioccante, nel senso che le testate, a prescindere dalla grandezza, l’hanno sempre riportata nello stesso formato. Voglio dire, amici, che i giornalisti virtuali hanno utilizzato sempre le medesime parole, e verbi, in sequenza omologa… Insomma, un unico comunicato stampa ripetuto all’infinito, un mero copia e incolla emigrato da una pagina all’altra dei giornali, senza che alcuno si preoccupasse di mutare una virgola, un punto, che ne so. Una totale assenza di vergogna nella infinita riproduzione della replica, capito?
Oggigiorno dicono che nella comunicazione vincerebbe chi semplifica puntando sulla cosiddetta “narrazione emotiva”, quella in grado di rimestare nel torbido delle nostre anime fino a riportare a galla la reazione elementare, alla quale nessuno di noi è estraneo, per cui, dopo, proveremo quella inebriante sensazione di vitalità, ormai l’unica droga che non ci si assuefa in questo mondo anestetizzato. I luoghi dove più degli altri la narrazione emotiva prolifica oscenamente sono i social, grazie alla cosiddetta disintermediazione, figura retorica della manipolazione collettiva consistente nella cacciata a calci in culo dei giornalisti, degli scrittori e degli insegnanti quali veicolatori istituzionali delle notizie dai canali di immissione al pubblico.
Lo sappiamo come succede, no? Un qualsiasi cretino si sveglia la mattina, accende lo smartphone e inizia a pontificare su questo o quello, molto spesso senza avere la minima preparazione culturale per affrontare il determinato argomento X, come i vaccini, per esempio, intorno ai quali tutti si sentono di dovere esprimere la loro “autorevole” opinione sebbene non abbiano mai visto in vita loro un testo di medicina, nemmeno con il binocolo. E da lì, poi, da quella semplice considerazione espressa dall’ultima ruota del carro, va magari a svilupparsi un’accesissima discussione che riscalda gli animi ed annebbia il cervello, fino a tradursi, al colmo della sciagura, in atti concreti, come indurre alla vaccinazione chi non doveva vaccinarsi ed il contrario, privare della vaccinazione chi invece ne aveva un assoluto bisogno.
Insomma voglio sostenere, ragazzi, e la mia sciagurata esperienza personale con il politico che si è arrabbiato per il mio articolo lo dimostra, l’assoluta necessarietà degli intermediari professionali tra il popolo e le notizie. I giornalisti, gli scrittori e gli insegnanti sono gli ultimi, strenui, difensori della verità, sempre che pure loro non siano inquinati dall’ideologia di turno. Essi hanno l’obbligo giuridico, ma soprattutto morale, di allontanarsi dalle percezioni, dalle impressioni, dalle chiacchiere da bar, dal pressappochismo, dai luoghi comuni. Essi, al centro del caos informativo che avvolge le persone come un nugolo di zanzare, stabiliscono la corretta gerarchia delle fonti, così tanto rimescolata dalla rete per cui, amici miei, datemi retta, non acquisite informazioni da internet e, tantomeno, non riproducetele semplicisticamente, giornalisti o scrittori che siete non ha importanza. Anzi, mi rivolgo soprattutto agli scrittori, i quali, non avendo obblighi deontologici tanto stringenti quanto i giornalisti, potrebbero combattere i disinformatori attraverso strumenti informativi alternativi che non sono, ovviamente, le false informazioni, bensì i cavalli di troia.
Mentre infatti il giornalista ha come unica arma a disposizione l’obiettività perseguibile attraverso una serie di riscontri, lo scrittore, grazie alla licenza poetica che gli è concessa, può addirittura negare la verità del fatto in senso stretto, per concentrarsi sul senso della storia che racconta, in modo da far rifluire la stessa verità per il tramite di altre strade. Questo sembrerebbe un ragionamento farraginoso, capzioso, contorto ma non è così perché, come sappiamo, molti non sopportano l’urto della verità nuda e cruda, preferendo che gliela si porga in maniera indiretta, va bene? Inserita in un involucro inoffensivo come una storia divertente, una storia paradossale, una storia d’amore, una storia di astronavi e rotte interstellari, elfi e draghi, una storia teatrale. Ecco, le persone gradiscono ingoiarsi la verità a patto di servirla come fosse una finzione, illudendosi così che non riguardi loro bensì qualcun altro. Il risultato finale è altrettanto soddisfacente, anzi senza le stesse velleitarie e ridicole pretese di obiettività che in alcune discussioni sui social pare intuirsi, le storie degli scrittori stimolano, ed anche in maniera piacevole, la zona emotiva del nostro cervello, dove rimarranno impresse per sempre, come un marchio a fuoco.

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