Disseminazioni/ Capitolo 23

Di Barù e degli altri uomini straordinari

di Aldo Di Virgilio

Questo Barù è nato sulle ginocchia di mia nonna, dove spesso mi allungavo che non avevo nemmeno quattro o cinque anni, mentre a bocca aperta l’ascoltavo raccontare storie ambientate nelle più tenebrose foreste equatoriali, in cima alle vette himalayane, al centro di tempeste e mareggiate forse correndo, nuotando, strisciando, chi lo sa. Mi ricordo che una volta il nostro Barù dentro una specie di cubo di vetro a reazione prima attraversava tutti gli oceani, e poi i cieli di tutti i paesi di questo pianeta, e io vidi tutto questo come se fossi stato un astronauta in periplo intorno al pianeta; un’autentica lezione di geografia dai risvolti divertenti, ma pure emozionanti perché, mi ricordo, avevo il battito accelerato. La nonna aveva una capacità narrativa impareggiabile, trasformava le parole in immagini nitide, mi portava a zonzo nei luoghi più remoti e intanto mescolava nozioni geografiche, storiche, politiche, quotidiane. La sua lingua era un rullatore che implacabilmente mescolava le sue conoscenze, tante o poche che fossero, fino a renderle una macedonia di suoni, profumi, dettagli, personaggi bizzarri, eroi, scorci di paesaggi, passioni travolgenti ma con al centro sempre il nostro mitico Barù, una specie di generale dai baffi impomatati e capelli e turbante, la pelle ambrata, lo sguardo magnetico.

Lei, anni dopo, quando ormai ero adulto, si divertiva a rammentare di quando, al termine dei racconti, me ne stavo ad occhi spalancati a fissare il vuoto, e nemmeno se mi strattonavano riuscivano a liberarmi dalla morsa dello stato catatonico. Io, se devo dire la verità, non mi ricordo affatto di questi esiti, forse perché ero ancora troppo piccolo; invece, ricordo con precisione i libri che andai a prendere il biblioteca e che lessi intorno ai dieci anni, “Ventimila leghe sotto i mari”, “Viaggio al centro della terra” ma soprattutto divorai i libri di Salgari ambientati in estremo oriente, le avventure di Sandokan e del suo alter ego cattivo, Soyodana. Erano storie che ebbero un effetto dirompente sulla mia fantasia, già eccitata e predisposta dopo i racconti della nonna, per cui imbattendomi in quei termini così esotici, rupie, curry, bajadera, i viaggi immaginari aumentarono sia in velocità che in intensità, tenevo il naso ficcato nelle pagine per intere giornate. Prendevo in mano il libro ed ero risucchiato, all’improvviso, dentro altri mondi che vivevo a tutti gli effetti mentre scorrevo lo sguardo sulle parole. Furono anni indimenticabili, e forse cruciali, perché da quel momento in poi il sogno, l’immaginazione, divennero presenze ineluttabili nella mia vita, che arricchendola di contenuti la rendevano meno crudele, squallida, al punto da non concepirsi l’una senza la presenza dell’altra.

La lettura dei libri innescò un circolo virtuoso, in essi cercavo, certo, l’evasione, ma nello stesso istante dentro di me convergeva un flusso enorme di ulteriori nozioni, per cui insieme alla capacità di sognare ed immaginare aumentava il mio bagaglio culturale, diventavo colto e fantasioso, fantasioso e colto. Assistevo, giorno dopo giorno, alla nascita ed alla crescita di questa struttura onirica, una specie di brodo primordiale ricchissimo di potenzialità che aspettava solo una miccia, un pretesto, per esplodere, e tanto avvenne quando capii l’importanza dell’esercizio creativo per la salvaguardia dell’equilibrio psichico.

Capitò, in pratica, che dopo le fatiche estenuanti di una laurea ottenuta a prezzo di enormi sacrifici dovuti alla mia ipovedenza, mi sentii completamente svuotato, scarico, molle, le batterie completamente a terra. Avevo raggiunto un obiettivo eccezionale, considerate le premesse negative e le forze avverse, eppure io non ne traevo alcun giovamento. Non me ne fregava una beata cippa della laurea, capito? ed il peggio era che non mi sembrava di aver fatto niente di niente, niente di eccezionale, insomma. Non mi sentivo dottore, non mi sentivo migliore, e nella mia mente andavano offuscandosi gli anni terribili della segregazione, gli interminabili mesi trascorsi studiando anche quattoridici ore al giorno per compensare il deficit visivo. Era come se la mente volesse depurarsi il prima possibile delle tossine accumulate in otto anni di studio, ed agendo in tale maniera rischiava però lo smaltimento delle energie positive che mi avevano aiutato a non piegarmi innanzi alla solitudine, alla disperazione, al dolore, allo sconforto portati da quella dannata malattia agli occhi. La mia mente sembrava alla ricerca spasmodica della verginità mnemonica, dell’oblio contro un passato dal quale, purtroppo, riemergeva una quantità di tristi ricordi maggiori rispetto alla conquista recentemente ottenuta.

Tornato da Roma a casa dei miei, tra le montagne abruzzesi, trascorsi le prime settimane come una specie di vegetale, mangiavo, bevevo acqua di fonte, contemplavo l’orizzonte verso il mare dal terrazzo più alto di casa, oppure le formiche con in groppa briciole di pane. Era una vita semplice, piuttosto elementare, forse troppo, allora mi comprai la prima bicicletta a tiro, una specie di ferro vecchio, e ci montai in sella. Non avevo mai praticato il ciclismo, e non avevo mai percorso le strade montanare da quell’angolazione, ad una velocità così moderata. Salita e discesa, l’odore della resina mentre attraversavo i boschi, la pioggia, i fulmini, il buio delle gallerie, il sudore sgocciolato sul manubrio, e soprattutto il rumore delle ruote sull’asfalto mi riportarono alle mente le imprese eroiche di campioni tipo Coppi e Bartali, di cui iniziavo a malapena ad intuire le allucinanti fatiche. Se io avevo raggiunto anche 200 pulsazioni alla rampa verso il Passo della Forchetta, pochi chilometri in tutto, quanto avevano dovuto pompare, i loro cuori, scalando le interminabili salite di Alpi e Dolomiti? Ore ed ore in bicicletta, i muscoli tesi, la sofferenza senza sconti e l’ineluttabile destino di chi è condannato all’eterna pedalata. Tutte le volte che imboccavo la famigerata rampa, appena dopo Palena, rivolgendo gli occhi al terreno che si impennava, mostruoso, mi venivano in mente Coppi e Bartali, di cui invocavo l’aiuto, il sostegno; ed un certo giorno, all’ennesima escursione, successe lo stesso. Con una piccola variante.

In mezzo ai due grandi campioni del ciclismo italiano fece capolino anche un ometto baffuto, i capelli neri e ricci coperti da un turbante rosso, la casacca damascata, le scarpe di raso…

Barù.

Si trattò solo di una fugace apparizione, che però mi riportai a casa, insieme agli altri uomini straordinari. Andavano a braccetto, lui in mezzo e gli altri due a lato come gendarmi, che mi salutavano senza dire una parola. Io li guardavo, e sembravano così uniti, ecco, quasi fratelli. Attraverso l’attività fisica avevo riattivato i canali rimasti ostruiti con la struttura onirica la quale, nonostante fosse rimasta sepolta nei cunicoli dell’inconscio, continuava a vivere. Un segno inequivocabile, insomma, di rinascita spirituale. Come naturalmente avevo acquistato la bicicletta, altrettanto naturalmente acquistai un computer portatile, e iniziai a scrivere di Barù e di altri uomini straordinari, che divennero i protagonisti dei miei primi romanzi. Certo, quelli iniziali furono tentativi catastrofici, ci vollero molti anni prima di raggiungere un livello di scrittura adeguato, eppure non potevo negare che, se mi ero dato una possibilità di scrittura, non potevo non riconoscerne il merito a mia nonna, che aveva posto dentro di me i semi dell’immaginazione, prima prosperata in maniera evidente, poi continuando il proprio lavoro nel silenzio del mio essere. Con queste parole voglio dunque affermare, ed anzi ammettere, l’esistenza di un legame indissolubile tra lo scrittore e la fantasia; Solo chi concepisce interi mondi nel chiuso della propria testa, chi lo popola di creature, di città, chi sa instillare i sentimenti nel cuore dei personaggi come fossero davvero reali, potrà assaporare lo stordimento che, più del vino, dona la creazione.

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