Disseminazioni/ capitolo 24

Router love

di Aldo Di Virgilio

Meng Hongwei, un funzionario cinese, è scomparso.
Meng Hongwei, nominato alla guida dell’agenzia internazionale al vertice delle polizie di 192 paesi, è scomparso.
Insomma il nostro Meng, la cui nomina a capo dell’Interpol ha suscitato non pochi dubbi negli addetti ai lavori, è sparito, andato, vo-la-ti-liz-za-to.
Meng Hongwei, 64 anni. Scomparso.
Non si hanno più notizie di lui dal 29 settembre, quando salì su un aereo con direzione Cina, e partito da una località francese non meglio identificata.
Le agenzie di informazione ne hanno dato notizia il 5 ottobre 2018 con poche parole.
Poche, asciutte, parole.
A me, lo confesso, questo Meng era del tutto sconosciuto, eppure questa storia della scomparsa mi sollecitò molta curiosità, pensando agli intrighi internazionali che ci stavano dietro, agli agenti belli e possibili, alle donne fatali e impossibili, alle valigette diplomatiche, ai complotti, alle bombe nucleari, alle scalate societarie, alle aste da Sotheby’s eccetera. Letta questa notizia, insomma, dentro di me si scatenò un gran trambusto, un’agitazione anomala che si potrebbe tradurre come un’impellente necessità di conoscenza, in pratica mi venne il ghiribizzo di scoprire cosa diavolo sarebbe capitato al nostro ometto orientale. Mi rendevo perfettamente conto della temerarietà dell’obiettivo; qua parliamo nientemeno che della Cina, uno degli indiscussi giganti economici e politici del pianeta. Eppure, confidavo nell’altrettanta potenza di internet e dei social, oggigiorno fonti inesauribili di notizie di ogni genere, considerando anche l’opzione del cosiddetto dark web, ossia quella specie di motore di ricerca ad uso e consumo di criminali e trafficanti e loschi figuri sulle tracce di ogni sorta di nefandezza informatica.
Scartata subito, come ovvio, l’opzione sotterranea, anche perché a malapena so come si naviga nella rete ufficiale, mi lanciai in un paziente sondaggio dei canali ordinari tipo Google, Microsoft Edge, Facebook, Instagram eccetera, sperando di beccare qualche sito giornalistico particolarmente attento alle questioni internazionali, oppure qualche associazione di attivisti inclini alla svolta democratica nel paese dei mandarini, o qualsiasi gruppo o gruppuscolo di agitatori o contestatori o fautori dei diritti umanitari ma purtroppo, lo ammetto, constatai il deserto più assoluto, se si esclude quella massa enorme di ciarpame informativo nella quale sempre ci si imbatte quando si va nel virtuale. Rimasi letteralmente basito di fronte alla straordinaria quantità di storie e storielle riguardanti anche i più insulsi angoli del pianeta; lessi di teorie complottistiche, di battaglie ecologistiche, di rivendicazioni indipendentistiche da parte di isole sperdute al centro degli oceani, come pure fu facile imbattersi nella perorazioni contro l’estinzione della tigre siberiana, della foca leopardata, oppure lessi di proclami a beneficio di minoranze etniche sepolte nei recessi più nascosti delle foreste equatoriali. Insomma, rimasi schiacciato sotto tanta di quella spazzatura da mostrare sintomi di cedimento alternati a cenni di nervosismo, quasi persuaso dall’inutilità degli sforzi prodotti. Non riuscivo a capire come una notizia di quel rilievo potesse passare in sordina agli occhi dell’opinione pubblica, d’altronde si parlava del capo dell’Interpol, non di un qualsiasi fessacchiotto rapito per strada. A causa della voglia spasmodica di ottenere ciò che mi serviva, optai, allora, per modalità comunicative piuttosto alternative, diciamo, anticonformistiche; iniziai a chattare su Messenger, a chattare su LinkedIn, su Instagram, su Hangouts e chi più ne ha più ne metta sempre con l’obiettivo di scoprire in quale buco fosse precipitato il nostro Meng Hongwei, la primula rossa cinese.
L’obiettivo finale, ossia la conversazione privata nei suddetti ambienti virtuali, implica il rispetto di una serie di regole di ingaggio già codificate. Quando si chiede l’amicizia nei social vince obbligatoriamente la genuinità, a patto di essere persone colte, sensibili, raffinate, mai volgari, no invadenti, no maschiliste, sovraniste o politicamente schierate; e se a questo si aggiunge poesia e bellezza esteriore non appariscente, beh, il successo è assicurato. Allora, memore di tutti questi imperativi, ho messo in atto una manovra a tenaglia nei confronti di specifici target femminili che credevo potessero aiutarmi, postando commenti sagaci o intelligenti o ironici o poetici soprattutto alle loro autofoto, anche se, al contrario, mi interessavano i loro background culturali, ma a quelli ci sarei arrivato con calma, dopo una laboriosa azione ammorbidente. Commento dopo commento, in effetti, riscontrai dell’attenzione da parte loro, manifestata attraverso like apposti alle mie immagini di albe o tramonti domestici conditi da frasi assolutamente autoprodotte, scansando qualsiasi citazione esterna perché, si sa, alle donne piacciono i tipi originali. D’altronde, ragazzi, io sono uno scrittore ingaggiato da varie case editrici attraverso regolari contratti, quindi era necessario che mi mantenessi nell’ambito della sobrietà linguistica e contenutistica, altrimenti avrei fatto una figura di melma prima io ed a ruota gli editori, con esiti imprevedibili sull’andamento delle vendite dei romanzi, già di per sé non troppo entusiasmante. Fui molto attento, quindi, nella cernita delle persone con le quali interloquivo, colleghe scrittrici, giornaliste, blogger di siti letterari, editrici, reporter e chiunque nel mondo culturale si interessasse più direttamente della Cina, cioè ricercatrici universitarie alle facoltà di lingue orientali o mediatrici esperte nel diritto internazionale. Mi mossi con più prudenza nei confronti delle attiviste politiche e delle rivendicatrici umanitarie, perché loro erano quanto meno osservate dalle agenzie di intelligence e dalle autorità giudiziarie, e per una semplice curiosità non mi volevo certo complicare la vita. Sono stato very professional, come si dice, ed in effetti riuscii ad imbastire dei rapporti di stima con queste ragazze e signore, al punto che, più o meno velocemente, passammo ai dialoghi sulle varie messaggerie private. Anche qui le domande non le rivolsi in maniera diretta, temevo che il tono confidenziale delle conversazioni mal si conciliasse con la freddezza del bisogno che le sottendeva, per cui trattai argomenti maggiormente frivoli, insomma, quelli concernenti la sfera privata, spingendomi verso approdi inattesi, come la scoperta di dettagli sulla loro vita personale. L’anonimato consentito dallo strumento informatico induce anche alla leggerezza, e fu inevitabile, purtroppo, lo scivolamento verso confini pericolosi. Mi trovai a distanze siderali rispetto agli iniziali intenti; la Cina, lo spionaggio, la scomparsa del capo dell’Interpol erano scomparsi dai rapporti virtuali degli ultimi tempi. Ridendo e scherzando parlai di sesso, dei gusti in generale delle donne, e poi dei nostri gusti particolari, in un turbine sempre più scottante di schermaglie e allusioni. Questa modalità comunicativa divenne una droga, perché ottenevo il gradimento delle chattatrici di volta in volta disponibili; insomma, un vero e proprio postribolo teorico, madonna, uno scandalo di cui non subito mi resi conto.
Ti piglia una specie di frenesia quando nel chiuso della tua stanza, davanti alla tastiera, fai il cascamorto insieme alla tipa di turno, diventi scemo, in termini semplici, credi che sia tutto facile, possibile, che tutto scorra liscio. Regredisci allo stato infantile, o magari bestiale, ed anni, se non addirittura millenni di civilizzazione vanno in fumo. E credetemi, questa regressione riguarda tutti, borghesi e laureati come operai e manovali, solo che i primi giungono all’involuzione con un pelo di ritardo. Insomma, pure io ci sono finito dentro questo tritacarne sicché un giorno particolare, in un momento specifico e con la persona giusta, persi la testa, simulando con la suddetta pulzella un vero e proprio amplesso, descritto nei minimi dettagli. Non la vetta a cui ambisce ogni essere umano, comunque sia mi divertii un sacco, e lei pure, dunque appena dopo cancellai la conversazione e buonanotte. Insomma, credevo che fosse finito tutto così e invece nei giorni successivi questa disgraziata mi mandò un messaggio avvertendomi delle conseguenze catastrofiche sulla mia carriera di scrittore qualora avesse divulgato il tenore della fatidica conversazione a luci rosse, pertanto mi chiedeva dei soldi per evitare questa rovina. Dire che morii di paura è davvero un eufemismo, trascorsi un’intera notte in bianco e piangendo come un vitello. Non importava quante volte ripetessi a me stesso che non poteva farlo, altrimenti l’avrei denunciata per estorsione; le mie lacrime non erano solo lacrime di panico, erano lacrime di rabbia, alla constatazione di quanto il confine tra assennatezza e stupidità sia sottile. Al pensiero che tanti guai dipendevano da una semplice ricerca su Meng Hongwei, lo scomparso ex capo dell’Interpol, iniziata così, per curiosità, beh, avevo molto su cui riflettere.
Quello che voglio dire, cari scrittori, è che i social non sono una semplice opportunità d’interazione umana. Se non li userete con accortezza rovineranno la vostra vita in termini di reputazione, ed anche quella degli editori che ebbero fiducia in voi nel momento in cui pubblicarono i vostri libri. Pertanto, state attenti alle parole che scegliete di scriverci sopra, non solo nel contenuto, ma anche nella forma… Accenti giusti, apostrofi, doppie. Ignorate questi dettagli, e non sarete altro che scrivani. O, al massimo, scribacchini.

Fonti:

https://tinyurl.com/ybhq7dc5

https://tinyurl.com/ybhlbuhg

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