DISSEMINAZIONI/ CAPITOLO 25

Roof garden

di Aldo Di Virgilio

È in piedi davanti allo specchio mentre dal giradischi arriva il suono di una canzone di cui non ricorda il titolo, anzi non riesce nemmeno a canticchiarla perché stasera l’aspetta una gran seccatura, il party di un amico scrittore con il suo nuovo libro barboso; e se non fosse per l’alcol, gli uomini e la musica non ci penserebbe proprio, ad andare.
Tra gli “extreme gladiator” di Christian Dior o le decoltée di Manolo Blahnik sceglie le prime, poi l’abito e qui il dubbio riguarda una tunica-gioiello dai disegni optical, o dei pantaloncini di tela catarifrangente con sopra un kimono coat in crespo di seta e raso e perline. Quando lo sguardo le cade su un tailleur di rafia croquet tempestata di cristalli, ha una crisi decisionale, e ci si mette pure quel top di organza stampata e pantaloni Capri in taffettà di seta che ammiccano dall’armadio. Cosa sarà meglio, per lei, stasera? Quali di questi capi si abbinerà meglio con la maxibag di pitone, il portachiavi di nappa, l’orologio di gomma, gli occhiali da sole, la tiara metal dagli intarsi tecnotropicali, la collana-scultura di ceramica smaltata?
Trisha all’improvviso perde le forze, e si accascia sul pouf di cuoio.
Dopo un’ora di preparazione indossa a malapena la lingèrie senza collant, e una guèpiere di seta elasticizzata, lunghi guanti di chiffon.
Da sotto il bordo della coperta di raso e panno di lana dai pizzi macramé che adorna il letto, spunta il borsone e ne estrae la consolle, poi va a sedersi davanti alla toilette di legno bianco intarsiato, accende le luci e dalla consolle estrae pennelli, ombretti, ciglia finte.
Imbeve un batuffolo di cotone in una lozione che stende molto accuratamente lungo tutto il viso, fin quando la pelle sembra assumere un colorito rosa chiarissimo soprattutto sul collo, dove da alcuni anni sono comparse delle micro rughette in corrispondenza delle giugulari, per cui insiste nel movimento circolare. Diafana come un fantasma inizia la stesura di una crema che renderà uniforme le diverse zone di trasparenza; questa è un’operazione molto laboriosa, costituisce l’ossatura del trucco perfetto, adopera ogni accortezza possibile come fosse la pittrice di se stessa. Il pensiero che sarà circondata da intellettuali dall’acuto spirito di osservazione la innervosisce e non ne intende il motivo, d’altronde anche lei è una scrittrice dalle molteplici pubblicazioni e loro non sarebbero altro che colleghi. “Parliamo, ça va sans dire, della maglia di metallo, il famoso “metal mesh” che Gianni tirò fuori dal cilindro negli anni Novanta e che poi andò per il mondo sul corpo delle donne più belle”, così l’apostrofava la sua stilista durante la sua precedente esistenza da modella, quando lei si lamentava per l’eccessivo peso dei capi di Versace, ma se all’epoca la voce perentoria di Niki l’aiutava a calmarsi, adesso non c’è più nessuno che la rassicuri nei momenti di tensione incomprensibile come adesso, e guardarsi intorno di certo non l’aiuta; calzini, canottiere, slip, camicie e magliette gettati alla rinfusa sul letto, interi reggimenti di scarpe di tutte le fogge allineati agli angoli della stanza, un tavolo coperto di extension, phon, fermacapelli, collane e spille, spencer di raso, cravatta e bretelle.
Oro sugli occhi e rosa chiaro sulle labbra, niente mascara, niente fard, solo ombretto, ma sulla pelle ci vuole più idratazione e un fondotinta cremoso a lunga tenuta e a prova di caldo, e per gli occhi sarebbe meglio una polvere che rifletta una luce diversa a seconda dell’angolazione.  Prende un altro batuffolo e toglie l’oro dalle palpebre e il rosa dalle labbra. Usa una matita intense color lampone, ribes e amarena per la nuance ed il sapore, che la pubblicità così definiva, “Sono in arrivo delle tecnologie che regaleranno alle ultime linee un effetto cromatico brillante, una sorta di mega definizione su texture impalpabili”. Contrasta le occhiaie e le piccole rughe, drena i liquidi, rigenera ed illumina le palpebre e le guance, usa gel contro i gonfiori, pappa reale e miele dell’ape nera… Ha il terrore della perdita di tono.
Sa di essere bella, il leggero sorriso che le increspa le labbra, una volta trovato l’abbinamento giusto, ne è una spia.
Tra le note musicali le pare di cogliere un altro tipo di suono, lo squillo insistente di un telefono.
Paola, Benedetta, Antonia, Filippa… Ha dimenticato quale delle quattro l’accompagnerà alla festa, non escludendo di aver garantito la propria presenza a tutte quante contemporaneamente.
La puntina, esaurito il disco, gratta sul piatto, la suoneria telefonica rimbomba, un’anta della finestra sbatte a causa del vento, il campanello all’ingresso gracchia, qualcuno chiama dalla strada, la sirena di un’ambulanza si scioglie nell’aria, i clacson delle auto, il martello pneumatico di un operaio che sale lungo i muri, passa un aereo in fase di atterraggio… Nessuna di queste vibrazioni la distrae. L’accuratezza dei gesti, la solennità con la quale indossa gli indumenti ricordano la vestizione delle principesse arabe.
Le trova tutte e quattro davanti al portone che attendono, evidentemente esasperate.
– Andiamo? –, dice senza alcuna importanza.
Si mettono in fila dietro il capobranco, che le conduce verso il garage sotterraneo.
Nell’ombra densa li attende una Lancia Stratos High Fidelity nera.
La accarezza lentamente, poi dice – Testata sei cilindri Ferrari… Telaio monoscocca centrale d’acciaio –.
Le quattro ragazze restano perplesse. Come potranno entrare dentro una macchina così stretta?
Trisha ticchetta le dita, nervosa, sul volante.

Allora? –, sbotta. – Salite o no? –.
– Ma come? –, azzarda una di loro, timida.
– Non mi interessa –, aggiunge sbrigativa Trisha, – L’importante è che, uno; vi sbrighiate e che, due; non mi macchiate la tappezzeria –.
Partono rombando.
Arrivano rombando.
Dà un colpo di acceleratore, prima di spegnere e interrompere la magia.
Ha gli occhi pieni d’eccitazione.
In tre secondi, è fuori dall’abitacolo.
Dall’altra parte le ragazze escono tre minuti dopo tra urla di dolore e strilli di esasperazione.
Hanno i capelli arruffati, il trucco sbafato, unghie rotte, vestiti gualciti, una scarpa slacciata, tacchi rotti, anelli persi, fronti imperlate, sguardi desolati.
Le quattro ragazze seguono Trisha, sofferenti, cupe, sgraziate.
Lei cammina e muove le anche.
Ha il passo elastico, mellifluo.
Prima di uscire dal parcheggio, si blocca.
Ha visto una Triumph Spitfire MK IV rossa.
– Eehhh! La voglio! –.
– Anche questa? –, dice Filippa.
– Sciocchina… Non lei, il proprietario –.
– E come mai apparterrebbe ad un uomo? –, aggiunge Benedetta.
– Si vede dalla scocca… Troppo pulita –.
Trisha tiene la mente concentrata sulla Triumph. Riflette su chi possa essere il proprietario di una tale superba bestia. Analizza incessantemente la fauna maschile che si agita e strepita nelle pulsazioni ritmiche della discoteca.
– C’è del trambusto, laggiù –, dice Antonia.
– Un tizio rosso balla sulla pedana –, aggiunge Paola.
– Guardate che siamo in ritardo per la presentazione –, avverte Benedetta.
– Già… Rosso come la Triumph –, esclama Trisha.
– Ehhh… Proprio! –, interviene Filippa che di Trisha ha registrato meglio lo sguardo.
– Non ti ci ammattire troppo… Lui è oltre portata –, sottolinea Antonia ringalluzzita dalla risposta acida di Filippa.
– Sicuro, ha ragione Antonia… Chi avrebbe il coraggio di presentarsi così? –, rincara la dose Paola.
– Guardate là… Guardate che razza di tutina… Attillata mica poco… Si vede tutto! E le scarpe? Con le zeppe –, fa eco Benedetta.
– La tuta sembra di plastica… Squagliata direttamente sulla pelle –, prosegue Trisha.
L’uomo regge un microfono e canta “Piccola Piccola Cortesia”.
Ai suoi piedi giace un informe mantello rosso di raso.
I capelli cortissimi biondo platino esaltano la potenza delle spalle sotto i fari stroboscopici.
Le ampie linee del bacino assecondano la melodia.
– Gli occhi hanno qualcosa di irrevocabile… Di definitivo –, dice Antonia.
– Bah… Per me è bono e basta –, sentenzia Trisha da un piano trascendentale.
– Sei sempre la solita ritardataria –, lo apostrofa Filippa, – Non ti accorgi che stiamo perdendo tempo? Quello è solo una statua –.
Trisha estrae dalla maxibag una foto mezzo protocollo, ed esibendola come un cartellone si getta verso il palco dove il ragazzo gorgheggia gli ultimi accordi di Piccola Piccola Cortesia.
– Assomigli a “Grigiore d’oceano” di Jackson Pollock –, gli urla mentre scende dalla pedana nel tripudio della folla.
– Ah, si? Però quella mi sembra la foto di una Lancia Stratos High Fidelity nera del 1975 –, risponde lui, senza nemmeno voltarsi.
– Eh… N-non sapevo che tipo di ragazzo saresti… –.
– Quindi hai pensato, un po’ intellettuale un po’ pilota eventuale –.
– Eventuale? Perché eventuale? –.
– Perché avere una bestia del genere mica significa saperla guidare… –.
Un fiotto di sangue le annebbia la vista. L’iniziale eccitazione si è trasformata in un misto di orgoglio e senso di rivalsa.
– Mentre tu sapresti guidarla eccome, giusto? –, gli risponde.
– Magari sono più brava di te anche in altre cose… –, aggiunge Trisha sculettando paurosamente su tacchi altissimi.
– Hai una tutina niente male… Certo, del tuo corpo non fai certo un mistero… – continua, ma lui è già sparito tra la folla. Intanto le sue amiche sbracciano da lontano, oppure con l’indice toccano i quadranti dei loro orologi da polso.
– Forza, che è tardi – urla, raggiungendo le altre tutta trafelata, – Se arriviamo tardi Claudio mi ammazzerà –.
– E allora preparati ad un’esecuzione con i fiocchi – urla più forte Benedetta, – Guarda, guarda là; le persone stanno andando via, e l’autore pure –.
– Nooo… Sono fregata –, strilla Trisha pestando le Christian Dior sul pavimento lucido – Che razza di pessima amica sono… –.
– Io direi, piuttosto, una pessima scrittrice –, la punzecchia sempre Benedetta, – Che razza di scrittrice sarebbe quella che non va alle presentazioni degli altri scrittori, per giunta loro amici? –.
– Siamo state ad aspettarti un‘ora e poi sei scesa come la Regina di Saba, hai perso tempo con la Triumph, sei andata dietro a quello smidollato in tutina rossa… Lascia perdere, la scrittura non sarà mai il tuo mestiere… –, puntualizza Filippa.
– Perché sei così dura con me, adesso? –, chiede Trisha all’amica, alla quale si è rivolta non più da altezze siderali.
– Guarda, agghindarsi, di per sé, non è un reato –, le risponde Filippa questa volta con tono didascalico, – Però lo diventa nel momento in cui anteponi tutta quella procedura agli impegni letterari che hai assunto; anzi, addirittura ti dico che dovresti partecipare non solo alle presentazioni degli amici scrittori, ma anche a quelle degli sconosciuti… E dovresti anche acquistare delle copie dei libri, leggerli e recensirli… Altrimenti rimarrete, tu come loro, nell’anonimato, e nessuno saprà mai chi siete… La letteratura esige anche questo tributo di socialità, purtroppo oggi come oggi essere bravi scrittori, se non si è anche bravi promotori di se stessi, non è sufficiente… Dovresti dedicare alle public relations lo stesso tempo che dedichi al trucco davanti allo specchio in camera, n’est pas?  –.

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