DISSEMINAZIONI/ CAPITOLO 26

Samizdat

di Aldo Di Virgilio

Ho alcuni problemi con la mobilità personale, così affido ai social gran parte della promozione dei miei romanzi.
La scelta delle persone da inserire nella lista di amici è facilitato da questo meccanismo di selezione impostato automaticamente soprattutto da facebook, che sceglie le persone affini a te per interessi comuni, l’algoritmo ti scodella davanti altri scrittori, recensori, editori, gestori di blog letterari, giornalisti, saggisti, amanti della lettura, amanti del romance, amanti della fantascienza, del noir, del giallo e andando avanti in tutte le direzioni che prevedono il coinvolgimento della carta stampata.

Si tratta di un esercito che, per quanto tu cerchi di catalogare, non arriverai mai a definirlo davvero, quando hai la sensazione della completezza conoscitiva balzano fuori dalla rete nuovi contatti e ti accorgi che, in effetti, i migliori frequentatori dei mezzi di comunicazione digitale sono personaggi come te impegnati nell’autopromozione, selvaggia o meno, delle proprie opere.

Quando ho cercato l’amicizia di tanti colleghi, io credevo ne scaturisse un reciproco scambio innanzitutto di like sulle varie riflessioni e condivisioni postate, che poi credevo sarebbe sfociato in relazioni prima epistolari e poi telefoniche, con l’obiettivo di comprare io il loro libro e loro il mio, eppure nessuna illusione fu più ingenua di questa. Una volta stabilito il rapporto formale non ne è conseguita alcuna interazione umana, nessuno scrittore o presunto tale si è mai degnato di una espressione di interesse per qualsivoglia frase scritta o immagine da me pubblicata, mentre continuavano a bombardarmi con richieste di “mi piace” sulle loro pagine dedicate, e per le iniziative promozionali o per la presentazione nel castello del conte vattelappesca eccetera.

Incuriosito da questa monotematicità, sono andato davvero a curiosare nella pagina personale di caio e di sempronio, sulle tracce di conferme ad un sospetto che si faceva via via più consistente, ovvero che i social per tali frequentatori non rappresentavano uno strumento di effettiva socializzazione, quanto piuttosto un semplice, gigantesco, mercato virtuale. Più di ogni altro aspetto mi ha impressionato l’indifferenza alle reazioni degli interlocutori dall’altra parte, nel senso che, per esempio, non ho visto aggiustamenti del tiro di fronte a determinate critiche espresse sulla qualità dell’immagine scelta come emblema del testo, una pesca, un filo spinato, cuori insanguinati, bocche rosse, ed altrettanta sordità è stata manifestata nei confronti della mancanza di attestati di stima, i quali avrebbero dovuto come minimo indurre alla chiusura della pagina.

I social, al termine di questa breve ricerca, mi sono sembrati nient’altro che un’accozzaglia di egoistiche solitudini, convinte della forza insita nella ripetizione del gesto promozionale, una specie di esca gettata nell’enorme vasca in attesa che qualcuno abbocchi. Gli scrittori, trasformati in pescatori d’alto mare, puntano quindi sull’altro pilastro della loro strategia, ovvero la legge dei grandi numeri perché, in effetti, noi esseri umani siamo pesci curiosi, ci lasciamo ipnotizzare dagli oggetti metallici che luccicano in acqua, senza un briciolo di attenzione sulla natura di ciò che ci finirà in gola. Questa vicenda mi sembra lontana dalla conclusione perché non ci si rende ancora conto dell’inutilità del descritto comportamento; è decisamente assente nei protagonisti ogni consapevolezza sulla più strabiliante delle verità. Siamo troppi.

Il comportamento di cui ci stiamo occupando si riferisce ad una particolare categoria di persone, i cosiddetti “scrittori promozionali” i quali, mi sembra ovvio, non sono veri e propri scrittori, quanto piuttosto degli opportunisti che attraverso i nuovi strumenti comunicativi alimentano il proprio ego smisurato. A questi soggetti non importa un tubo della letteratura, a loro interessa porsi al centro dell’attenzione mediatica, convinti che un quarto d’ora di celebrità giornaliera costituisca il principale obiettivo della vita. Sono maldestri tentativi non in grado di nascondere la loro autentica natura, e te ne accorgi nel momento in cui leggi le loro presunte fatiche letterarie, uno spaventoso ammasso di parole sgrammaticate e prive di qualsiasi costrutto, appiccicate l’una con l’altra da menti in stato confusionale, se non all’esito di vergognose operazioni di copiatura che ti sbattono in faccia quanto sia irrimediabile la loro ignoranza su qualsiasi argomento. Hai la netta, desolante sensazione di analfabeti che non hanno impiegato più di una settimana nell’evacuazione del mostro, ed una rabbia feroce, unita all’impotenza, ti inchiodano alla sedia. Tutta colpa del computer, va bene? Che abilita pure i trogloditi alla stampa sui fogli di sequenze sparse di lettere con l’ambizione di ritenerle racconti, o, peggio ancora, romanzi. Questa gente d’abitudine si occupa d’altro, magari lavorano pure, poi un giorno si svegliano e si mettono in testa che la scrittura sia la cosa più banale al mondo, ed altrettanto semplicemente affidano questo ciarpame alle amorevoli ambasce della rete, che in quanto democratica accoglie tutto e tutti e noi, che ne siamo innocenti frequentatori, non possiamo sottrarci a simili testimonianze di superficialità, banalità, sciatteria, arroganza, insensibilità. Confesso di desiderare ardentemente il funzionamento di filtri qualitativi, in modo da ammettere nei social solo le opere che superino il vaglio di un’apposita commissione, magari operativa all’interno del Ministero dell’Università e dei Beni Culturali e chi se ne frega se ciò apparirà come una restrizione delle libertà individuali. Il problema, amici miei, è il danno incalcolabile che giorno dopo giorno si accumula a causa dei citati apprendisti stregoni, si sta insinuando nei cuori più puri un’idea insidiosa, malsana, ovvero la facilità della scrittura. Se pigio i tasti su una tastiera, se scrivo “il tavolo è rotondo” non sono mica uno scrittore, va bene? Essere scrittori implica una profonda, totale dedizione prima all’atto della scrittura che diventa un rituale di solitudine, e poi alla struttura ideativa, al progetto, alla cui conclusione si potrebbe giungere anche dopo una gestazione dalla biblica durata. Uno spunto iniziale necessita di studi specifici condotti su testi non reperibili se non agli angoli più remoti della terra, e magari nemmeno tradotti nella nostra lingua d’origine; un’attività istruttoria dispendiosa sia in termini temporali che economici. La scrittura è un lavoro vero, con l’aggravante di non garantire alcun profitto a chi vi si dedica, quindi lo svolgono gli incoscienti e gli affetti da autolesionismo. La scrittura dispera, esaurisce, mette dubbi e ti rende insicuro fin quando non avrai raggiunto la perfezione assoluta. E ti accorgerai, di averla raggiunta, quando le parole canteranno.

Di esempi potrei citarne tantissimi, ma quello che più di ogni altro ancora oggi mi commuove è legato alla storia de Il Maestro e Margherita di Michail Afanas’evič Bulgakov.

Bulgakov iniziò a scrivere Il Maestro e Margherita nel 1928 ma sin da subito non fu soddisfatto del risultato e lo distrusse nel marzo del 1930. La seconda stesura del romanzo arrivò nel 1936, ed una terza nel 1937 grazie all’aiuto della moglie Elena Šilovskaja, ma continuò a lavorarci intorno fino a poche settimane prima della morte, avvenuta nel 1940, dunque la quarta ed ultima stesura dell’opera vide la luce nel 1941. Si trattò di un parto clandestino, la feroce censura staliniana, antireligiosa ed assolutista, non avrebbe mai permesso che un’opera così sciaguratamente cabalistica circolasse per le strade di Mosca. La moglie tenne l’unica copia residuata da quella genesi lunga e travagliata chiusa in cassetto, dove rimase per più di vent’anni fin quando, non si sa come, Elena diede il manoscritto in lettura a qualche amico intellettuale che, oltre a leggerlo, si prese la briga della sua integrale trascrizione. Al termine di questa, effettuata a mano utilizzando la carta carbone, il suddetto depositario consegnò da una a tre copie ad altri amici, con il compito di ulteriori letture e trascrizioni, e così via. Lo scopo di tale circolazione clandestina era quello di far conoscere, almeno ad una cerchia ristretta di persone illuminate, il lavoro del marito. Un metodo di diffusione piuttosto pericoloso, se li avessero beccati esisteva il concreto rischio della galera per il reato di propaganda anticomunista. In realtà si trattava di un’abitudine ampiamente diffusa, attraverso cui si conobbero anche altre opere oltre quella di Bulgakov, al punto da divenire l’emblema della dissidenza: la Samizdat.

E grazie alla Samizdat, che in russo significa “pubblicare in proprio”, il Maestro e Margherita venne reso noto nel 1967, a quasi trent’anni dalla morte del suo autore.

Dunque, cari amici letterati o pseudo tali, se avete bene inteso lo strazio di un uomo la cui intera vita dedicò all’affermazione di idee che lo condussero ad una fine ingloriosa, nell’anonimato e nella povertà, altrettanto chiaramente intenderete l’assoluta necessità di omaggiare la scrittura attraverso un impegno quotidiano fatto di studio, approfondimento, applicazione, rigore. Non vi si chiede certo l’esistenza eroica di Bulgakov, non si pretende da voi la lotta ideologica o la militanza politica. Però dateci un taglio, con questi social. Dove spesso state a mentula canis.

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