DISSEMINAZIONI/ CAPITOLO 27

L’ultimo bibliotecario

di Aldo Di Virgilio

I libri sono i miei migliori amici; i libri sono persone serie.
Quando li scrivevano, gli scrittori ci mettevano dentro la parte migliore di loro stessi mentre mica succedeva lo stesso quando li incontravi per strada, pure gli scrittori sapevano comportarsi da stronzi, da egoisti o cretini nella vita di tutti i giorni, quindi preferivo non incontrarli, conoscerli, parlarci perché tanto mi avrebbero deluso. Penso questo degli scrittori, e figuriamoci della gente comune. Questi facevano veramente schifo per mediocrità e bassezza morale, non si distinguevano in nessun campo dello scibile universale, pensavano solo agli acquisti ed al consumo quindi non capisco perché avrei dovuto calcolarli. Non hanno scritto nessun libro, quindi non meritavano nessuna considerazione o perdono da parte mia… A meno che non fossero lettori.
Insomma, non nutro una grande simpatia per i bipedi, però a mia discolpa dico che non ho pregiudizi. Io le avrei frequentate pure, le persone, ma erano noiose. Purtroppo quando le incontravo parlavano sempre degli stessi argomenti, gli uomini di sport, donne e lavoro mentre le donne di uomini, di problemi con gli uomini e di bellezza, quindi non avrei saputo come alimentare la discussione, di queste cose non me ne intendo. E poi frequentavano luoghi davvero caotici, bar, cinema, discoteche, ristoranti, teatri, stadi di calcio. Ridevano di sciocchezze, urlavano, ascoltavano musica, assistevano alle recite e si abbracciavano, chissà per quali motivi.
La mia asocialità balzava all’occhio, ne sono perfettamente cosciente, eppure ritengo fossero loro nel torto, mica io. I libri stanno dalla mia parte, e tanto mi basta.
Il fatto è che attraverso i libri viaggi, sogni, conosci la storia, scopri i segreti della scienza, i libri insomma ti portano in mondi lontanissimi e già questo varrebbe il prezzo dell’acquisto, principalmente se messi a confronto con le stronzate dette insieme agli amici, ad esempio in pizzeria, i vestiti, la politica spicciola, le tasse, le gomme dell’auto sgonfie, il culo sodo della commessa, il gusto della birra, la vittoria della squadra di calcio cittadina. Ma io mi domando e dico, porca zozza, come riuscivano a non rompersi le palle, dopo tre minuti di discorsi così? Tanto valeva starsene a casa davanti al televisore, piuttosto che umiliarsi ascoltando parole tanto banali, comuni, stereotipate. Anzi, meglio ancora sarebbe stata una bella lettura su temi medievali, o concernenti le avanguardie pittoriche del primo novecento.
Purtroppo, amici miei, oggi come oggi il problema della lettura è molto serio; da quando, una trentina di anni orsono, ci piovvero sul groppone questi maledetti smartphone, ho personalmente assistito ad un lento, ma inarrestabile, declino del prestito librario prima della mattina e quindi del pomeriggio, fino a scomparire del tutto. Dopo di ciò, ho personalmente assistito ad un’altra sciagura non altrimenti ostacolabile, ovvero la progressiva diserzione degli spazi della biblioteca dove lavoro, prima degli studenti delle scuole medie, poi di quelli delle superiori fino al cedimento anche dell’ultimo argine che era rappresentato dagli universitari. Giorno dopo giorno si sono diradati i rumori di quaderni caduti, di colpi di tosse, quindi ho udito sempre meno il fruscio delle pagine voltate, delle penne quando scorrevano lungo i fogli. Ecco, ebbi proprio l’impressione di un crudelissimo salasso dove le arterie erano le sale di lettura ed il sangue i tanti giovani che le affollavano, piano piano ne giungevano sempre meno e altrettanto la vita si andava spegnendo, niente più calore, suoni, gioventù. Mi sono trovato, alla fine di tanto stillicidio, l’unico occupante degli spazi insieme ai libri, sui quali, ormai, si è depositato un dito di polvere. Quando passeggio lungo le sale enormi e vuote il mio passo cadenzato rimbomba cupo e purtroppo la presenza dei libri non basta a smorzarlo, o a mitigare la sensazione di abbandono e solitudine che ho intorno. I libri senza un lettore sono oggetti freddi, inerti; questo luogo mi ricorda un cimitero, scaffali-tombe sopra cui riposano le spoglie mortali degli autori. Perché il libro, in fondo, come lo scheletro è ciò che resta dell’autore, il suo lascito materiale ed io non sarei altro che un becchino della cultura, va bene? l’ultimo dei bibliotecari.
Perché, amici miei, non sono stati risparmiati dalla moria nemmeno i colleghi delle biblioteche più piccole, chiuse per “manifesta inutilità”, mentre i loro custodi furono destinati ad altri incarichi e se io sto ancora qua dipende dal blasone di cui gode la Biblioteca Nazionale di Roma, che non si può abbandonare per evidenti ragioni politico-strategiche. Sono l’unico a sorvegliare un miliardo di libri; niente più magia, non esiste più il friccicore della conoscenza che vibra dell’aria, non esiste il timore reverenziale innanzi ad un incunabolo medievale, la meraviglia della miniatura dorata. Ci sono giorni, ve lo confesso, che vorrei farla finita, appiccare il rogo più grande della storia e buonanotte. Per fortuna un istante prima del gesto scellerato un pensiero lo ha sempre bloccato, un pensiero di speranza; un pensiero di riscatto.
Tutti noi dinosauri della lettura su carta consideriamo l’avvento dello smartphone come una sciagura per l’umanità, lo mettiamo in relazione al declino del libro e della cultura in generale, agevolando il rincretinimento da contemplazione di immagini ebeti, quelle che passavano e passano sui social. In effetti non siamo lontanissimi dalla verità, eppure esiste almeno un’altra causa cruciale tanto quanto il dispositivo medesimo, ovvero un certo atteggiamento snobistico da parte degli scrittori. Loro, ad un certo punto, non coinvolsero le masse nelle loro imprese letterarie, nel senso che furono loro per primi a non credere nell’importanza del romanzo quale strumento di catechesi delle masse; buttata nel cesso la trama, piuttosto pensarono all’adattabilità del testo alle dinamiche dei mezzi di comunicazione virtuale. I lettori non si comportarono certo in maniera migliore, pure loro caddero nella trappola della rete informatica con un occhio di riguardo all’impero delle immagini, dove non era previsto alcun ruolo al libro, complicato da usare. Né gli uni e né gli altri risultano esenti da responsabilità, ne convengo, però se riuscissero ad allearsi, io credo che il libro resusciterà dal cimitero nel quale la nostra scelleratezza li ha seppelliti.
Mi ricordo che tanti anni fa in televisione andavano persone come Alessandro Baricco e Massimo Recalcati, il primo per i classici della narrativa moderna e il secondo per i grandi temi dell’esistenzialismo narrati dai filosofi del dopoguerra, con lo scopo, quindi, di illustrare agli spettatori i contenuti dei libri scritti su questi temi. Erano bravissimi entrambi, entrambi sfoggiavano straordinarie capacità affabulatorie, ed in particolare mi ricordo un intervento di Baricco su Furore di John Steinbeck. Madonna, il selezionato pubblico ammesso in quell’angusto ambiente al cospetto dello scrittore rimase letteralmente a bocca aperta durante tutta la conferenza; Baricco attraverso le sue parole fu capace di rendere tangibili i personaggi del grande romanzo americano, e le vicende ad essi collegati altrettanto attuali. Ancora oggi, ripensandoci, ho invidia degli sguardi rapiti che gli rivolgevano ragazzi e ragazze, desiderosi che il suo discorso non si interrompesse mai. Baricco esibiva una gestualità compassata, si muoveva lento, felpato, e la sua voce era melodiosa, dolce, ipnotica; ogni elemento della sua figura, in quel momento, irradiava un magnetismo irresistibile. Lo so che gli integralisti avrebbero storto il naso, eppure alcuni giorni dopo i giornali riferirono di un aumento delle vendite del suddetto romanzo, ed una scoperta, o riscoperta, dell’autore americano. Nonostante le ipocrisie e le false indignazioni, l’operazione aveva riscosso un evidente successo, essendone derivata un aumento del tasso culturale. E lo stesso dicasi per Massimo Recalcati, il quale attraverso analoghi interventi televisivi rese comprensibile ai profani il padre della filosofia del linguaggio, Jacques Lacan, tanto che ancora oggi sento parlare di figli allegoricamente sbranati da madri-coccodrillo, e dell’incomunicabilità tra uomini e donne.
Quello che voglio dirvi, cari amici scrittori, è di venire qui, da me, in questa enorme cattedrale nel deserto. Venite qui, e tentiamo l’impresa, resuscitiamo il libro ucciso dalla tecnologia. In realtà sarebbe un gesto molto meno disperato di quanto potrebbe sembrare, le persone nonostante gli anni rimangono le stesse, si interfacciano con l’esterno sempre nella stessa maniera, utilizzando gli occhi e le orecchie. Allora, teniamone conto e rispolveriamo il metodo di Baricco e Recalcati, la narrazione scenografica. Venite qui e organizziamo un ciclo di incontri con i ragazzi, mettiamo le sedie in mezzo a torri di libri e voi ci danzerete intorno, decantando le favolose gesta di personaggi indimenticabili, i protagonisti di pietre miliari della letteratura come l’Ari Seldon di Asimov, il Jean Baptiste Grenouille di Patrick Süskind, l’Holden Caulfield di J. D. Salinger, il Voland di Bulgakov, il Winston Smith di Orwell e, ovviamente, il Professor Bartlebloom di Alessandro Baricco… Voi verrete qui ed in mezzo alle persone, con tutto l’amore che riuscirete ad esprimere, ci parlerete di loro, e delle emozioni che riuscivano a suscitare in chi li leggeva, e sono sicuro che le vostre parole risuoneranno tra queste mura di pietra come la musica di un organo a canne. Se voi vi donerete al prossimo senza pregiudizi, se voi scenderete dal piedistallo dell’autoisolamento, la vita in questa biblioteca tornerà, e forse tornerà nel mondo intero.

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