DISSEMINAZIONI/ CAPITOLO 28

Kintsugi

di Aldo Di Virgilio

Diciamo che la precisione non è tra le mie doti principali, già da piccolo il mio unico obiettivo era smontare i giocattoli fino all’ultimo pezzo, vedere cosa nascondevano e poi, constatato che non esisteva nessun particolare segreto, mollavo tutto lì, in mezzo alla stanza, e buonanotte.
Insomma, non un pignolo, piuttosto un curioso dei meccanismi, un distruttore non solo dei giocattoli ma da un certo momento in poi, di qualsiasi oggetto mi capitasse sotto mano, tant’è che i miei genitori, disperati, furono costretti ad installare ganci di sicurezza agli stipiti ed alle credenze ed ai mobili in generale; diversamente, io avrei aperto e frugato e tirato fuori e sottoposto allo smembramento utensili di qualsiasi materiale, plastica od acciaio o legno non importava. Avevo nei ditini una forza maligna, me ne stavo lì ore ed ore lambiccandomi il cervellino sulla rotella o vite o snodo che teneva insieme l’accrocchio fin quando, trovatolo, perversamente lo avrei premuto, girato, spinto. Esisteva in me una specie di furia passeggera da geniere militare, una volta raggiunto l’obiettivo si passava oltre, e oltre ancora in una spirale di macerie rimaste abbandonate sul campo di battaglia. Diciamo che fin quando esercitai questa particolare attitudine sugli utensili casalinghi i miei non si agitarono più di tanto, a parte il bordello clamoroso che lasciavo in giro per casa mi consideravano poco più di un impiastro ma venne il giorno, amici, che la combinai grossa, e se non morii dissanguato, beh, dovevo avere qualche grossa raccomandazione presso le alte sfere.
Vivevamo in una nebbiosa città del Nord Italia da emigrati abruzzesi mamma, papà ed io, prima che arrivassero i miei due fratelli più piccoli, ed a quell’epoca loro erano davvero giovani, appena ventenni quindi soprattutto papà sprizzava energia da tutti i pori, riusciva a lavorare nel reparto smistamento delle poste ferroviarie anche per tre turni di seguito. A quei tempi l’aiuto meccanizzato non esisteva, i pacchi pieni di posta arrivavano a pesare anche settanta chili e si trasportavano dal vagone allo stanzone di distribuzione unicamente a forza di schiena, e siccome papà gliela faceva con la sua stazza da picchiatore, gli toccavano sempre i carichi più grossi. Lui non si lamentava mai, anzi trovava pure il tempo per la caccia alle anatre nelle risaie, però quando tornava a casa crollava sul letto e prima di otto ore non c’era verso di svegliarlo. Mamma aveva rinunciato al lavoro, mi accudiva in ogni momento della giornata, però capitava che dovesse uscire per delle commissioni quindi a me avrebbe dovuto badare papà. Considerati i rapidi tempi di svenimento del marito, se usciva si affrettava al rientro, eppure quella volta successe non so quale imprevisto che la tenne fuori oltre il dovuto, sicché lui, vinto da un sonno irresistibile, si addormentò, lasciandomi libero per casa, da solo. Gli avvenimenti accaduti nella mezz’ora intercorrente tra quando mamma si chiuse alle spalle l’uscio e quando riaprì la porta, rimangono ancora sconosciuti e, in fondo, ciò non ha alcuna importanza; decisamente più importante è che io ebbi salva la vita, e di ciò siamo grati a Dio.
Mamma, aperto l’uscio, vide suo figlio, il suo primogenito, seduto al centro del tavolo da cucina, circondato dai bicchieri di cristallo del servizio buono.
Molti erano fracassati sul pavimento, molti altri fracassati sul tavolo stesso, e altri ancora integri.
Lei mi raccontò, molti anni dopo, del terrore scesole lungo la schiena, un ghiaccio che le paralizzò i movimenti. Aveva paura di una mia reazione scomposta se mi fosse comparsa davanti all’improvviso, il fatto di non essermi ancora sfregiato non significava l’esenzione totale da ogni pericolo, anzi, ad ogni bicchiere preso e buttato sul tavolo, aumentava il numero dei cocci dal bordo affilatissimo. Io, come al solito, ero del tutto ignaro del pericolo, non solo continuavo imperterrito nella mia azione distruttiva degli oggetti sani, ma addirittura prendevo i pezzi più grossi con abilità insospettabili per un bambino di un anno, ottenendo un migliore spezzettamento del vetro. Mamma, assorbito il trauma iniziale, lentamente e prudentemente mi raggiunse alle spalle e, una volta a tiro, mi sollevò dal tavolo con un gesto perentorio. Avutomi tra le braccia, si sciolse in lacrime, abbracciandomi forte. Il suo pianto era così disperato da svegliare persino papà il quale, corso nel tinello, capì al volo quanto fossi stato ad un passo dalla tragedia, e abbracciò me e la mamma piangendo insieme a lei, con me in mezzo che non capivo cosa li turbasse tanto.
A distanza di tanti anni questa storia la mamma la racconta ancora non senza un fremito nella voce, ed è inevitabile che in me scattino dei doverosi sensi di colpa per la straordinaria scelleratezza di cui fui capace. Da quel momento in poi loro nei miei confronti nutrirono un sentimento di perenne allarme, quasi il presentimento che dovessero restituire quanto prima il favore concesso dalla morte al loro figlio, scampatovi per un puro accidente.
Io so di essere in credito nei confronti della vita, eppure il mio bisogno di riconoscenza più che a questo valore assoluto ed imponderabile, si orienta verso una questione molto, ma molto meno importante; il mio pensiero ritorna incessantemente più che alle persone che avrei addolorato senza rimedio, ai quei poveri bicchieri di cristallo, si, ai bicchieri di cristallo andati uno ad uno distrutti. Oltre a possedere un valore economico, ne avevano uno affettivo, essendo il regalo di nozze della nonna paterna, che li aveva ottenuti da un remoto paesino della Boemia specializzato proprio in questo tipo di artigianato, pertanto sarebbe stato molto difficile se non impossibile trovarne di simili. Erano, insomma, pezzi unici, che oggi sarebbero una rarità, e magari costerebbero pure un botto.
Il tempo è passato, anni di impegni e studi e lavoro intanto che maturava la mia passione per la scrittura con tutto quello che ne è conseguito, articoli, racconti e romanzi scritti conducendo ricerche sui più disparati argomenti fin quando mi imbattei, qualche mese fa, in un documentario su una rete sportiva che trattava un argomento tennistico dal Giappone. Senza alcun apparente collegamento con il tema della trasmissione, il conduttore iniziò a parlare del Kintsugi, una tecnica artigianale che permette il recupero delle tazze rotte incollandole con una particolare pasta sulla quale, poi, si sparge polvere d’oro. In sé il gesto sembrerebbe incomprensibile agli occhi degli occidentali che obbedendo al dio consumistico, raggiungerebbero il primo megastore a tiro dove ne comprerebbero una nuova e buonanotte. Alla riparazione, infatti, si collega un concetto che ai giapponesi sta molto a cuore, ovvero quello della resilienza, dietro ogni sconfitta si nasconderebbe un’opportunità di riscatto; essa non avrebbe quel significato negativo che ha in Europa. I giapponesi le cicatrici non le nascondono, loro le cicatrici le esibiscono come una testimonianza della vita vissuta che li ha resi diversi, e più forti.
Mentre leggevo i principi filosofici alla base del kintsugi dentro di me si è accesa una luce di speranza. Ho pensato a tutte le volte che ho cestinato interi racconti e pezzi di romanzi all’apice di impeti di rabbia e frustrazione senza alcuna pietà nei confronti del tanto tempo speso a scriverli, solo perché non mi aveva soddisfatto il risultato finale. In quelle occasioni mi spaventò una certa combinazione di parole, ma se al posto di cancellare, distruggere, dimenticare, avessi riprogettato la sequenza, e quindi riallocato o rimescolato le parole, gli iniziali problemi magari sarebbero scomparsi. Quelle sfuriate mi provocarono solo dolore gratuito e indicibili, ulteriori struggimenti, ripensamenti e soprattutto tanta, tanta fatica, dovendo imbastire da capo una struttura che lo era già; se avessi conosciuto prima i dettami del kintsugi, avrei avuto più rispetto del lavoro svolto, e quindi di me stesso. Non sto certamente inneggiando all’approssimazione, alla disattenzione, all’incuria, sto solo dicendo che un briciolo di indulgenza, qualora sia accompagnata da una sana dose di autocritica, renderebbe meno traumatica la rilettura delle prime stesure di romanzi e racconti; che sono i cocci delle tazze partorite dalla nostra fantasia. Sarà dunque la pazienza, la nostra colla, e con la nostra determinazione spargeremo polvere d’oro sulle frasi cicatrizzate, un meraviglioso reticolo di riparazioni luminose che nobiliteranno ogni sforzo compiuto. La scrittura ha il proprio ritmo, perché le imperfezioni, le ferite, rimarginano lentamente, secondo processi ignoti e non disciplinabili, così come gli artigiani giapponesi lasciano riposare il vaso ricomposto per settimane in un luogo umido e buio. Gli scrittori, in fondo, sono come quel bambino di quarantanove anni fa, seduti al centro di un tavolo invaso da schegge di vetro taglienti, indifesi rispetto ad un nichilismo innato che li spinge alla disistima ed all’autodistruzione letteraria.

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