DISSEMINAZIONI/ CAPITOLO 29

Psicostoria

di Aldo Di Virgilio

Furono tosti gli ultimi anni dell’università, non mi piaceva più il caos della metropoli dove studiavo per cui preferii studiare a casa, in montagna, al sicuro tra le pareti di legno della mia cameretta di allora.
Erano tempi bui perché la grande città aveva prosciugato ogni mia energia sociale, non ne potevo più delle schermaglie tra ragazzi post puberali concentrati sulla prevaricazione amorosa del prossimo, maschio o femmina che fosse; volevo silenzio, raccoglimento, tranquillità interiore.
Insomma, erano tempi bui per la malattia, la laurea imminente e le delusioni sentimentali, un’allergia automatica al suolo cittadino mi rendeva intrattabile, taciturno, malinconico ed esisteva il pericolo di un bell’esaurimento nervoso se non avessi preso qualche robusto provvedimento nel più breve tempo possibile. Allora, pensai che l’unico antidoto agli sbalzi d’umore fosse la lettura.
I tempi bui dipendevano anche dagli esami lasciati per ultimi, procedura civile e diritto amministrativo che insieme valevano mille pagine, nella testa mi frullava uno straordinario guazzabuglio di concetti giuridici che nel ristretto cubicolo montanaro dilaniavano il cervello senza fretta, un pezzo alla volta, ecco il motivo di aggrapparsi ad un diversivo culturale posizionato agli antipodi rispetto alle materie studiate. Ma non bastavano i semplici romanzi di intrattenimento, la completa depurazione cerebrale esigeva le amazing stories non tradizionali in Italia, le space fiction di cui il maestro assoluto ancora oggi è il biochimico americano di origini ebree, Isaac Asimov.
Optai per la Trilogia della Fondazione, il ciclo fantascientifico più famoso e più venduto al mondo e sin da subito ne intuii le ragioni, ne emergeva una solennità compassata, udivi il lavorio di meccanismi giganteschi e talmente smisurati da intimorire il lettore… Dopo il crollo delle strutture dell’Impero Galattico, salveranno la stirpe umana gli scienziati aggregati alla Fondazione concepita da Hari Seldon, il padre della psicostoria, il vero pilastro di tutta la saga. La psicostoria sarebbe una scienza basata sui grandi numeri della statistica, per la quale gli atteggiamenti umani risultano anticipabili a lunghissimo termine tenuto conto di grandi raggruppamenti di individui, dimodoché il margine di errore si abbassa progressivamente aumentando il numero di persone oggetto dell’analisi.
La psicostoria è una teoria che mal si concilia con l’immagine che noi abbiamo della fantascienza popolata di mostri verdi, cannoni laser e astronavi grandi come pianeti; secondo l’idea comune ciò che meglio la rappresenta sarebbe il sense of wonder, colori violenti, scenari apocalittici, dunque non risulterebbe accattivante questo gruppuscolo di scienziati occulti, alle prese con manovre sociali proiettate su scala millenaria. E invece il fascino di Asimov risiede per un verso nella negazione di tutto l’armamentario legato a Star Wars o Alien, e per l’altro nella proiezione della storia dell’uomo verso le stelle. Lui concepì la civiltà su base universale in modo da metterci di fronte alle nostre potenzialità ed alle nostre miserie, senza gli sconti o gli alibi ai quali ci saremmo aggrappati qualora avessimo trovato un nemico esterno da combattere, il “diverso” sotto forma di extraterrestre. Il vero brivido che i milioni di lettori hanno colto sulle pagine di Asimov dipende dall’intreccio di vicende assolutamente plausibili. Assistiamo alle dinamiche del potere cosmico, a trame diplomatiche di altissimo livello condotte da ambasciatori che si muovono tra sistemi solari e ciò rende il vastissimo quadro tratteggiato dalla sua sapiente mano organizzatrice prossimo alle nostre vicende quotidiane. Paradossalmente il successo di Asimov dipende ancora oggi dal fatto che scrisse romanzi di fantascienza senza che lo fossero davvero; scrisse romanzi sulla storia futura dell’uomo. Ecco la parola magica, politica. La politica interstellare, una splendida contraddizione, concetti opposti ma tenuti insieme da un genio mai caduto nel ridicolo o nell’assurdo. Se da universitario dedicai l’intero mio tempo libero alla lettura di Asimov era perché cercavo proprio questo tipo di svago, una narrazione che mi scagliasse a distanze siderali dalla squallida realtà che vivevo, senza però alimentare troppo l’inevitabile sensazione di straniamento che avrebbe prevalso nel caso in cui mi fossi addentrato in eccessivi arzigogoli tecnologici, o attardato su mutazioni genetiche al limite dell’abominio. Il formato cinematografico predilige le immagini roboanti, i suoni striduli, i lampi di luce ed il nero punteggiato di comete, mentre i libri permettono l’utilizzo di tecniche narrative meno appariscenti, dove trionfa l’elasticità della mente piuttosto che quella dei muscoli, dove il posto d’onore lo occupano l’intrigo, il trabocchetto, la manipolazione.
Politica: cosa conta di più oggi, se non la politica? Viviamo in un’epoca di burrascose tensioni sociali, larghe fette della popolazione hanno disponibilità economiche non soddisfacenti, e tutto ciò in un contesto globale di cui l’Italia occuperebbe i margini senza l’appartenenza all’Unione Europea, nei confronti della quale qualcuno all’interno, tra l’altro, mostra segni di nervosismo. Lo scrittore di fantascienza fracassona, oggi, passerebbe per un fanatico dell’epoca d’oro quando la ricchezza era ad esclusivo appannaggio degli stati occidentali, e ciò gli provocherebbe qualche antipatia di troppo, scarsità assoluta di vendite. Una soluzione a tale problema io la cercherei appunto nella “rispettabilità” della fantascienza, la stessa cioè scelta da Asimov, che rifletta, sebbene in chiave dilatata, la vita quotidiana così ogni lettore si riconoscerà nella trama, o addirittura vi si immedesimerà. Asimov si concentrò sulla politica, ciononostante la disistima attualmente mostrata nei confronti di questo mondo consiglierebbe un orientamento anche verso argomenti meno avversi all’immaginario collettivo, come i social media o come i migranti o come la scarsità di lavoro. Qualcuno obietterà che tutto ciò è assolutamente incompatibile con le stelle e le galassie, e che quindi parlarne significherebbe investire in un’impresa rischiosa. Osservazione senz’altro legittime, chi lo nega, eppure torniamo sempre allo stesso punto: cosa interessa, ad uno scrittore, lo sventolio della bandiera della propria indipendenza spirituale in cima ad un cumulo di libri invenduti, oppure una pur minima abdicazione al proprio integralismo per averne in cambio il successo editoriale? Badate, la questione è cruciale, nel primo caso un’idea seppur splendida rimarrà chiusa nel cassetto delle buone intenzioni, mentre nel secondo caso quella stessa idea, sebbene depotenziata, oltrepasserà la barriera dell’anonimato ed attecchirà nella mente di qualche lettore e poi chissà quali sviluppi ci saranno. E se tale dilemma è lancinante per uno scrittore di attualità o di storia, figuriamoci il turbamento che genererà nello scrittore di fantascienza senza il talento asimoviano (e ne sono molti), a meno di non volersi accontentare della platea specifica degli appassionati di genere. Nessuno dovrebbe privarsi dell’opportunità di sostenere il proprio progetto letterario anche nei confronti del grande pubblico, ed a maggior ragione gli scrittori di fantascienza che, anzi, hanno lo straordinario vantaggio dell’anticipazione del futuro. Potrebbero addirittura rappresentare un aiuto per la politica agevolandone il mandato, a patto che sappiano padroneggiare le innovazioni tecnologiche. Non si chiede la titolarità della cattedra di biochimica alla Boston University come Asimov, tuttavia è chiaramente imprescindibile un percorso di studi dedicato, o una passione pluriennale per i testi di fisica, astrofisica, matematica, robotica, ingegneria aerospaziale, chimica i quali non rifluiranno nella trama del romanzo, saranno necessari alla costruzione di quell’ambiente “credibile” entro il quale i personaggi si muoveranno. Asimov si tenne alla larga dall’ostentazione delle proprie competenze tecniche, eppure quelle conoscenze gli permisero una disamina di argomenti complessi come la politica interstellare senza alcun imbarazzo, proprio perché non si preoccupava del puntellamento dello scenario con elementi ambientali indicativi. Ancora di più rispetto agli altri generi letterari, la fantascienza predilige l’evocativo e non il descrittivo. Se ne svelerai la luce, le stelle spariranno; la luce delle stelle non si mostra. La luce delle stelle va fatta solo balenare.

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