Disseminazioni/ Capitolo 3


Il problema dell’ispirazione

di Aldo Di Virgilio

Tra la Cinquantesima Strada e la Sesta non si trova un bel niente, capito? Non ci sono le smisurate pietre grigio chiaro messe l’una sopra l’altra, né le finestre, i portoni né tantomeno le luci, soprattutto di giorno; e nemmeno l’asfalto calpestato da persone e auto, riscaldato da ondate di calore mischiate alle vibrazioni dei motori ed agli odori più disparati, monossido di carbonio, a volte la carne cotta, il brodo cinese.
Tra la Cinquantesima e la Sesta, amici miei, non si trova un bel niente da quando ho iniziato i concerti al Radio City Music Hall. Nel senso che, quando ci entro, o quando ne esco, il mondo intorno a me, letteralmente, scompare. Colpa dell’emozione, ovvio, questa grandissima bomba che, esplodendo, lascia spazio solo alle mie mani sul pianoforte. Dopo i corridoi, le stanze, le reception, i camerini, arriva il palco, e, nel frattempo, il mondo intorno a me sparisce in una lenta dissolvenza, il campo visivo si restringe e persino il mio corpo sparisce, escluse le mani, appunto, e la tastiera; una stranissima sensazione, davvero, che continua anche dopo il concerto per molte ore, una volta all’aria aperta.
Quando sto così sono le mie mani l’unica parte di me che esiste, come se esse fossero, allo stesso momento, gli occhi, le gambe, il cuore, il cervello. Io rimango focalizzato su di esse, insomma, vivo attraverso di esse in questa dimensione quasi tattile. E così, tra la Cinquantesima e la Sesta, questa zona di New York che frequento durante i concerti, il mondo diventa un contesto di piccoli dettagli, il tacco di una scarpa, una ringhiera, singole lampadine, specchi, colpi di clacson, boati, angoli, occhi, superfici piane, superfici calde, stoffe, oggetti tondi, brividi di freddo.
Sembrerà una follia, qualcuno immaginerà qualche strana malattia eppure non è così, ve lo assicuro anche perché, come ho detto, questa mutazione dura solo il tempo dei concerti qui al RCMH; dipende dalla particolare combinazione palco – pubblico – concerto – pianoforte. In effetti io suono anche altrove, anzi, soprattutto altrove, a casa, per intenderci, ore ed ore di esercizio quotidiano fino all’esaurimento fisico ed emotivo, eppure lì io rimango l’io normale, interamente presente a sé stesso, con le percezioni intatte. Una scissione temporanea, insomma, di cui non potevo non chiedermi le ragioni, vista la gravità dei sintomi, e la risposta l’ho trovata nella musica, ovviamente, in cos’altro?
Nell’esatto istante in cui io poggio le dita sui tasti, si apre un collegamento energetico tra la storia musicale che andrò ad eseguire ed io che dovrò raccontarla, tradotta in una scia di impulsi colorati che scorrono tra il centro e la periferia e la periferia ed il centro in un andirivieni che genera un caleidoscopio dinamico al quale non mi sottraggo mai né mi vorrò sottrarre in futuro. La droga colorata, la droga luminosa, impulsi benefici che nutrono lo spirito più di quanto il cibo nutra il corpo.
Tutto questo succede dentro di me durante l’esecuzione di Bach o di Chopin, tutto questo succede dentro di me con nelle orecchie le Variazioni Goldberg o Al Chiar di Luna. E lo stesso, mi dicono, succede agli scrittori quando poggiano la penna sulla carta, o il dito sul tasto della macchina da scrivere o che ne so, nasce un legame profondo tra le trame e l’immaginazione per cui non ne esci più fuori, tutta la vita rimani invischiato in questo turbine di immagini colorate e luccicanti come quando, da piccoli, restavamo imbambolati davanti alla ruota del Luna-Park.
Chi, come me, musicista o scrittore, arde nella fiamma dell’ispirazione, ha il problema della gestione dell’espressione all’esterno della propria forza creativa, perché non di rado succede, come mi succede durante i concerti al Radio City Music Hall, di piombare in uno stato di alterazione sensoriale che ti allontana dalla realtà. Allora, la terapia migliore è quella di continuare a suonare, o a scrivere, lontano dalle luci della ribalta, in luoghi arcigni, aspri, privi di gente, e rumori e asfalto e calore, dove quella sorgente primigenia da dove sgorga l’ispirazione non rimane perturbata dalle mille adulazioni e distrazioni che il mondo moderno offre a noi povere anime sensibili e fragili. Altrimenti, se non sapremo staccarci da quest’alimentazione così nutriente, ci assueferemo, e diventeremo resistenti ad ogni terapia disintossicante, al pari di tossicodipendenti non avremo altro scopo oltre alla contemplazione dei fuochi d’artificio prodotti dalla nostra irrefrenabile compulsione creativa. La vera creazione, la vera creatura, non è il frutto dell’anima del tutto immersa nella fantasia. Occorrono periodiche immersioni nella dura vita quotidiana, altrimenti sarà impossibile ogni controllo sull’attendibilità, la funzionalità, la razionalità del nostro gesto creativo, sonoro o letterario che sia. È piuttosto sgradevole, credetemi, questo restringimento del proprio corpo in un paio di mani.

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