DISSEMINAZIONI/ CAPITOLO 30

La valvola

Aldo Di Virgilio

Da piccolo, già l’ho detto, oltre che nello scassamento dei meccanismi ludici mi dilettavo nell’abbandono al loro destino dei conseguenti rottami.
Avevo pochi anni, ero un bambinetto, e gli adulti interpretavano i comportamenti senza conferme o smentite da parte del diretto interessato, si limitavano a constatare le risultanze conclusive, ovvero i continui processi di semplificazione ed io, d’altronde, non mi curavo dell’immagine pubblica e quando molti anni dopo me ne resi conto, era ormai troppo tardi.
I miei genitori non sapevano che il disinteresse nei confronti di oggetti rilevanti fino all’attimo precedente lo smontaggio, era solo apparente; un rigoroso senso di colpa mi spiattellava davanti l’ingiustizia di quanto appena fatto. Non avevo letteralmente il coraggio di guardare in faccia il prodotto di questa ingiustificata furia distruttrice.
Un senso di colpa, direbbe qualcuno, che non mi impedì di mettere in atto quelle scellerate azioni, allora c’è da chiedersi come mai lo stesso senso di colpa non prevalse sull’attitudine all’indagine, che ancora oggi sopravvive sotto forme mimetizzate. Una bella domanda, soprattutto se posta in relazione con l’attività che mi caratterizza in quanto individuo adulto, la scrittura.
Se tanti anni fa smontavo i giocattoli, adesso smonto i sentimenti, e se all’epoca il risultato dell’azione erano tanti pezzi di plastica colorati abbandonati lungo il pavimento, adesso il risultato dell’azione sono le migliaia di parole impresse sui fogli, ma il confronto tra l’uno e l’altro mica depone con sicurezza per una definizione negativa dei pezzi e di una positiva delle parole; un’indecisione lacerante, un’indecisione strettamente legata alla malattia narcisistica di cui ogni scrittore purtroppo è affetto, ed alla benedizione empatica al quale ogni scrittore accede in casi straordinari.
Gli scrittori sono potenzialmente empatici, hanno un sesto senso sviluppatissimo che gli consente di captare senza sforzi i sentimenti propri e degli altri, unito ad una creatività molto fertile e dunque ad un amore naturale verso l’arte e le sue manifestazioni. Nello stesso momento, però, si comportano da narcisisti, traumatizzati da qualche evento capitato durante la giovinezza capace di scatenare in loro sentimenti di inutilità. Ricercano senza posa conferme o approvazioni al loro valore personale attraverso la manipolazione, per giungere al controllo dei lettori ai quali succhiano le energie, in un processo continuo di riequilibrio del proprio stato di malessere.
Non v’è nulla di più narcisistico della pubblicazione di un romanzo. Per quanto risulti palese la volontà di compiacersi del plauso che ci si aspetta dopo la lettura, il romanziere non si è posto alcuna domanda circa l’utilità del testo che manda in stampa, in maniera unidirezionale attende il riscontro e poi ancora avanti verso altri complimenti e riconoscimenti. Come, del resto, non vi è nulla di più empatico della pubblicazione di un saggio, laddove il saggista ha svolto molte riflessioni sui benefici culturali, sociali od economici che discenderanno dal suo pensiero, riflessioni d’altronde in grado di nobilitare il coraggio dell’esposizione visto che senza il giudizio altrui gli sarà impedito un riscontro obiettivo circa il proprio valore. Il saggista ritiene l’autocritica prevalente sull’autostima, mentre nel romanziere avviene il contrario.
Ovviamente anche il saggista esprime una certa quota di narcisismo, se i saggisti si fossero lasciati inibire dalla paura dell’insuccesso o dal timore per la vanità, noi oggi non avremmo opere letterarie, filosofiche e scientifiche divenute patrimonio del mondo intero. Esiste dunque un narcisismo normale, fisiologico, che alimenta qualsiasi attività umana in quanto, senza, verrebbero a mancare le basi stesse del nostro percorso terreno e un narcisismo patologico, che ci impedisce qualsiasi valutazione preventiva sul significato della nostra scrittura con tutte le incognite che ciò comporta in termini di impatto esterno.
Un esempio paradigmatico delle infiltrazioni narcisistiche nel mondo della letteratura ci è offerto dalla cosiddetta “diaristica”, un genere comprendente memorie personali e testimonianze storiche e sociali, che ha avuto molto successo soprattutto l’indomani della Seconda Guerra Mondiale, quando scrittori come Beppe Fenoglio affidarono a questo tipo di narrazione i tragici ricordi di un conflitto che più di tutti gli altri dilaniò le coscienze. Lui, e pochi altri, ebbero il merito di elevare le memorie al rango di romanzo, trasformandoli in vere e proprie opere letterarie grazie alla particolare sensibilità empatica che trasformò la tragedia personale nella tragedia di un popolo intero. Ma si tratta di esempi sporadici, il rischio di cadere nell’autoreferenzialità è dietro l’angolo, ed assume le forme del racconto in prima persona di fatti realmente accaduti, ovvero una semplice cronaca, un’elencazione di vicende realmente accadute. Ma la letteratura, che già di per sé prevede contaminazioni narcisistiche nella forma del romanzo, non ha davvero nulla da spartire con il diario, dal quale risulta anzitutto assente il meccanismo della finzione, o quanto meno quello della rivisitazione fantasiosa degli elementi reali. Intendo dire, amici, che il diario, con la sua veste asettica, ostruisce l’ingresso tra le parole delle idee, e quindi dell’originalità, alla base di qualsiasi opera letteraria e di qualsiasi manifestazione artistica.
La fortuna di questi pseudo-scrittori narcisisti sta nella presenza di una vasta schiera di lettori empatici nati per servire e proteggere i manipolatori egocentrici, ai quali credono di arrecare il beneficio della cura attraverso l’acquisto dei loro agili volumetti, quasi si trattasse della somministrazione di un farmaco. Tra i narcisisti manipolatori questi qua, i dolenti appassionati, i toccati dalla vita, i propugnatori della scrittura quale strumento redentivo, sono i peggiori perché tentano di fare leva sulla pietà della gente con intenzioni davvero squallide, la vendita del mattone di carta. E, devo ammetterlo, anche io ho fatto ricorso a simili stratagemmi, me ne sono accorto al termine della messa in scena. La buona fede o un’autentica disperazione o la mancanza assoluta di incassi non attutiscono affatto la colpa di chi vi ricorre. Anzi, è preferibile l’atteggiamento dello scrittore narcisista conclamato, il presuntuoso che reputa se stesso una divinità della penna assolutamente immeritevole di critiche.
Sia lo scrittore narcisista finta pecora che lo scrittore narcisista vero pavone utilizzano quale strumento manipolativo principe la presentazione pubblica del libro, entrambi attraverso gli occhi stabiliscono la connessione con il lettore empatico vittima sacrificale. Poi, a seconda della personalità del presentante, verrà utilizzata la tattica melodrammatica o la tattica della fascinazione estrema. In entrambi i casi l’obiettivo di stroncare ogni opinione contraria al messaggio vaticinato nasce da un pregiudizio di fondo, secondo il quale chi non ama ciò che scriviamo in automatico ci disprezza, perché esiste una completa aderenza tra libro e scrittore, come se fossero padre e figlio, la stessa carne. In un modo o nell’altro, comunque, i narcisisti penna muniti immaginano sé stessi come oggetto di adorazione di fedeli servitori, con il pericolo di incentivare fenomeni che riguardano poco la letteratura e ancor meno la saggistica, ovvero il divismo e il feticismo soprattutto in Italia, terra di santi, di ex-voto e di reality show.
Anche grazie alle nefaste ambasce di un’ignoranza diffusa peggio del cancro, passa il concetto che lo scrittore sia più importante rispetto allo scritto, il vero prodotto è l’homo scrivens comprensivo di fisicità termica ed effusioni gassose a nulla rilevando il suo spessore, calciatore od astronauta o politico è irrilevante, basta che sia un personaggio noto al grande pubblico.
Il problema non è la spiccata personalità dello scrittore, nel suo magnetismo, si tratta di aspetti caratteriali che emergerebbero al di là dell’apposito meccanismo propagandistico messo in moto attraverso le presentazioni o i social media, né tantomeno il guaio è rinvenibile nella presentazione in quanto tale, dato l’enorme numero di offerte editoriali gli uni e gli altri sono canali comunicativi senza pari. Insomma, nessuno degli appartati collaterali alla propaganda, tradizionale o innovativa che sia, è buono o cattivo in assoluto, ciò che infastidisce è lo specifico impiego da parte di caio o sempronio. Tutto dipende dallo scrittore, va bene? dal suo carattere, dalla sua consapevolezza o mancata consapevolezza di tutti i pro ed i contro appena descritti, narcisismo ed empatia compresi. Ed ecco, allora, tornare alla ribalta la questione iniziale, se da parte mia abbia ancora un senso smontare e rimontare i sentimenti; se abbia ancora un senso questo lavoro di romanziere.
Ho la malattia narcisistica, certo, vorrei vincere il premio Nobel ma mi piace scrivere a livello istintivo, nei periodi in cui non ho scritto sono stato male fisicamente e spiritualmente.
Ho anche la predisposizione empatica, prediligo le storie surreali eppure la mia costante preoccupazione è quella di rintracciarvi all’interno un senso logico, una “poetica” che possa sviluppare nel lettore uno spunto di riflessione costruttivo, con lo stesso spessore culturale di un saggio sebbene siano romanzi. Insomma, la mia ambizione è di scrivere romanzi saggistici, o saggi romanzati, fate voi.
Mi rendo altrettanto conto che un punto di sintesi tra mondi tanto distanti tra loro è quasi impossibile, allora ho pensato ad uno stratagemma, tipo passaggio segreto o botola di salvataggio, fate voi.
Insomma, mi è venuta in testa questa immagine, il mio cervello diviso a metà da una valvola, specie di membrana osmotica per cui passo di qua e di là e viceversa alla bisogna, capito? a destra abbiamo la parte razionale e scientifica con impostazione divulgativa, e a sinistra la parte romantica e artistica tipica dei sognatori. Lo scopo è di trarre il massimo beneficio da entrambe le modalità di scrittura, dalla potenza autoreferenziale del narciso e dalla lucida sensibilità dell’empatico, in modo che nessuno delle due prevalga. Dopo un’ottimale miscelazione di citati aspetti io credo riacquisti dignità persino la figura del romanziere, la valvola gli consentirebbe di neutralizzare le accuse di evanescenza e al contrario di incrementare il tasso didattico dei suoi scritti. La tecnologia ha introdotto nella nostra vita quotidiana un tale spropositato numero di svaghi digitali che la rivalità con analoghi cartacei è decisamente a sfavore dei secondi, pertanto sopravvivranno solo i libri intelligenti, va bene? quelli che non daranno l’impressione di una scopata e via, d’accordo?

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