Disseminazioni/ Capitolo 6

Gli inconcludenti e la “squadra insonne”

di Aldo Di Virgilio

Avevo pensato agli ultimi sei mesi di Reagan alla Casa Bianca, nella primavera del 1988, che lo immaginavano girovagante tra i corridoi in accappatoio intingendo gambi di sedano nella crema di formaggio, fino a quando, raccontano le cronache dell’epoca, decise di far crollare il muro di Berlino. Siccome questa situazione qua le fonti non me la confermavano con assoluta certezza, ho pensato che un esempio altrettanto valido me lo avrebbe potuto dare Thomas Alva Edison, con gli oltre seimila tipi di filamenti bruciati prima di scovare quello buono per la sua lampadina. Eppure, nemmeno la straordinaria esperienza di inventore di costui mi offriva adeguati sostegni. Gli esperimenti non li compiva direttamente lui, bensì la sua famigerata “squadra insonne”, il gruppo di brillanti assistenti che lo circondava.
Solo dopo l’ennesimo buco nell’acqua, ho capito l’errore in cui mi intestardivo. Un degno esempio di perseveranza per un aspirante letterato dove lo avrei trovato, se non nel mondo della letteratura? Allora, come un lampo, si è affacciato nella mia mente lo scrittore che mi è più affine intellettualmente e professionalmente, Michail Bulgakov.
Una storia straordinaria, quella del medico ucraino Michail, arrivato a Mosca nel 1921 con l’idea di una nuova carriera dopo la parentesi causasica. Amava i bei vestiti, gli scherzi, le donne (ne sposò tre) e la morfina, dalla quale per fortuna si separò, mentre quell’altra ossessione, quella per la scrittura, gli rimase appiccicata addosso senza rimedio, nonostante il clima straordinariamente ostile che vigeva in Russia contro le idee troppo cattolicheggianti, le stesse che di lì a breve sarebbero confluite nel suo unico, grande capolavoro, “Il Maestro e Margherita”.
Iniziò a scrivere il romanzo nel 1928, e ne rimase subito soggiogato, schiacciato dal peso di cotanta trama rivoluzionaria. Pertanto, e giustamente, se ne sbarazzò, strappando, a ritmo alterno, le pagine dei due quaderni di scrittura, una volta mezza pagina, un’altra volta tre quarti di pagina, e gli strappi li gettava nella stufa che troneggiava al centro della grande sala da pranzo della sua abitazione. Quello che rimaneva dei due quaderni, disse lo stesso scrittore alla moglie, doveva servire come prova: “Se brucio tutto, nessuno crederà che il romanzo sia davvero esistito”. E intanto che continuava negli esercizi di stile para-psicopatologico (perché riprese a scriverlo quasi subito), la polizia segreta era già a conoscenza, tramite un delatore, del suo progetto moralizzatore del regime ateo bolscevico. Lui non poteva saperlo, ma quei primi vagiti letterari decretarono la sua definitiva morte letteraria. Senza troppo clamore, la censura semplicemente gli impediva la pubblicazione delle sue altre opere, il che per uno scrittore significa condanna all’oblio, ed infatti tanto successe, scriveva nella paura, chiuso in casa, con l’unico conforto della moglie, soprattutto l’ultima, Elena Sergeevna. Come raccontano le sue biobrafie, nel luglio del 1936, nel pieno delle purghe staliniane, a una riunione con gli autori del Bol’soj, Bulgakov fu avvicinato da un giovane poeta, il quale gli chiese se avesse mai sentito parlare “di un certo Bulgakov… Ho letto un suo romanzetto, ma pare che la critica lo stronchi di continuo…”. Allora, mangiando la foglia, Michail gli rispose che questo Michail gli pareva anche autore teatrale. Del tutto convinto, il suddetto poetastro glielo confermò, citando “I giorni dei Turbin”. Un fantasma che parlava di se stesso, in terza persona.
Dopo otto anni dall’inizio della prima stesura, nel 1936, la luce in fondo al tunnel non si vedeva. Nulla di ciò che nel frattempo lui aveva scritto giungeva in teatro, o in libreria. Alla fine di quell’estate, le notizie di morti, arresti, sparizioni misteriose, suicidi di dissidenti, bombardavano le orecchie dei poveri emarginati come lui, inoffensivi eppure bisognevoli di controllo. Dilagava la delazione; loschi personaggi si intrufolavano con i pretesti più sfacciati nella sala da pranzo, che poi, altrettanto sfacciatamente, perquisivano. Nel novembre del 1937 lo scrittore decise di affrontare e di ultimare il romanzo iniziato dodici anni prima, “il passo letterario più importante e decisivo” della sua vita. Sarà stata la prossimità della morte, che giungerà di lì a due anni, comunque sia si gettò tra le fiamme dell’ispirazione, e tra il 22 e il 23 maggio del 1938 lo completò.
A quarantanove anni (la mia età, del resto) si aggravarono i sintomi fino a quel momento tenuti precariamente a bada, della stessa malattia ai reni che all’età di quarantotto anni aveva ucciso suo padre, il professore di Teologia Afanasij Ivanovic Bulgakov. In barba alle febbri altissime che lo affliggevano, anche a 42 °Centigradi, dettò alla moglie le correzioni al “Maestro e Margherita”, che lo impegneranno fino a quando lo ressero le forze. Negli ultimi giorni non riusciva nemmeno a parlare; solo Elena ne decifrava i borbottii, come quando mormorava “Don Chisciotte”.
Io, lo confesso, sono rimasto impressionato dalla storia personale del mio amico Michail. Pur volendo, non riuscirei nemmeno ad immaginare l’atmosfera di terrore nella quale fu costretto da un regime totalitario e sanguinario. Eppure, continuò a scrivere, abbandonando una promettente e prestigiosa carriera quale quella medica gli prometteva, per dedicarsi ad un mestiere senza certezze. Lo animava un furore cieco, l’indignazione, e la passione; lo spingeva in avanti l’amore per la letteratura. Dunque, amici miei, giovani scrittori, in cosa vi volete trasformare, voi? In perenni sognatori, sul punto di svegliarvi ma mai svegli sul serio? Continuerete a roteare la punta della penna sul foglio, senza mai chiuderlo davvero, il cerchio? Una storia, quando è nata, per il mero fatto della nascita, acquisisce un diritto alla conclusione. Ciò che nasce, per forza, deve morire. Non esiste una vita che poi non sia vissuta, e lo stesso dicasi di un romanzo, o di un racconto. L’inconcludenza appartiene agli spiritosi, mica ai creatori di mondi.

 

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