Disseminazioni/ Capitolo 7

Alzo Zero

di Aldo Di Virgilio

Dog Green Sector, Omaha Beach, 6 giugno 1944
Siamo in cinquanta, o che ne so, armati e tutto, gli elmetti.
Andiamo, sì, andiamo, ognuno stretto nella morsa della paura; lo capisci dagli sguardi, persi nel vuoto. Qualcuno non la trattiene, si vomita tra i piedi. Io mica vomito, però ho paura uguale. Bocca secca, tremori. Prendo la borraccia, la svito a fatica, tiro un sorso.
– Sgombrare la rampa!! Sgombrare la rampa!! 30 secondi allo sbarco!! -, urla l’uomo che guida l’anfibio, lassù, in alto.
– Ragazzi, mi raccomando, tenete lontani i fucili dalla sabbia!! Gli otturatori devono restare sempre puliti!! – urlo io che guido i miei, quaggiù. Poi qualcuno, non so chi, inizia a girare la manopola, e intanto l’anfibio rallenta, rallenta. Il beccheggio aumenta, aumenta, sbandiamo, perdiamo l’equilibrio e intanto sentiamo i primi colpi contro lo scafo, alcuni rimbombi lontani.
A sbandare sbandiamo uguale, sbandiamo ancora, però solo di lato, non in avanti e indietro.
Ci siamo fermati.
Il portellone, allora, scende giù.
I primi sono colpiti subito, finiscono in acqua con un frastuono fortissimo che inizia e finisce all’istante perché mi butto in acqua dietro a questi corpi già morti, mentre altri muoiono pure sott’acqua dove le scie d’argento quando raggiungono i loro corpi evaporano in nuvolette rossicce, la vita che scorre via depositandoli sul fondo, nel livido colore bluastro del mondo silenzioso.
Mi libero della zavorra che mi sta addosso, riemergo e respiro, respiro, sopra la testa un reticolo di scie luminose partite dalla cresta sopra la spiaggia dove stanno asserragliati tanti nidi di mitragliatrici. Sputano mica poco, le dannate, e fanno un sacco di rumore. Le onde sbattono, e mi sbattono, sul bagnasciuga. Trascino me ed uno ferito dietro il più vicino cavallo di frisia, e ci nascondiamo, anche se lui rimane scoperto, purtroppo. Muore così, una pallottola lo centra in mezzo al petto. A bocca aperta, gli occhi aperti, sembra solo meravigliato. La risacca lo trascina lontano, al largo.
Sto bene, qua dietro, le travi del cavallo misurano abbastanza, in larghezza, solido baluardo, ci metto la mano sul fuoco… Il fuoco, a proposito, dei lanciafiamme tedeschi… Arrostisce i nostri come capita, tante torce che corrono all’indietro, verso il mare, in cerca di un sollievo che non arriverà mai. Tra le tante anime ormai perse ce n’è una, in particolare, ancora viva, che mi passeggia davanti, incurante delle pallottole. Gli manca il braccio destro, strappato via da qualche esplosione. Sta curvato in avanti, cerca qualcosa in mezzo al tappeto dei morti che si accumula tra i bastioni di ferro, finché lo trova, il moncherino, lo prende e se ne va.
– Aprite il fuoco!! Aprite il… -.
BOOOOM
È stata forte, forte, non ci sento più, non sento ciò che mi urla il sergente che prima urlava di aprire il fuoco, vedo solo le sue labbra agitarsi ed i lineamenti del viso alterati sotto l’elmetto, i denti comunque bianchi da ragazzo sano del Minnesota… L’udito torna con un fischio prolungato, potente, insieme al boato dell’inferno in terra.
– Signore!! Signore!! Ripeto, che facciamo, adesso, signore? -, continua ad abbaiarmi contro, senza fermarsi.
– Togliete quegli uomini dalla spiaggia!! -, gli rispondo, nella maniera più autorevole che mi riesce.
– Mamma!! Mamma!! Mamma!! -, grida, disperato, un ragazzo steso vicino a me. Si regge con entrambi le mani l’addome, dilaniato da un colpo di mortaio. Le budella escono un poco a destra, e un poco a sinistra. Del sangue gli cola dalla bocca, mischiato alla bava ed alle lacrime.
Non immaginavo, sul serio, che le pallottole fischiassero così.
Quando colpiscono il metallo dei cavalli fanno il solito suono sordo, un crepitio, ma fanno un suono particolare pure quando attraversano l’aria, più o meno vicine all’acqua; forse dipende dall’umidità, forse dipende dalla velocità, o che ne so… A volte il sibilo è acuto, a volte grave, a volte hanno un’eco cupa, sonora, squillante.

Ecco, eccetera eccetera.
Così inizia, e così continua, la famosissima pellicola hollywoodiana sullo sbarco in Normandia.
Otto, indimenticabili minuti che ti lasciano inchiodato, e senza fiato, innanzi allo schermo.
Il fatto è che tu, tu spettatore, intendo, ti senti proprio al centro della scena; il battito cardiaco aumenta, ti viene il fiatone e magari inizi pure a sudare.
Perché un lettore, uno spettatore, dovrebbe appassionarsi ad una storia? Perché deve immedesimarsi in essa, e questa immedesimazione inevitabilmente passa, prima che per i contenuti, per la vicinanza fisica ai personaggi ed al loro mondo. Ciò implica che la descrizione delle scene avvenga al tempo presente, e che il narratore ne sia il diretto protagonista. Dunque bando alle terze persone, ai passati remoti, e nel caso in cui il protagonista non coincida con il narratore, anche costui deve “narrarsi da solo”. Insomma, la visuale per chi legge deve essere la stessa dello spettatore dei film, una visuale orizzontale, allo stesso livello del contesto; ad alzo zero, insomma.

 

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