Disseminazioni/ Capitolo 9

Piatti, pistole

di Aldo Di Virgilio

Roma, alba del 3 febbraio 1960, incrocio tra Via Paisiello e Viale Rossini, nel quartiere Parioli.
Sopraggiunge, a folle velocità, un vistoso macchinone americano, improbabile per il contesto provinciale e soprattutto per il colore, una Ford Thunderbid color lilla, tendente al rosa.
La guida un uomo famoso, un famoso cantante, reduce da una notte di bagordi, trascorsa cenando in un ristorante prestigioso e dopo in un night di Via Margutta dove pare abbia incontrato una certa Baby Gate, al secolo Mina, con la quale pare abbia interpretato un’irresistibile gag, o forse cantato una delle sue famose criminal song.
Nel momento in cui a bordo della sua la Ford quest’uomo attraversa il suddetto incrocio, da un lato sopraggiunge un enorme camion Lancia Esatau che trasporta materiale edile, ma non se ne avvede, e così ci finisce sotto.
Lo schianto è tremendo, spaventoso.
Il ventiquattrenne che conduce la bestia, ovviamente illeso, scende e tenta di prestare soccorso al conducente della Ford, nonostante l’intrico di lamiere in cui si è trasformato il bolide color confetto; l’impresa, già ardua in sé, lo diventa ancor di più quando riconosce la faccia di quello lì in mezzo… Il suo cantante preferito, quello che gli allietava i pomeriggi davanti ai neo-introdotti juke-box, ore ed ore a risentire quella voce catramata da cento sigarette eppure così fresca, simpatica, originale…
Il ventiquattrenne vede un passante, addirittura un carabiniere, urla, li chiama, accorrono, in tre finalmente estraggono il corpo martoriato, fermano un autobus e ce lo caricano sopra, precipitosa corsa in ospedale ma niente, niente, il famoso cantante non ce la fa, purtroppo no, il famoso cantante muore.
Il famoso cantante è Fred Buscaglione.
Intorno alla sua casa, già nelle ore immediatamente successive alla diffusione della triste notizia, si ammassa una folla incredibile di migliaia di persone, che la polizia a fatica argina con un cordone di sicurezza. Sono così tanti che alcuni si arrampicano persino sui lampioni circostanti, per avere un poco d’aria in più, o magari una visione migliore sul portone. I visi sono confusi, spaventati, attoniti. Qualcuno intona ritornelli, Il dritto di Chicago, Eri piccola così.
Fred Buscaglione aveva 38 anni, ed era all’apice della sua carriera.
Il giorno del funerale poggiarono sulla sua bara un mazzo di garofani rossi, quelli che incastrava nell’occhiello delle giacche da gangster dalle quali non si separava mai, in gessato nero.
Altrettanto immancabili erano i baffetti sottili, il cappello a larghe falde, il sorriso smagliante, lo sguardo furbo.
Ma le ragioni del suo immenso successo non stavano certamente nel suo aspetto fisico, per quanto gradevole; le ragioni per cui già il suo pezzo d’esordio, Che bambola, edito dalla Cetra nel 1955 con il patrocinio di Gino Latilla, vendette oltre 980.000 copie, stavano altrove.
Aiutato da un carattere allegro, risultò piacione e volenteroso agli americani che lo catturarono in Sardegna durante la Seconda Guerra Mondiale, e gli lasciarono allestire, un giorno, il palco dove quelli avrebbero organizzato gli spettacoli per allietare le truppe. In questo frangente, con un cacciavite ed un martello Ferdinando, già ormai divenuto Fred, tenne il ritmo su un bidone di metallo così bene da suggerire ai suoi meravigliati carcerieri una domanda divenuta celebre: “You batteriologo?”. Quei giorni decretarono il suo amore incondizionato per lo swing, che il suo amico fraterno, nonché paroliere, Leo Chiasso trasformò nelle irresistibili canzonette a base di avventure picaresche che vedevano Fred, un gangster strampalato dal cuore tenero e dal grilletto facile, contrapposto a bionde platinate un po’ mignotte che immancabilmente lo infinocchiavano con quattro salamelecchi. Personaggio rivoluzionario, a metà degli anni ’50 rappresentò lo spartiacque fondamentale rispetto alla tradizione di cui davano sfoggio i cantanti a Sanremo, dove assumevano pose ieratiche, programmate da un copione che non ammetteva soluzioni originali mentre lui era del tutto fuori dagli schemi, okkei? Lui le interpretava, le canzoni. Lui, più che un cantante, era un attore, che nemmeno troppo nascostamente imitava Clarke Gable.
In Porfirio Villarosa, ad esempio, ritrovi tutta questa innovazione, e anche di meglio.
Porfirio è un torero un tempo operaio che dopo aver sedotto le sue amanti le abbandona divorziando almeno tre volte al mese, e lui ne ha le stesse fattezze. Una parte delle riprese lui canta in prima persona, in una parte diversa interpreta il torero di fianco alla solita biondina svenevole. Già l’assemblaggio delle scene, così articolato, risulta rivoluzionario ma ciò che svela questa dimestichezza con l’innovazione è l’apertura della canzone; entra in scena con un drappo, sotto cui nasconde un paio di corna.
Capito? Entra in scena con un paio di corna.
Simbologia allusiva al fedifrago protagonista, o riferimento letterale al tema principale?
Svelate le corna, poggia la mano destra nel punto in cui si uniscono e, come fosse un teschio, declama la famosa frase di apertura di Amleto, essere o non essere eccetera.
Ecco, dunque, svelato il segreto di Fred Buscaglione, la novità nella tecnica narrativa. Basta cantanti impalati, imbambolati, a telecamera fissa. Basta i soliti oggetti, la solita luce, i suoni arcaici e largo invece a pistole che sparano, piatti rotti, lo stesso vetro della telecamera incrinato dal suo pugno. Fred, credetemi, aveva capito una cosa fondamentale, che vale nella musica come nella letteratura, e cioè che la gente si stufa presto degli stereotipi. La gente, ed i lettori in particolare, sono in insaziabile attesa di novità, sia a livello espressivo che a livello di contenuti. Dunque, amici miei scrittori, non abbiate timore di sperimentare. Seguite l’esempio del nostro Fred. Evviva lo scoppio, il trauma sonoro. La scossa elettrica.

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