Intervista a Daniele Da Ponte

Intervista a Daniele Da Ponte

Dialoga con Fabio Valenzisi

Fabio: Daniele esordisce con questo libro che si intitola “Il dito nella piaga”. Ti chiedo, per cominciare, se puoi fare una breve presentazione di te stesso per far sapere chi sei e cosa ti ha portato a scrivere questo testo.

Daniele: Innanzitutto ringrazio tutti per essere qui. Fa sempre piacere trovare delle persone che sono pronte ad ascoltare argomenti come quelli che tratto io, che sono effettivamente molto delicati, soprattutto per le persone che hanno fede, appunto perché io tratto la Bibbia in un modo un po’ particolare, che considero solo uno dei modi possibili in cui ci si può approcciare a questo libro.
Io sono semplicemente una persona curiosa, pronta a mettere tutto in discussione, che è consapevole del fatto che la fede possa essere messa in discussione, contrariamente a quello che l’approccio teologico vorrebbe farci credere, sostenendo che la fede sia imprescindibile e indiscutibile. Se hai fede ce l’hai, punto e basta. Questo è quello che fa la teologia, che, tramite un approccio incondizionato e dogmatico, vorrebbe presentare questo Dio come buono, onnipotente e misericordioso.
Faccio una piccola premessa: con quello che dico, e sentirete che non è molto leggero, non intendo minimamente mancare di rispetto al fedele, alla singola persona o a chi si approccia in un certo modo alla Bibbia. Il mio lavoro nasce dal fatto che, anche se poi ci si fa un pensiero proprio e ci si allontana dal testo, quel pensiero deriva comunque da questo libro, dato che nel momento in cui il fedele dice: «Ho fede, la mia fede è riposta in Dio», il Dio di cui sta parlando è la persona descritta qui. Io sono andato a sviscerare quelle che sono le parole con cui è descritto Dio all’interno del “Libro Sacro”.

Fabio: Qual è stato il tuo modo di procedere?

Daniele: Riassumendo in poche parole. Ho svolto un’analisi letterale dei contenuti della Bibbia, che non tiene in considerazione la fede e la teologia, e nella quale ho cercato di limitare il più possibile l’interpretazione arbitraria di ciò che è scritto.
Non ho analizzato tutta la Bibbia ˗ che tra l’altro è un libro scritto migliaia di anni fa, non si sa da chi, non si sa come – ho preso solo i primi cinque libri, il Pentateuco, e li ho analizzati. Perché ho fatto ciò? Perché ritengo che in questi primi cinque libri si trovi il fulcro di tutta l’opera biblica. Che poi il Pentateuco, di per sé, è un pezzettino molto piccolo della Bibbia, ma ritengo che vadano esaminate le fondamenta e che ci si debba rendere conto di cosa c’è scritto lì, perché è, appunto, la base di tutto quanto. Si potrebbe obiettare con il fatto che l’opera biblica abbia un respiro molto più ampio, includendo anche il nuovo testamento, ma, a mio avviso, prima di continuare la lettura, bisogna concentrarsi sulle sue colonne portanti. Da quel momento in poi sta a chi legge decidere se avere fede o no.
Se uno dice: «Ripongo la mia fede nel Dio della Bibbia», nel momento in cui va effettivamente a leggere, trova delle cose sconcertanti. Io personalmente non sono stato molto contento e felice di ciò che ho trovato semplicemente attenendomi al testo, non immaginando altro.
È in questo momento, quando non può proprio accettare ciò che ha davanti agli occhi, che il credente sposta la fede dal Dio che è descritto nella Bibbia al modo in cui gli viene spiegato. Da qui nasce la teologia, il cui assunto di base è: qui dentro c’è scritta una cosa, ma siccome è troppo cruda, ne invento un’altra diversa e dico che era questo ciò che si voleva realmente intendere.
Esistono dunque due chiavi di lettura: una interpretativa e una letterale, cioè la mia. Io mi attengo al testo; se leggo che c’è un serpente che parla, quel serpente parla, non penso che sia una metafora. La teologia propone una chiave di lettura mista, talvolta interpretativa talvolta letterale.
La questione fondamentale è: quale elemento dovrebbe portarmi a capire dove devo interpretare e dove devo leggere alla lettera?
Una volta ho chiesto a un prete: «Qual è il criterio da adottare per capire dove leggere alla lettera e dove no?», e lui mi ha risposto: «Il buonsenso».
Si legge: “In principio Dio creò il cielo e la terra”. Credere a questo assunto è solo una questione di fede; per quanto ne sappiamo nessuno può avere assistito a questi fatti poiché nessun essere umano esisteva ancora. Non si può dunque sapere, dato che non c’erano testimoni, ma mi viene detto di usare il buonsenso. Secondo me è un po’ opinabile questa cosa del buonsenso, io non ci trovo proprio senso in quello che mi hanno detto.

Fabio: Dunque, fondamentalmente, qual è lo scopo del libro?

Daniele: Lo scopo del libro è quello di mettere in risalto che, attraverso una lettura letterale, viene fuori la principale caratteristica del presunto creatore del mondo, il quale non è affatto come viene dipinto dalla teologia – buono, potente e misericordioso – ma il contrario, cioè di una cattiveria mai vista prima nell’umanità. Possiamo prendere tutti i peggiori assassini della storia, sommarli e non viene comunque fuori questa cattiveria.

Fabio: Le caratteristiche di questa cattiveria quali sono?

Daniele: Javeh – il nome proprio di questa divinità, che si fa però chiamare in molti modi – è un Dio geloso, a cui interessa fare solo la guerra, che non ha un briciolo di misericordia, di pazienza, di tolleranza e che ha un’indole anche molto particolare, dato che pretende per sé delle cose che, a mio avviso, sono molto lontane da quelle che dovrebbero, almeno nell’immaginario comune, essere nell’indole di una vera divinità. Pretende, per fare un esempio, che vengano bruciati animali, talvolta anche delle persone, e di sentirne l’odore. Immaginate un Dio che adora annusare la soave fragranza degli animali bruciati. È una cosa un po’ strana. È per questo che mi interessa analizzare le parole con cui è descritto.

Fabio: Questa lettura che proponi è una lettura che va al di fuori di quelli che sono gli schemi consueti, teologici, che poi chiaramente vanno a influenzare quello che è il modo di pensare comune. Quali sono e dove trovi, i dati oggettivi che sostengono quello che stai descrivendo?

Daniele: Se qualcuno dovesse chiedermi dei riferimenti precisi o delle note, io apro direttamente la Bibbia, non invento nulla. Infatti la cosa che ho scelto di fare è di mettere i riferimenti precisi, cosicché ognuno possa fare un confronto diretto. Il mio consiglio, per una persona interessata a togliersi delle curiosità, è di farlo con una Bibbia di fianco. Serve anche solo per dire: «Vediamo se è vero quello che sta dicendo». Qualche parola magari la troverete diversa perché la Bibbia nel corso del tempo è stata rivisitata e riscritta. Ad esempio, ci sono delle versioni in cui trovate le parole ‘serpenti infuocati’ e altre in cui trovate ‘serpenti velenosi’.

Fabio: Quindi qual è la Bibbia giusta? C’è una traduzione migliore, dal tuo punto di vista?

Daniele: No, no. La Bibbia inizia a circolare grossomodo tra il 2000 e il 1000 a.C. Era una pergamena su cui si trovavano righe di consonanti infinite, senza punteggiatura, senza niente. Col passare del tempo sono arrivati i masoreti che hanno aggiunto vocali e punteggiatura e hanno fatto le traduzioni. Dall’ebraico al greco, dal greco al latino e così via. Ma cosa c’era scritto in origine e cosa volessero dire certe parole non lo sa nessuno, né nessuno sa chi lo ha scritto. Più che entrare in queste questioni, ciò che interessa a me è far vedere in che cosa, a oggi, viene riposta la nostra fede. E mi interessa analizzare le parole attuali in cui lo leggiamo. Anche perché, prendendo in considerazione ciò che poteva esserci scritto in origine, viene fuori uno scenario ancora peggiore, ancora più crudo.
Mauro Biglino era un traduttore dall’ebraico antico all’italiano proprio per le edizioni San Paolo (CEI); ha poi iniziato a scrivere dei libri nei quali si concentra sulle parole tradotte in modo errato e su quale sarebbe il loro reale significato.
Quindi, vi faccio un esempio. Noi crediamo in Dio, Dio è una parola italiana, la parola originale è Elohim, che è una parola che nessuno al mondo sa quale sia il suo reale significato, anche se qualcuno dice che è il nome di Dio. No, Elohim è l’appellativo che viene dato a X persone, non a una sola, dato che è il plurale della parola Eloha, ed era associato a un gruppo di individui che allora venivano visti come divinità. A questo punto uno prenda la Bibbia, la apra e legga ‘gruppo di divinità’ invece che ‘Dio’, cambia tutto. La Bibbia è un libro che di fatto parla di politeismo; poi, dopo, viene messo in risalto il protagonista del libro che è Javeh. Egli è infatti il Dio della tribù di Giacobbe, chiamata dopo tribù di Israele; c’è il Dio dei Cananei, ognuno ha il suo. Lo ribadisce in continuazione:«io sono il vostro Dio».

Fabio: Parlaci un po’ di come è composto il libro.

Daniele: Il mio libro è strutturato in tre parti. La prima parte è fatta di brevi capitoli propedeutici a una lettura più consapevole, dove si raccontano un po’ di cose della religione e della nascita della Bibbia, il passaggio dal politeismo al monoteismo, lo studio del pantheon delle divinità del popolo sumero, etc. Vi chiederete, cosa c’entrano i Sumeri con la Bibbia? Andando a prendere gli scritti che ci hanno lasciato, mentre leggevo i loro racconti ho detto: «io questa roba l’ho già sentita». Erano anni che studiavo i Sumeri e mi sono trovato davanti a questo testo. L’ho comparato con la Bibbia e sono andato a parlare con un insegnante di religione che mi ha detto: «È ovvio Daniele, è ovvio, ormai sappiamo che la Genesi trae spunto dai testi dei Sumeri». Allora la Genesi non è un testo ex novo, è quasi un copia e incolla. Infatti ho messo un capitolo dove si compara la Genesi con il testo dei Sumeri.
Ci sono dunque questi capitoli propedeutici all’inizio. Si passa poi all’analisi effettiva della Bibbia. Dopodiché si arriva alla parte finale, composta da una serie di interviste che ho fatto a cinque persone aventi particolari conoscenze in materia biblica, a cui ho posto diciotto domande. Le persone a cui ho rivolto queste domande sono: un pastore della chiesa evangelica, un responsabile dell’ufficio stampa dei testimoni di Geova della sede di Belluno (che si è addirittura fatto approvare le risposte dalla sede centrale di Roma), un insegnante di religione delle scuole superiori, il rabbino capo della comunità ebraica di Ferrara e un docente universitario della Ca’ Foscari con un certo numero di pubblicazioni all’attivo. Così facendo le persone hanno modo, soprattutto il fedele, di andare a cercare una persona di riferimento nella figura, tra queste, a cui dà più credito. Manca all’appello il prete. Ho chiesto a circa settanta preti e non ce ne è stato uno che abbia accettato. Questo perché la fede non si può mettere in discussione e perché non si può leggere in un modo solo: bisogna leggere alla lettera dove fa comodo e interpretare dove fa comodo, perché se no non potrebbe esistere quell’immagine di Dio buono e misericordioso in cui credono.

Fabio: Andiamo a leggere qualcosa, facci qualche esempio concreto.

Daniele: Iniziamo a vedere che cosa c’è, non tanto nel mio testo, ma nella Bibbia.
Premessa, non sono per forza ateo. Ateo inteso come senza Dio. Sono agnostico. Io ritengo che la teologia ci abbia raccontato delle bugie riguardo al Dio che è descritto qui, ed è questo che mi interessa. Perché a mio avviso, guardandosi dentro, pensando al cosmo, alla meraviglia e all’amore, un Dio concettuale potrebbe anche esistere, io non dico di no, ma non mi occupo di questo. Quello che sostengo io è che il Dio che è descritto qui per forza di cose non è il creatore del mondo. Non è che perché c’è scritto: “In principio Dio creò il cielo e la terra”, allora questo ci dà la prova che è davvero Javeh che ha fatto il cielo e la terra. Se volete credere che sia così va bene, ma dobbiamo renderci conto di quali sono le parole che lo descrivono.
Quindi che cosa c’è lì dentro? C’è un personaggio che viene chiamato Javeh, in origine era yhwh – nessuno sa come si pronuncia -, poi hanno tirato fuori la storia che quel nome era talmente sacro che non si poteva nemmeno pronunciare per cui hanno iniziato a chiamarlo il Signore. Fatto sta che questo personaggio, Javeh, a mio avviso, potrebbe sì essere esistito, ma non era Dio nel modo in cui siamo abituati a pensare Dio, era il Dio, o meglio dire il mandante in capo, il generale, o chiamatelo come volete, della tribù di Giacobbe.

Fabio: Che tra l’altro, se ricordo bene era definito il Dio della guerra, giusto?

Daniele: Sì. Infatti questo è a mio avviso un libro di guerra, perché ovunque leggiate si parla di guerra. Uno potrebbe dire: «Ci sono i salmi», che sono però dei palesi canti di guerra. “Ha gettato in mare cavallo e cavaliere”, detto quando gli israeliti escono dal Mar Rosso. Gli israeliti passano e gli egiziani muoiono; ma perché dovevano morire? Li ha ammazzati Dio, ma perché? Dicono perché avevano tenuto prigionieri gli israeliti; se anche fosse vero, poteva sempre rimandarli indietro, perché ucciderli? È l’onnipotente, può bloccarli e mandarli indietro, invece no, li deve uccidere e deve uccidere anche i cavalli.
Il problema è che nel momento in cui si deve spiegare una certa cosa viene detto: «Mistero della fede, sai ma non vogliono dire questo, il libro è stato scritto anni prima».
Ma allora perché devo aprire il nuovo testamento, prendere le parole di Gesù e dire: «Guarda qui, che bello, c’è scritto l’amore di Dio». A me va bene, ma andiamo a vedere prima, cosa si trova? Qui c’è scritto che lui ammazza un sacco di gente. Allora io ti dico che è cattivo e tu mi dici che è buono, ma che sia buono è possibile che sia cattivo no, ma perché? Per quale principio?

Fabio: Per quel che riguarda i salmi, io ho avuto modo di leggere ed effettivamente ci sono dei passi che fanno venire dei dubbi, dato che questo Javeh fa delle cose che sono quasi una sorta di selezione.

Daniele: Sì, tutto il libro è un libro di guerra, di sacrifici, di purificazioni, di cucina. Tu diresti: «Cosa c’entra la cucina?». C’entra, perché, a quanto pare, bisogna dire quali sono gli animali che si possono mangiare, quali no, ci sono gli animali puri e impuri, mondi e immondi. Gli animali che Dio stesso ritiene ripugnanti. La parole che Dio usa, visto che in teoria è la parola di Dio, è proprio ripugnante, quindi non si possono mangiare. Quelli che si possono mangiare bisogna tagliarli ed eviscerarli in un certo modo, bisogna poi bruciarli nel fuoco perché a lui piace sentire la soave fragranza… È un libro molto macabro.
Ecco, quando vi dicono che è un bellissimo libro in cui si trova una bella storia, io mi chiedo cosa ci sia di bello visto che si tratta di un libro macabro, pieno di omicidi. Io, di per sé, non ho niente contro la Bibbia, è la Bibbia che usa delle parole e io dico quali sono le parole che ci sono qui dentro.

Fabio: Puoi leggerci qualche passo…scabroso?

Daniele: Sì, allora, cominciamo con “In principio Dio creò il cielo e la terra”, in cui vi faccio notare una piccola cosa che non è neanche nel libro. La prima cosa che Dio fa è dire: «Luce», e luce fu. Che cos’è la luce nel nostro pianeta? In teoria il sole, ma a quanto pare no. Perché per prima cosa dice luce, poi fa una serie di cose e dopo si ricorda di fare il sole. Mi viene detto: «Eh, ma va interpretato, così era come lo scrivevano una volta». Ok, ma se la mia fede è riposta in questo libro allora come devo leggerlo? Se devo mettere da parte quello che c’è scritto, io questo libro lo butto via, ne scrivo un altro e mi invento quello che voglio.
Questo libro segue una cronologia, non è come il Corano, è un libro che dovrebbe avere un senso di per sé. Si legge che Dio ci mette una settimana a fare il mondo e poi si riposa. Ma davvero Dio, se fosse tale, avrebbe bisogno di riposarsi dopo aver fatto il mondo in una settimana? Uno per cui non esiste il tempo non dovrebbe doversi riposare. […]
A un certo momento nasce Noè. Dio manda il diluvio e dice a Noè di salvarsi, gli dice che avrebbe distrutto tutto poiché aveva visto che la malvagità degli uomini era grande. Andate a leggere l’inizio della Genesi e trovatemi una cosa malvagia: a parte il fratricidio di Caino, non ce ne è traccia.
Comunque, Dio che è onnisciente e onnipotente ha visto la malvagità degli uomini e ammazza tutti. Fa il diluvio e manda nell’arca un gruppo di persone: Noè, la moglie, i figli, le mogli dei figli. Finito il diluvio escono, e qual è la prima cosa che fanno? Appena escono dall’arca, ricordiamo che avevano preso una coppia di animali per ogni specie, la prima cosa che fanno è edificare un altare al Signore, prendendo ogni sorta di animale mondo, cioè puro, e offrendolo come olocausto sul suddetto altare. Si legge subito dopo che il Signore ne odorò la soave fragranza, queste sono le parole della Bibbia.

Fabio: Quindi ci sono dei passi dove la crudeltà viene espressa in maniera chiara, dove se andiamo a leggere è palese.

Daniele: Secondo me tutti i passi sono così.
Proseguendo troviamo che a un certo punto nasce Abramo, primo grande patriarca. Abramo e Dio fanno questo patto e anche lì c’è un grande olocausto, quello del figlio Isacco, che deve andare sul fuoco. Dio dice: «Ho bisogno di una prova da te, ho bisogno di sapere se tu mi temi». Abramo prepara la legna, mette sopra il figlio, arriva l’angelo del Signore che gli dice di non stendere la mano contro il figlio perché ora Dio sa che lo teme… ma perché doveva temerlo? Non c’è niente di sensato in questa cosa. Comunque, Abramo si gira e vede un ariete incastrato in una siepe, allora gli offre l’ariete, così Javeh è soddisfatto.
Andiamo nel libro dell’Esodo. Nell’Esodo nasce Mosè, una delle figure forse più importanti della storia della Bibbia; si pensa comunemente che sia la figura di un uomo buono ma è in realtà uno dei più grandi assassini della storia. Se avete il coraggio di leggere la Bibbia per come è scritta, liberi dai dogmi della fede vedrete che non vi racconto nessuna bugia.
Mosè viene a contatto con Dio, si mettono d’accordo e Javeh gli dice: «Vai a liberare il mio popolo», cioè gli israeliti, che non si sa da dove vengono (perché chi sono gli israeliti non lo sa nessuno, si dice che gli israeliti fossero stranieri in terra d’Egitto). Io ho chiesto agli intervistati a quale terra appartenessero originariamente… Secondo voi qualcuno mi ha risposto? No, perché non lo sanno dato che non c’erano. Se qualcuno di voi fosse curioso di scoprire qualcosa in più sul popolo d’Israele vi consiglio due libri da associare: uno è L’uomo Mosè e la religione monoteista di Sigmund Freud; l’altro è il miglior libro, a parer mio, mai stato scritto su tale argomento, di Mario Liverani, La storia antica d’Israele, oltre la Bibbia.
Vi faccio un sunto di quello che si deduce dal testo di Freud. C’era il politeismo, poi è arrivato il faraone Akhenaton e sparisce il politeismo. Mosè era un suddito del faraone e adorava il Dio sole unico, Aton. A un certo punto muore il faraone e Mosè si trova a dire: «Cosa posso fare ora che vogliono ripristinare il politeismo?», allora prende una schiera di fuggiaschi, di ribelli, di gente che non può pagare le tasse, li porta fuori e sarà questo il gruppo che verrà poi chiamato col nome che successivamente diverrà ebrei.
Mosè va dal faraone per chiedere di lasciar partire il suo popolo per la terra che Dio gli ha promesso e gli dice: «Dice il Signore, lascia partire il mio popolo perché mi celebri una festa nel deserto, ci sia dunque concesso di partire per un viaggio di tre giorni nel deserto per celebrare un sacrificio al signore nostro Dio perché non ci colpisca di peste o di spada».
Inizia a venire fuori l’indole di questo Dio. Vedrete che ogni volta che questi, dopo che saranno usciti dall’Egitto, apriranno bocca per dire: «Ho fame, ho sete», verranno puniti, poi magari gli darà un po’ d’acqua. Hai sete? Prima ti ammazzo, dopo ti do un po’ d’acqua. Ti lamenti? Hai fame? Prima ti ammazzo, poi arriva la manna.
Continua su questa scia. Il libro del Levitico è il libro delle purificazioni, dove si spiega nel dettaglio come comportarsi in certe situazioni di mestruazioni abbondanti, come gestire gli schiavi, come tagliare la carne, come guarire certe malattie, specifica certi impedimenti al sacerdozio. “Nessun uomo che abbia qualche deformità potrà accostarsi al pane di Dio…”, vogliamo interpretare? Ma non c’è niente da interpretare. Per me, questo Dio, visto che era vivo, in carne e ossa, aveva paura di ammalarsi; siamo nel deserto e ha paura di ammalarsi pure lui, va dunque a tenersi distanti tutte le malattie e le contaminazioni che potevano esserci. […]

Fabio: In base a queste tue ricerche, qual è la tua considerazione personale?

Daniele: Il libro che ho fatto io vuole essere un piccolo strumento che possa servire a liberarsi un pochino delle idee della teologia, in maniera tale che si possa prendere il coraggio di leggere la Bibbia senza la fede, dato che non ci può succedere nulla di male.
Immaginate se Dio ci stesse realmente guardando e se noi stessimo seriamente mettendo in discussione la nostra fede. Se fosse buono ve lo lascerebbe fare, se fosse cattivo vi ammazzerebbe; ma tanto, nella situazione in cui siamo, cosa potrebbe succedere? Ne varrebbe comunque la pena. L’importante è secondo me che ci si renda conto che non succede nulla a mettere in discussione ciò che è scritto.
Devo ammettere che il cattolicesimo è l’unica religione che, in qualche misura, si è mostrata, nel corso del tempo, aperta nei confronti dei cambiamenti, che è una cosa che comunque la Bibbia dice di non fare. Nel Deuteronomio si trova una delle leggi più importanti: “Nulla aggiungerai, nulla toglierai alle leggi che io oggi ti do”. Quindi, dato che Dio è senza tempo, le leggi date allora devono essere valide anche oggi. Per fortuna i cattolici hanno un po’ cercato di riformare questa cosa per renderla più malleabile, anche se in realtà non avrebbero dovuto. È tuttavia un’operazione lecita per loro se si pensa che, in realtà, i cattolici, specialmente i cristiani, si sono impossessati di questo libro in cui si parla sempre e solo di israeliti e mai di loro. Devono però sforzarsi di tenere in piedi anche il vecchio testamento, perché se Gesù è figlio di Dio allora è figlio di questo Dio.

Fabio: Nel nuovo testamento c’è il passo dove Gesù dice: «Non sono venuto a perfezionare ciò che è stato detto nel vecchio», che ne pensi?

Daniele: Ma può aver detto quello che vuole. Gesù sarà anche venuto a perfezionare, ma nel libro c’è anche il vecchio testamento eh; non si può ignorare quello in virtù di ciò che viene aggiunto dopo. Dio dà degli ordini ben chiari e precisi, non ti puoi mettere anche contro tuo padre, è lui che ha fatto il mondo e ha dato le sue regole.
Se arrivo io oggi e ti dico una cosa ancora diversa, cosa succede? Non è possibile. È per questo che dico che prima di andare a leggere il nuovo testamento bisogna analizzare le fondamenta. Se io le fondamenta le ritengo sane e intelligenti allora vado avanti con il testo, altrimenti no. Se domani trovo qualcuno che mi dà una nuova chiave di lettura va bene, magari divento prete. Sono pronto a mettere tutto in discussione, analizziamo e vediamo.

Fabio: E quelle leggi lì, secondo te, sono applicate oggi?

Daniele: Ma no. Si dice di non uccidere e ammazzano tutti, e si potrebbe continuare con gli esempi.
Voglio raccontarvi altre due cose. Questa è una di quelle storie dove uno dice: «Qui c’è una metafora».
Siamo al punto in cui gli israeliti hanno fame, sono nel deserto da anni anni e anni, con il sole che picchia, devono recuperare un sacco di legna per fare gli olocausti per Dio, ma la legna dov’è nel deserto? Non c’è. Questi, oltre alla fatica, hanno ovviamente una fame allucinante. Dio gli dà la manna, che è una specie di rugiada che cade dal cielo; gli israeliti quando si svegliano la mattina la raccolgono e devono mangiarla entro due giorni altrimenti fa i vermi. Pensate a questi e a quello che sopportano pur non avendo nessuna voglia di stare nel deserto per Javeh – e lo dicono anche: «Cosa ci hai fatto Mosè a portarci fuori dall’Egitto, che noi stavamo lì e avevamo da mangiare gratuitamente» -.
Dunque, hanno fame. Visto che hanno fame Dio ne ammazza un po’, solo dopo dà loro da mangiare. Qualcuno comincia a lamentarsi, allora Dio dà fuoco a parte dell’accampamento; si legge: “Li udì il Signore e il suo sdegno si accese e il fuoco del Signore divampò in mezzo al loro e divorò una parte dell’accampamento”. Ma di cosa si lamentano gli israeliti? Del fatto che venga dato loro per cibo solo la manna e ricordano i bei tempi in cui in Egitto avevano del buon cibo fresco.
Allora Dio risponde a Mosè che darà carne a tutto il popolo per un mese intero finché non ne avranno a noia. Induce un vento che fa cadere delle quaglie a un giorno di cammino da loro. Il popolo le raccoglie tutto il giorno e tutta la notte, per un minimo di 13 kg a testa. Ecco, sembra finalmente un’opera misericordiosa di Dio: il popolo chiede e il Signore esaudisce. Ma pochi istanti dopo, nella riga successiva… “Avevano ancora la carne fra i denti e non l’avevano ancora masticata, quando lo sdegno del Signore si accese contro il popolo, e il Signore percosse il popolo con una terribile piaga”. Quindi, nel momento in cui il popolo si lamenta, il Signore procura la carne e, mentre ancora la masticano, ammazza parte della sua amata gente per il semplice motivo di aver mangiato con giustificata voracità. Pur volendo accettare la metafora, dobbiamo immaginare la terribile e faticosa situazione in cui vivevano gli israeliti mentre combattevano per lui, direi che la prospettiva cambia. Queste sono le storie che dovremmo credere come parola di Dio. […]
Leggo un’altra cosa. Un capitolo che porta il nome di onestà, dunque, “Come essere onesti”. Queste sono le leggi di Javeh. “Se alcuni verranno a contesa tra di loro, se la moglie dell’uno si avvicinerà per liberarlo dalle mani di chi lo percuote e stenderà la mano per afferrare colui nelle parti vergognose, tu le taglierai la mano e l’occhio tuo non dovrà averne compassione”.
Ci immaginiamo la scena? Cinque, sei persone fanno a pugni, arriva la moglie di uno di questi, vede il marito e dice: «Adesso tu vieni a casa», lo prende per le palle, arriva qualcuno e zac, bisogna tagliarle la mano, così, senza compassione, è questa la parola di Dio.
Si dice: «Erano altri tempi», ma qui c’è scritto anche: “Nulla toglierai, nulla aggiungerai alle leggi che io ti do”. In teoria io oggi dovrei fare questo, dovrei tagliare mani, piedi e occhi senza pietà.
Mi si può obiettare che si tratta di una metafora, ma allora anche “Dio creò il cielo e la terra” è una metafora. […]
Bene, diciamo che quantomeno mi sono esposto in prima persona, vi ho fatto vedere effettivamente cosa c’è scritto qui, non è che mi sono inventato delle cose. Poi se qualcuno vuole continuare ad avere fede in qualcosa di diverso da quello che è scritto qui è libero di farlo. Metto solo a disposizione un testo che fa vedere quali sono le parole che vengono usate. Quello che interessa a me è proprio notare qual è la base, da dove ha origine tutto. Nella Bibbia si legge: “L’origine è questa”, e questa io ho analizzato.

Domanda: Ci sono delle teorie che sostengono che in epoca ancestrale ci fosse una civiltà molto evoluta, che avesse dato le basi di una tecnologia che fosse in seguito scomparsa, i cui racconti fossero alla base di tutte le storie che sono poi presenti nelle civiltà successive, lei di questo cosa ne pensa?

Daniele: Io mi sono trovato a leggere la Bibbia proprio partendo da questo. Mi sono trovato a studiare il pantheon delle divinità sumere e mi sono reso conto di come lì, nelle storie degli antichi, potesse trovarsi l’anello mancante della storia dell’evoluzione umana. Io non sono un creazionista ma neanche totalmente un evoluzionista, nel senso che, la storia in chiave evolutiva mi può star bene da un certo punto in avanti. Andando indietro nella storia dell’uomo si nota che il passaggio dall’Homo Sapiens ai Neanderthal è avvenuto in poche migliaia di anni, contro il milione di anni dei passaggi precedenti… Di colpo lì succede qualcosa, arrivano i Sumeri. I Sumeri hanno inventato la ruota, l’astronomia etc. etc., tutte le basi su cui si poggia la nostra civiltà le hanno inventate loro. Leggendo le storie sembra che, e questo passaggio mi torna poco, si passa all’improvviso da un popolo fatto di scimmie a una civiltà che aveva delle conoscenze molto avanzate. Tutte le civiltà antiche dicono infatti: “Tutte le conoscenze ci sono state date dagli dèi che sono venuti dal cielo”.

Domanda : Qual è stato il libro che l’ha portata ad approfondire la questione dei Sumeri?

Daniele: Non è stato un libro. C’è stato un momento in cui ho sentito parlare della profezia dei Maya sulla fine del mondo. Visto che non ne sapevo nulla ho cominciato a fare ricerche e a studiare. Mi sono trovato davanti a degli scritti di Kramer (probabilmente il più grande sumerologo di tutti i tempi), e da lì si sono mano a mano aperte altre porte. Le storie degli antichi, che fossero nella Mezzaluna fertile o dove stavano i Maya, o le storie della valle dell’Indo – i Veda -, raccontano tutte quante di alcuni dèi che sono venuti a portare la conoscenza.
Pensate che, presso i Sumeri e, contemporaneamente, nella valle dell’Indo, nasce la scrittura, più o meno nel 5000 a.C.. Fanno una fatica terribile a scrivere sull’argilla, eppure le prime cose di cui parlano sono le divinità. Secondo voi, vista la fatica necessaria, ipotizzare delle divinità era proprio la loro priorità? Se se li fossero inventati all’interno di un solo gruppo potrei ancora accettarlo, ma come è possibile che dall’altra parte del mondo abbiano fatto lo stesso indipendentemente l’uno dall’altro? È una coincidenza un po’ improbabile. Allora dico, aspettiamo un attimo prima di bollare queste storie come mitologia; è che ci sembrano talmente tanto assurde che devono per forza essere finzione. Il problema è che poi crediamo alle storie della Bibbia, che altro non sono che il rifacimento di quelle storie là, che esistono da ben prima. A ognuno la sua scelta.
Quindi in realtà le fonti della Bibbia, che viene presa spesso come fonte di per sé di qualche verità, sono quelle storie lì a cui però non viene dato nessun credito e che vengono spesso viste solo come belle storie di fantasia su cui fare dei film.

Fabio: Per concludere, per caso hai altri progetti in cantiere?

Daniele: Un progetto c’è, ci ho riflettuto molto a lungo. Pensavo di andare avanti con l’analisi della Bibbia ma ho deciso di non farlo. Come ho già spiegato, per la visione che ne ho io, avendo studiato gli elementi portanti, avendo appurato che quel Dio non è buono e misericordioso ed è lontano dal modo in cui mi viene solitamente presentato, ho deciso che non ha senso andare avanti. Il prossimo lavoro si concentrerà sulla questione della parola “Dio” e di tutto ciò che si porta dietro.
Spero di essere riuscito a istillare in voi un po’ di curiosità e di voglia di mettere e mettervi in discussione. Grazie a tutti.

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