Intervista a Fabio Valenzisi

Intervista a Fabio Valenzisi

Federica: Fabio, il tuo libro “Ricordati di te” apre una sfida culturale per un passaggio verso una società meno tecnogena e più umana. Ma in un mondo sempre più caratterizzato da smartphone, sveglie parlanti, ore passate davanti ai PC e circondati da nuove intelligenze artificiali, che quasi si stanno sostituendo a noi nella quotidianità.. quali consigli offri per trovare un giusto equilibrio tra le varie dimensioni e soprattutto per riappropriarci di quello che a noi terapeuti piace chiamare “bussola interiore”?

Fabio: Dal mio punto di vista il concetto di “bussola interiore” va necessariamente contestualizzato. Ognuno di noi vive in relazione con il mondo e gli altri, nessuno può prescindere da questo fatto, in fondo siamo animali sociali. Perciò se il mondo cambia anche il modo di orientarsi in esso cambia. La società attuale, caratterizzata dal forte impatto tecnologico nella vita dell’individuo, comporta da una parte un certo grado di adattamento al contesto e dall’altra la capacità di fruire in modo utile delle opportunità che il contesto offre, come per esempio la tecnologia. Purtroppo, la realtà dei fatti porta facilmente a constatare come per molti l’adattamento non sia poi così facile e di conseguenza la capacità di sfruttare adeguatamente le opportunità tecnologiche lo è ancora meno. Probabilmente a causa di una alterata percezione del tempo e dello spazio, effetto collaterale della tecnologia sull’Uomo di oggi, moderno sì, ma ancora troppo condizionato da motivazioni biologiche arcaiche che lo rendono succube delle sue stesse creazioni tecniche: viviamo spinti da bisogni primari naturali antichi, in conflitto con le richieste reali o presunte dei nostri stessi artifizi tecnologici e tecnici. La tecnica è una creazione umana che si è insinuata con successo fra i bisogni dell’io e della specie, come se nel costrutto della psiche Es, Io e super io di Freud fosse apparsa una quarta istanza intrapsichica a batter cassa; così l’Io, che prima doveva bilanciare le pulsioni dell’inconscio – i bisogni primari della specie – e i freni del super io – le norme sociali e i divieti – ora deve gestire anche le richieste della tecnica che impongono efficienza e funzionalità. Infatti, la tecnica si comporta esattamente come la specie: ad entrambe non interessa nulla dei bisogni personali dell’Io. La specie vuole conservare sé stessa attraverso il bisogno naturale di procreazione, la tecnica allo stesso modo cerca di mantenere sé stessa imponendo all’uomo, assoggettato ad essa, la sua efficienza e i suoi ritmi inumani caratterizzati dal “tempo tecnologico”, più veloce e depersonalizzato rispetto al tempo biologico della natura; per la tecnica l’essere umano deve essere all’altezza ad ogni costo, competere e funzionare. Questo è un bel problema, perché dopo tutto la natura, a patto di onorare le richieste della specie, ci spinge ad esprimerci e tuttavia siamo abituati da secoli e secoli a fare i conti con le sue richieste, equilibrandole e sublimandole quando minacciano la sicurezza e la convivenza sociale; mentre la tecnica è una questione più recente, a cui non ci siamo ancora adattati: ci impone di funzionare senza compromessi. “Bisogna essere, quello che bisogna essere”; per la tecnica non c’è spazio per l’espressione individuale e tantomeno della specie. Forse in futuro riusciremo a vivere in armonia anche con la tecnologia, tuttavia, secondo me la strada è ancora lunga. Sforzandosi di essere ottimisti, probabilmente, saranno i giovani di oggi e i loro figli a trovare soluzioni a questo problema in futuro, perché la soluzione impone un modo diverso, per noi di oggi inconcepibile, di pensare e rapportarsi al mondo che solo chi è nato e cresciuto nell’era tecnogena può concepire. Alla luce di ciò il mio suggerimento è fare un’opera personale di consapevolezza, recuperando il contatto con la propria “bussola espressiva”, utilizzando la tecnologia come opportunità d’espressione di sé, usandola in modo adeguato, furbo, evitando di venire usati da essa. Per fare ciò, oltre al Lavoro di autoconoscenza dobbiamo anche conoscere la tecnologia, i suoi meccanismi, le sue autentiche utilità e i retroscena pericolosi già in atto e possibili, derivati da essa.

Federica: Un chiarimento che è possibile dare ai presenti oggi riguarda senza dubbio cosa intendi quando parli di SONNO VERTICALE? Scherzosamente mi viene da dire che quando dormiamo in genere siamo orizzontali, quindi questo sonno verticale quando avverrebbe?

Fabio: Sonno verticale è un termine preso in prestito dall’esoterismo perché molto evocativo: se quando dormiamo siamo orizzontali nel sonno verticale siamo in piedi, condotti da un pilota automatico caratterizzato da risposte reattive, uno stato automatico di veglia passiva. Di per sé il pilota automatico non è un problema, anzi è utile, senza avremmo serie difficoltà a portare avanti la maggior parte delle attività quotidiane; diventa un problema quando la totalità della nostra vita è vissuta nell’automatismo, in questo stato abusiamo del pilota automatico e vaghiamo come sonnambuli nel mondo senza esserci: invece di essere nel mondo, siamo del mondo e quindi completamente assoggettati ad esso, ragionevolmente statici. Per questo nel libro faccio spesso riferimento alla necessità di “svegliarsi” dal sonno verticale, ma non in senso esoterico o spirituale, nel senso più pragmatico del termine: recuperando il significato del proprio mondo per protendersi verso di esso, abbandonando l’illusione di dover attrarre a noi quello che desideriamo, cercando e perseguendo la strada di ciò che ci attrae autenticamente. Forse l’epopea della legge dell’attrazione è nata proprio a causa del fatto che abbiamo perso il senso di quello che ci attrae nel mondo. Non siamo più capaci di domandare a noi stessi cosa ci attrae così tanto da giustificare la forza per protendere attivamente verso la fonte autentica di ciò che stimola i nostri interessi; siamo diventati pigri, preferiamo la comodità del “misticismo logico” della legge di attrazione, preferiamo essere noi stessi invece di esprimere noi stessi. La persona in stato di sonno verticale è razionale, statica, ferma, ricerca l’immutabilità delle cose, si affanna per controllare tutto, s’illude di vivere per sempre, evita il cambiamento. La persona lucidità, Sveglia, invece è dinamica, folle, in costante divenire, consapevole della mortalità, dei sui limiti e allo stesso tempo delle sue vocazioni. E per questo, attratta dal mondo e dai suoi stimoli che danno senso tangibile alla sua incessante protensione attiva verso ciò che la rende felice. La persona Sveglia non vive in uno stato di coscienza ma in un divenire cosciente istante per istante.

Federica: Ognuno di noi, che sia un terapeuta della salute, e che si occupi di altri per missione professionale, o che pratichi qualsiasi altra professione sarebbe avvantaggiato quando capisce, secondo te, la differenza tra ciò che gli psicologi chiamano sé reale e sé ideale, evitando di rinnegare quelle parti di noi che non ci piacciono e fingendo di essere qualcosa di altro o identificandoci troppo con una di esse… insomma compresa questa distinzione possiamo esprimere meglio la nostra personalità, che a volte rimane un po’ soffocata, e capire meglio anche i nostri veri bisogni evitando di sprecare energie verso direzioni inutili. La domanda a cui cerchi di dare risposta è proprio: cosa significa lavorare su sè stessi?

Fabio: Esattamente, spesso viviamo nella discrepanza esagerata fra il come vorremmo essere e il come dovremmo essere, perdendo di vista il nostro punto di partenza, il fatto, la realtà, il presente; ovvero chi realmente siamo in quel particolare momento o periodo della nostra vita. Lavorare su sé stessi, dal mio punto di vista, sta proprio nell’allenarsi a prestare costante attenzione al punto in cui ci si trova, al presente e/o al Sé reale, che non è qualcosa di fisso e immutabile, può cambiare e arricchirsi, basta evitare di fissarsi troppo sulle proprie posizioni, essere flessibili accogliendo il divenire costante delle nostre mutazioni. Come dicevo poco fa,   Un Sé flessibile è l’antidoto a molti disagi esistenziali e psicologici. Questa è la base per esprimersi liberamente nel proprio mondo, punto fondamentale di tutto il libro. In estrema sintesi: presta attenzione ai fatti che caratterizzano il tuo stato attuale, personali e contestuali; poi rendi dinamico il processo: conosci te stesso in ogni istante. Allo stesso tempo, con elasticità, calibra le tue azioni sulla base di questa consapevolezza, secondo misura.

Federica: Oggi le persone non hanno voglia di fare fatica e soffrire, preferiscono tecniche rapide e risolutive, ma perché dovrebbero mettersi a praticare questo lavoro su di sé che spesso è lungo e richiede impegno? E’ molto più facile lamentarsi e dare la colpa ad altri, ai capo ufficio, al marito, ai politici, alla società. Insomma quali sono i vantaggi che una persona ne dovrebbe trarre per sé?

Fabio: Come ho fatto notare prima, le persone preferiscono tendenzialmente essere sé stesse anziché esprimere sé stesse, questo è un fatto umano. Ci sono numerose ricerche in campo psicologico che mettono in evidenza quanto i nostri atteggiamenti siano rigidi e resistenti al cambiamento, in più la natura di un atteggiamento, ovvero delle nostre convinzioni, è quella di orientarsi verso le fonti che lo confermano evitando quelle con contenuti diversi o conflittuali. Premessa poco incoraggiante al Lavoro su sé stessi. Tuttavia, se consideriamo quanto spesso le nostre rigide convinzioni siano causa di stress e disagio, diventa chiaro come siano numerosi i vantaggi del Lavoro interiore: flessibilità, capacità di adattamento, senso di autoefficacia, gestione dello stress, capacità di espressione, rilassamento, lucidità, equilibrio emotivo e psicofisico, benessere, tranquillità, serenità ecc… stiamo parlando di vantaggi tangibili, oggettivi. Attenzione, non sto dicendo che il Lavoro su sé stessi rende immuni da problemi, ostacoli e/o sbagli; il Lavoro interiore favorisce le risorse per vivere in modo sereno anche nelle situazioni problematiche, è un allenamento quotidiano che dona la capacità di pensare per soluzioni e non per problemi. Chi Lavora su di Sé impara a trasformare gli sbagli in errori, gli ostacoli in opportunità, non sono frasi fatte per sensazionalismo: funziona proprio così. Ma è necessario accettare la durezza e la fatica del Lavoro su sé stessi, abbandonando ogni desiderio di risultato, per capire questo passaggio leggetevi il libro… Ma c’è di più. Spesso le persone si addentrano nel Lavoro su sé stesse a causa di un problema, un disagio, una difficoltà. È l’innesco più comune che porta l’individuo a mettersi in discussione: ad un certo punto della vita accade qualcosa che fa crollare alcuni punti di riferimento: fino a un attimo prima la tua esistenza si reggeva su solidi punti d’appoggio, poi tutto cambia, crolla qualcosa. Questo comporta sofferenza e dolore: e così vai alla ricerca di una soluzione, magari un libro o di qualcuno che possa aiutarti a capire cosa sta succedendo fuori e dentro di te. Cerchi una soluzione non solo per star meglio ma anche per migliorarti. Ma il Lavoro su sé stessi è molto più di questo. Il suo scopo non è il mero vantaggio personale, ha un’utilità sociale: migliori te stesso auspicabilmente per migliorare il mondo che ti circonda. Carl Gustav Jung diceva: “se le cose grandi vanno male è solo perché i singoli individui vanno male perché io stesso vado male. Perciò, per essere ragionevole, l’uomo dovrà cominciare con l’esaminare sé stesso”; penso che Jung sarebbe d’accordo nel considerare il concetto di Lavoro interiore come sinonimo della parola “esaminare”. E soprattutto che, esaminare sé stessi non riguarda solo chi vive una fase di disagio, ma è uno scopo che tutti, soprattutto i “sani” hanno il dovere di perseguire, per il bene proprio, altrui e della società. In fondo la società è costituita dalla somma degli individui, perciò solo l’evoluzione dell’individuo, il suo rinnovarsi e migliorarsi in senso etico, morale, pratico, materiale e spirituale può portare rinnovamento sociale.

Federica: L’inno al vero ascolto ritorna nel tuo libro e viene distinto tra ascolto psicofisico e ascolto interiore. Ci spieghi la differenza e se uno esclude l’altro oppure sono due modalità complementari di entrare in contatto con noi stessi?

Fabio: L’essere umano, per quanto ne sappiamo, è l’unico animale con la capacità di riflettere su sé stesso, di essere autocosciente. L’autocoscienza è caratterizzata da alcuni aspetti peculiari relativi all’attenzione: ognuno può rivolgere attenzione a sé stesso su vari piani, per esempio corporeo e interiore. Per questo motivo possiamo parlare di ascolto psicofisico – del corpo – e osservazione interiore o auto osservazione. Si tratta di due caratteristiche umane che si compenetrano l’una nell’altra. Questi concetti pratici ci riportano al discorso sul “sonno verticale”: normalmente nella quotidianità tendiamo ad orientare la nostra attenzione verso l’esterno, dimenticandoci di noi stessi. Questo stato di attenzione attratta dall’esterno non sarebbe un problema se ciò che ci attrae sono stimoli del mondo che ci interessano davvero, scelte consapevoli riguardo ad interessi personali autentici. Purtroppo, la maggior parte di noi, come abbiamo visto, più che esprimersi, funziona. Questo affanno al funzionamento risponde a stimoli che distraggono la nostra attenzione consapevole, stimoli perseguiti attraverso azioni automatiche che seguono la regola dell’efficienza e non dell’espressione. Ecco che in questo caso dimenticarsi di sé stessi diventa un problema, perché ciò che perseguiamo non è un’estensione della nostra consapevolezza, non è parte di noi; come avviene invece quando siamo immersi in attività che ci arricchiscono: queste attività presuppongono uno stato di autoconsapevolezza e ascolto precedente che ha contribuito a far emergere in noi il senso attrattivo verso quella particolare attività nel mondo. Perciò la questione potremmo definirla statistica, nel senso che: siccome la maggior parte delle persone conduce la propria vita in preda ad azioni riflesse attivate da abitudini indotte più che da scelte autentiche e consapevoli. Diventa chiaro che recuperare la capacità di osservare sé stessi, le proprie emozioni, i propri sentimenti, riconoscere le proprie attitudini; e ascoltare il proprio corpo, sentire come vuole esprimersi nel mondo, coglierne i disagi relativi alle situazioni che stridono con le nostre attitudini è fondamentale per strutturare una coincidenza forte, fra l’io e il corpo, con sé stessi. Qui, corpo, è inteso come corpo espressivo, non come comunemente lo concepiamo, in termini di organismo. Ma questo è un altro argomento, un’altra storia, forse per il prossimo libro…chissà!

Federica: Nella tua esperienza di professionista di psicologia del benessere che cosa è cambiato in questi 15 anni di attività? Le persone che si rivolgono a te quali tipologie di problematiche ti portano? Ce ne sono di più frequenti e di aumentate negli ultimi anni?

Fabio: Quando ho finito di scrivere “Ricordati di Te” mi sono accorto di come il mio punto di vista su certi argomenti del libro fosse già cambiato, per questo ho scritto la postfazione – che amo particolarmente –, per dare al lettore un finale aperto e che lasciasse l’orizzonte sgombro da conclusioni fisse. Scrivere mi ha fatto toccare con mano come il cambiamento sia una caratteristica fondamentale dell’essere umano. Inseguiamo le conclusioni, la stabilità ad ogni costo con l’unico risultato di trovarci sempre più rigidi e insicuri, quando invece il cambiamento delle idee, dei punti di vista, del modo di pensare è parte fondamentale della natura umana. Aprirsi al cambiamento è la disposizione d’animo più utile per arricchirsi, in tutti i sensi. Faccio questa premessa per mettere in evidenza come molto sia cambiato nel mio modo di essere professionista e divulgatore, kinesiologo e scrittore, studioso di psicologia e filosofia. Infatti, le persone che si rivolgono a me sono cambiate di pari passo con i miei cambiamenti, trasformazioni che hanno contribuito a far emergere sempre di più le mie attitudini, predisposizioni venute alla luce negli anni orientate naturalmente verso il mondo interiore e la psiche. Così, oggi, le persone che si rivolgono ai miei studi di kinesiologia applicata per risolvere problemi di carattere esistenziale ed emotivo, attraverso l’approccio olistico, aumentano giorno dopo giorno. L’esperienza di tutti questi anni di lavoro con le persone mi ha portato ad approfondire l’importanza del rapporto fra il corpo e il contesto in cui l’individuo vive quotidianamente, di come questo rapporto sia spesso fonte di stress, disagi esistenziali e somato-emotivi, di come la kinesiologia applicata possa aiutare in questo senso ed essere una valida alleata della psicologia. Ho avuto la fortuna di collaborare sempre più assiduamente con medici e psicoterapeuti, con la possibilità di aiutare molte persone a ritrovare benessere e serenità nella propria vita: cosa non semplice a volte, ma possibile. Se si instaura una buona relazione con la persona e si collabora in modo multidisciplinare e modesto con gli altri professionisti, un problema apparentemente insormontabile può diventare una “semplice” deviazione di percorso: dove porta? Non lo so, ma è questo il bello no? Scoprirlo passo dopo passo con la persona!

Federica: Ad un certo punto ci spieghi che se non siamo in pace con noi stessi diveniamo in preda a stati d’animo e emozioni che prendono il sopravvento. In che modo l’altro che incontriamo nella vita di tutti i giorni e magari, ci infastidisce o ci fa arrabbiare con i suoi comportamenti, rappresenta noi allo specchio?

Fabio: Personalmente non so se l’altro sia scientificamente un nostro specchio, quello che so di per certo è che questo modo di pensare è più vicino ad un’utile euristica, una scorciatoia che favorisce il Lavoro interiore e le relazioni. Anche se questa “legge dello specchio” è soggetta a possibili errori di valutazione, statisticamente è utile un po’ per tutti, a patto di applicarla adeguatamente e nella giusta misura, considerando sempre il livello di stress percepito del proprio contesto. Troppo spesso viviamo in conflitto con gli altri: per far valere le nostre idee, per farci capire ad ogni costo, per avere ragione, per sentirci superiori o mettere l’altro in posizione di inferiorità, ecc… Tutto ciò si amplifica quando entriamo in contatto con persone che per qualche motivo non ci piacciono. Attenzione, non sto dicendo che siccome è possibile vedere l’altro come uno specchio delle nostre ombre dobbiamo relazionarci con tutti, accettare tutti, abbracciare tutti; la questione è più raffinata di così: quando qualcuno ti dà fastidio o ti è antipatico hai due possibilità: utilizzare quella carica conflittuale per Lavorare su di te, oppure alimentare e sostenere il conflitto senza facilitare nessun processo di trasformazione. Forse in entrambi i casi il risultato sarà il medesimo, eviterai quella persona: ma nel primo il tuo mondo interiore sarà arricchito, trasformato e meno in ombra. E forse, avrai un conoscente in più oppure addirittura un amico, nella peggiore ipotesi terrai alla larga la persona, ma se la vedi non proverai più nessun tipo di tensione e fastidio, sarai libero di relazionarti tranquillamente senza stress; nel secondo caso resterai il solito noioso te stesso, con attorno un pezzetto in più di deserto privo di significati utili, ricco di nuove cose tristi per cui lamentarti e indignarti senza nessun senso pratico. “E, declinerai l’invito di un caro amico alla sua festa di compleanno, dove avresti potuto incontrare una persona speciale che ti avrebbe cambiato in meglio la vita o anche solo divertirti un po’ e staccare, solo perché è invitata quella persona o quel particolare gruppo che non piace… ottimo affare!”

Federica: Il tuo invito è a liberarci dalle sovrastrutture che appartengono al nostro ego… mica facile… ci abbiamo messo una vita a costruirci tutte le nostre pseudo certezze a farci chiamare dottori ecc.. e tu ci dici che queste etichette ci limitano.. puoi farci sperimentare oggi nel qui ed ora un assaggio di esercizio che può aiutarci in alcuni momenti della giornata?

Fabio: Partiamo con il mettere subito in chiaro che l’ego, troppo spesso criticato come se fosse la causa di tutti i problemi personali e spirituali, è una condizione utile per l’individuo. Anzi è il punto fondamentale da cui partire perché è la struttura portante del nostro essere nel mondo, il problema dell’ego, come per “tutte” le cose, sorge quando tocca gli eccessi: o è troppo strutturato e rigido oppure troppo poco strutturato e debole. Nella mia esperienza ho potuto constatare come spesso le persone che criticano l’ego sono proprio quelle che ne hanno troppo o troppo poco. Perciò, alla luce di questo, un semplice esercizio potrebbe essere cominciare ad osservarsi con onestà e valutare se le proprie sovrastrutture sono troppo rigide o deboli: per capirlo è sufficiente (generalizzo un po’ per facilitare la spiegazione) osservare quanto si è inclini a fissarsi cocciutamente sulle proprie ragioni, quante risorse si investono nel voler aver ragione ad ogni costo, nel raccontarsela, nel voler convincere tutto e tutti; oppure, quanto si è remissivi, quanta difficoltà si ha a prendersi il proprio spazio e ad esprimersi, quanto è presente la tendenza a sentirsi sbagliati rispetto agli altri che in apparenza “sono e fanno sempre le cose giuste”. Una volta preso atto di questi due estremi ed eventualmente delle situazioni in cui si manifestano con più enfasi, si può scegliere di: nel primo caso, imparare a “darsi torto”, a essere più elastici lasciando spazio anche alle ragioni degli altri, magari prendendole in considerazione per cercare di imparare qualcosa di nuovo; nel secondo caso, darsi il permesso di prendersi il proprio spazio, di esprimersi, di imparare a darsi ragione qualche volta i più, assumendosi al contempo la responsabilità delle proprie scelte.

(Le domande rivolte a Fabio Valenzisi sono di Federica Fiorini, psicologa e psicoterapeuta).

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