Intervista a Ignazia Di Liberto

Intervista a Ignazia Di Liberto

Eleonora: Ignazia, se per iniziare ti va di presentarti da te e raccontare qual è stato il percorso che ti ha portata a scrivere “Tonio Gomitolo”…

Ignazia: Di solito a me fa piacere parlare del libro. L’autore può non essere così interessante, io non lo sono, nel senso che non ho una di quelle vite straordinarie con grandi eventi mozzafiato, la mia è una storia ordinaria. Certo, gli eventi più importanti della mia vita sono quelli interiori, che hanno avuto poi delle ripercussioni sulla vita “esteriore”. Vi dirò alcuni brevi punti, per non farla troppo lunga. Io provengo dalla Sicilia, come si nota dal mio accento. La Sicilia è un elemento per me importante, sia perché è un luogo bello ma anche perché è luogo di conflitto, sia nel mio caso ma penso anche nel caso della vita di tante altre persone. Un conflitto che comincia presto, all’età di cinque anni, quando prendo una decisione lucida e consapevole: non volevo più parlare il siciliano ma l’italiano, non perché la lingua siciliana non fosse meravigliosa, ma perché l’italiano era, secondo la mia mentalità di bambina, più elegante, più dolce e meno violento. Questa scelta l’ho rifatta quando, a ventotto anni, per lavoro, mi sono ritrovata in Polonia, dove sono rimasta per due anni. Vi lavoravo come madrelingua nell’istituto italiano di cultura, nelle scuole e per lezioni private. Un giorno mi sono detta: guadagno molto bene qui, cosa faccio, rimango? Tornare in Italia significava tornare nell’ignoto, non avevo un lavoro lì. Ma rimanere in Polonia avrebbe significato non parlare e non scrivere più tanto in questa lingua. Per cui, con un gesto un po’ incosciente – lo riconosco – ho lasciato un lavoro molto ben retribuito e sono tornata in Italia. Quindi, la scelta della lingua, è una costante che mi accompagna. Poi vado via dalla Sicilia, decido di andare in “continente”, e qui accade un altro fatto importante della mia vita, che si ripete e ha determinato scelte precise. Lo vorrei descrivere come la lotta tra Antigone e Creonte, la tragedia di Sofocle, dove compare una figura femminile molto interessante che contrasta e disobbedisce al sovrano di Tebe che vuole impedire la sepoltura del fratello. L’amore per il fratello la spinge a fare questa mossa così rischiosa; per dargli una degna sepoltura Antigone andrà incontro a una brutta fine… Cosa vuol dire questo nel mio caso? Io a un certo punto mi sono iscritta a giurisprudenza e per anni ho dato gli esami, e poi l’ho lasciata e mi sono iscritta a pedagogia, nonostante le proteste dei miei genitori. Questo perché c’è una forte lotta tra quello che è la legge dello Stato, positiva, degli uomini, ma c’è anche un’altra legge, quella di Antigone appunto, che viene prima e appartiene alla natura umana. È la legge dei sentimenti, dell’amore, degli affetti che non possono essere coartati dalla legge degli uomini. Io ho scelto questo. Gli uomini, intesi come esseri umani maschili, molto spesso rifuggono da questa legge, non fanno i maestri, certamente si è pagati malissimo e si ha a che fare con soggetti molto impegnativi… Sono passata quindi da un radioso destino di magistrato per combattere la mafia, a un funesto destino di maestra. Ho fatto questa “discesa agli inferi”, perché ritengo che la legge di Antigone sia effettivamente più grande di quella di Creonte. Ho fatto questo concorso, l’ho superato e sono diventata maestra. Insomma, mi sono infilata dentro una macchina che andava a quaranta all’ora, che a momenti non funzionava, ma dove funzionava bene una cosa: la luce. Gli abbaglianti, che sono i ragazzi, e tra questi anche gli anabbaglianti, i ragazzi interrotti, difficili, complicati. È stato un colpo di fulmine reciproco tra me e loro, che è diventato questo libro, “Tonio Gomitolo”.

Eleonora: Passando ai protagonisti di questo libro, abbiamo Tonio da un lato e Gat dall’altro. Ti va di presentarceli e raccontarci quale legame speciale li lega?

Ignazia: Questo libro, appunto, si chiama “Tonio Gomitolo”. Tonio è il protagonista, ma accanto a lui c’è un gatto. Si tratta di due personaggi che un po’ si somigliano. Tonio è un bambino difficile, è orfano, così come il gatto. È quindi immerso nella vita non su un cuscino, come molti di noi, ma su un letto di spine, e deve perciò affrontare il ring della vita con un fardello in più. Durante questo periodo di crescita incontra Gat, e reciprocamente i due orfani si curano a vicenda, l’uno con la pet therapy e l’altro con la “human therapy”, perché anche noi probabilmente aiutiamo gli animali. Cosa lega questi due protagonisti? Sono esseri viventi in erba, hanno dentro di sé un’esplosione, un’urgenza di mordere la vita che si ritrova a quell’età. Vivono però una condizione ben precisa: sono figli. Ed essere figli, come ci spiega Recalcati, comporta due condizioni fondamentali: l’appartenenza e l’erranza. L’appartenenza, al genere umano o al genere felino, in questo caso, ma anche quello che la famiglia ci dà in termini culturali, morali, di tradizioni. La nascita comporta quindi l’assunzione dell’identità di famiglia che però non basta: saremmo semplicemente una copia dei nostri familiari, non avremmo possibilità di far emergere la nostra personalità. Deve esserci quindi l’erranza: il figlio deve errare, andare via, per scoprire sé stesso e trovare la propria strada. L’erranza diventa la necessità del figlio di accedere all’unicità, all’irrepetibilità, a un messaggio completamente nuovo. Però c’è un altro legame, che è una nota più dolente e che il libro si incarica di narrare. Questa appartenenza ed erranza, ovvero l’essere figlio, è sia per Tonio che per il gatto qualcosa di “inceppato”. Sono figli inceppati perché è morto il primo amore, sono orfani. Significa che è morto il calore originario che ci abbraccia e ci fa sentire caldi mentre affrontiamo l’ignoto del mondo. Manca il primo sguardo d’amore che proviene dalla madre. Tonio e Gat hanno subito questo tradimento dalla vita, sicché il loro diventa un percorso a ostacoli, pronto a incepparsi in qualsiasi momento. Allora succede che quando si incontrano si capiscono a meraviglia. Si scambiano questo affetto reciproco con un vantaggio maggiore da parte del gatto che fa una cosa straordinaria. La gabbianella di Sepúlveda, se ricordate, quando si innamora del gatto pensa di essere un gatto. Gat depone le vesti feline e dice “io sono uomo”, un maschio tra maschi.

Eleonora: Come hai appena detto, nel libro ci troviamo davanti a una famiglia di maschi che vive sotto lo stesso tetto: il nonno, il papà, il piccolo Tonio e Gat. Ciò mi ha incuriosito molto… c’è un perché in questa scelta?

Ignazia: Questa domanda mi viene fatta spesso perché suscita molta curiosità. Sostanzialmente mi vorrei soffermare su due cose: prima di tutto, lo scrittore molto spesso non sa quello che scrive, è come in una sorta di trans, è inconsapevole; ma in secondo luogo sa quello che scrive, ed è quindi consapevole. Soffermandomi sul primo aspetto, ritengo che l’autore abbia le antenne indirizzate verso ciò che accade nella società. A mio modesto parere, ciò che sta accadendo è che l’uomo come pater familias, soprattutto nella società occidentale, è entrato in crisi a partire dagli anni ‘60. È quindi alla ricerca affannosa di sé stesso, con un lavoro che molte volte comporta scoppi di violenza e ira, come succede con tutte le fasi di passaggio. L’autoritarismo non funziona più per il maschio e anche lui vuole stare nella sfera dei sentimenti, che fino a questo momento è stata appannaggio del femminile. Ciò lo vediamo per esempio nei congedi parentali che vengono spesso chiesti, o nei casi di divorzio in cui l’uomo vuole essere più vicino ai figli, o anche nella voglia delle coppie gay maschili di essere padri. Una paternità dove la sfera dei sentimenti abbia la sua importanza. Lo scrittore quindi intercetta questo segno dei tempi. Invece, per quanto riguarda l’aspetto consapevole, a me risulta molto interessante cercare di capire cosa accade agli uomini quando sperimentano il dolore dei sentimenti. Volevo scrivere sul tema della sofferenza maschile. Ovviamente tutti gli uomini sono diversi e reagiscono in maniera differente, però ci sono due estremi: da una parte la reazione del papà di Tonio, Sergio, e dall’altra quella del nonno di Tonio, un generale in pensione. Il papà di Tonio fugge dal dolore, si chiude nel suo studio di ricercatore di antichità greche e latine, accetta il dolore con un’amarezza interiore che non trova sbocchi di speranza. Il nonno invece è tutto il contrario, è un uomo duro, fa la guerra al morbo che ha ucciso la serenità della famiglia, ma così facendo schiaccia la necessità di avere tempi, ragioni del dolore e del lamento. Ecco perché a un certo punto deve intervenire un personaggio femminile ad ammorbidire queste curve virili.

Eleonora: Prima di passare a parlare appunto di Isabella, il personaggio femminile, mi piacerebbe soffermarci sul ruolo di Gat. Molto spesso i gatti sono sottovalutati, mentre io ritengo che abbiano grandi benefici su di noi. C’è qualche esperienza personale o che ti è stata raccontata che ha davvero messo in luce i risultati della pet therapy e che magari è stata fonte di ispirazione per il tuo racconto?

Ignazia: Certo che sì. Io sempre avuto dei gatti. Mi piace perché a differenza del cane, che è molto estroverso, il gatto è libero, indipendente, è un gran igienista ed è molto misterioso. Il senso del mistero mi affascina sempre. Forse per la sua indipendenza o per il fatto che mette gli artigli non viene sempre compreso. Per me il mio ultimo gatto, Coccola, è stato molto importante. Ha scaldato me ma anche le pagine di questo libro. Ci sono tanti episodi che mi hanno ispirato per questo racconto. Uno di questi, ad esempio, è quello dei proiettili di carta igienica, con cui Tonio gioca con Gat nei momenti in cui ha delle “evacuazioni difficili”. Anche io facevo delle palline di carta per far giocare Coccola. Oltre a questo episodio, ce ne sono molti altri anche avvenuti dopo la morte di Coccola, che non hanno mai smesso di ricordarmi come la sua pet therapy agisse ancora su di me. Ciò che mi ha lasciato è solo calore e amore, senza alcun cordoglio di sé.

Eleonora: A circa metà del racconto arriva Isabella, l’educatrice di Tonio. In quanto insegnante, c’è qualcosa di te nel suo personaggio?

Ignazia: Sì, ci sono delle cose che ricordano la mia biografia. Isabella entra nella vita di Tonio perché lui si esprime solo per grugniti e altri comportamenti compulsivi, non parla. Isabella interviene per far sì che la parola, che già è venuta fuori in Tonio, sia seguita da altre parole, affinché il bambino finalmente possa esprimersi attraverso queste, anziché imbizzarrirsi come i cavalli. Io come Isabella mi sono occupata di ragazzi, in particolare di ragazzi difficili, che hanno lasciato una traccia molto profonda e significativa nella mia vita. C’è un aneddoto che mi rende molto somigliante a Isabella, legato alla cioccolata. Isabella la userà per far calmare il bambino e riuscire a farlo lavorare. Io quando avevo qualche minuto di pausa, mi prendevo la cioccolata alla macchinetta, ma dopo qualche tempo i bambini se ne sono accorti e quindi talvolta finivo per comprarla anche a loro e questo diventava un momento di complicità importante.

Eleonora: Come hai detto, hai lavorato con bambini speciali come Tonio… Qualcuno ha dato quindi ispirazione al personaggio?

Ignazia: Sì, certamente. Tonio non è un bambino in particolare ma un insieme di tutti quelli che ho incontrato: i loro comportamenti sono quindi compresenti in Tonio. Io ho avuto la fortuna di avere nella mia classe dei genitori che hanno compreso. Ho dovuto un po’ “lavorarli” ma li ho trovati molti disponibili, se non fossimo stati un gruppo coeso ci sarebbe stata una bancarotta umana e scolastica. Sono stati i cinque anni più belli della mia carriera. Noi abbiamo seguito due formule: innanzitutto lo stare insieme e non separarsi. L’idea del “siamo tutti uguali e viaggiamo tutti sulla stessa barca”, anche se ovviamente non alla stessa velocità. Inoltre, abbiamo creato l’aula della crescita, nella quale portavamo i bambini più difficili per due ore per seguire un percorso più mirato e liberatorio. Poi alla fine questa esperienza confluiva in attività artistiche come il teatro, fatte insieme a tutti gli altri bambini. Un momento di incrocio e scambio dove io ho bisogno di te e tu hai bisogno di me. Ogni tanto rivedo i miei ragazzi e andiamo a mangiare la pizza insieme. Ho recentemente rincontrato uno di loro che ha potuto proseguire gli studi e frequenta la scuola di agraria. Cosa più importante, i suoi genitori a poco a poco non si sono più sentiti colpevoli e hanno cominciato ad accettare il loro figlio così com’è. Quando la scuola funziona, cioè quando tutti cooperano insieme per farlo, si vedono davvero dei grandi risultati.

Eleonora: Senza anticipare altro della storia, uno degli aspetti che più cattura di questo libro è il linguaggio: il lessico è molto colorato, variegato, poetico e se vogliamo complesso. Non è un libro facile da leggere per i bambini. In generale attualmente far approcciare bambini e ragazzi alla lettura sembra sempre più difficile. Quale può essere secondo te il modo per aiutarli?

Ignazia: Ci sono due questioni in questa domanda. Questo linguaggio, che io chiamo linguaggio fiorito, è stato una sfida. Quando io parlavo con i bambini lo facevo normalmente, senza scandire le parole, di certo chiarendo i concetti quando necessario. Il maestro deve fare da ponte verso strutture complesse dove loro possono poi camminare. Le parole possono non essere semplici. Il pane sostanzioso può essere dato anche a un bambino, basta che sia dosato nella misura giusta. Nell’imparare la lingua italiana, che è una lingua straniera per i bambini, se vengono date solo parole semplici impareranno parole semplici; se invece in una frase chiara do anche una parola “complessa”, il bambino la incamera, la ripete ed essa entra in lui. A essa posso affiancarne una simile e così via. Faccio spesso questo esempio: un bambino che vuole diventare calciatore, non aspira a diventare un calciatore di serie C bensì vuole diventare Messi. Di conseguenza proverà mille volte quegli specifici allenamenti. La stessa cosa vale con la lingua. Mirare basso significa rimanere bassi, se miro alto magari non arrivò fin lassù però mi sollevo un po’. Per quanto riguarda il problema della lettura, le statistiche italiane mostrano che gli adulti leggono pochissimo, mentre i ragazzi leggono. Poi crescendo non lo fanno più. Come insegnante io credo in due cose: nell’esempio e nella formazione. Se nelle nostre case ci sono libri e noi ci giochiamo con i ragazzi, se portiamo i ragazzi ai festival e ai reading diventerà una cosa naturale per loro. Certo, ci vuole anche la formazione: non tutti i ragazzi hanno la fortuna di avere in casa persone che giocano coi libri, ci vogliono strumenti formativi come ritrovi, app per scrittura e lettura creativa e molti altri. Ma questo stesso vale per chi vive in un ambiente amico della lettura. L’atto della lettura è introspettivo e solitario, richiama al fatto che noi dobbiamo imparare ad amare la solitudine e ciò è difficile perché ci piace stare con gli altri. Ma per stare bene con gli altri occorre saper stare da soli, solo così ci conosciamo e ci miglioriamo anche nel rapporto con gli altri. E poi soprattutto nei grandi dolori, il libro è un’isola di riparo.

Eleonora: Per concludere, hai da anticiparci qualcosa sui tuoi prossimi progetti?

Ignazia: Sono già pronti dei racconti sulle mie esperienze scolastiche e anche una sorta di “fiaba ecologica”. Ci sono in cantiere altre cose che non ho ancora scritto completamente, sono principalmente progetti di romanzi che vanno in una direzione completamente diversa rispetto a ciò che ho fatto finora.

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