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Nota preliminare per autori e traduttori

I testi vanno consegnati integralmente, su un unico file, il più possibile corretto e privo di refusi, nella versione quanto più definita possibile. L’eccezione è costituita da note e immagini, che andranno consegnate su file a parte. Ogni file, in estensione .docx (Microsoft Word) dev’essere nominato come segue: cognome_titolo_data. La formattazione va tenuta al minimo: carattere 12, font standard (Garamond, Times New Roman o Arial), interlinea 1,15 o 1,5, nessun rientro o spaziatura oltre a un a capo. È fortemente sconsigliato l’uso del grassetto, eccetto titoli o sottotitoli. Le immagini vanno consegnate nella risoluzione minima di 300 dpi, formato .jpg, .tiff o .pdf; va inoltre verificato che le immagini proposte non siano protette da copyright di terzi. L’impaginazione pertiene alla casa editrice e al progetto grafico che sottende le collane: eventuali suggerimenti possono essere proposti in altra sede, ma mai nella formattazione del documento.

Citazioni

Le citazioni vanno indicate fra caporali (« ») quando non più lunghe di due o tre righe; le citazioni più lunghe andranno staccate dal corpo del testo con un a capo sopra e uno sotto. Poesie e canzoni vanno citate in corsivo, centrato. Sarà cura dell’autore fornire una bibliografia completa in ogni sua parte. Le citazioni vanno corredate di indicazione bibliografica estesa, secondo il seguente sistema.

Monografie

Autore, Titolo dell’opera, luogo di edizione: editore, data, numero/i di pagina/e da cui si trae la citazione.

Es: Calvino Italo, Le città invisibili, Torino: Einaudi, 1972, p. 41

Articoli

Autore, “Titolo dell’articolo”, Titolo della rivista, volume, numero del fascicolo, mese e   anno, pagine in cui compare l’articolo.

Es: Grimaldi Paola, “I segreti sotto il suolo di Roma”, Focus, I vol, n. 50, aprile 2020,  pp. 43-48

Capitoli, atti di congresso, raccolte

Autore, “Titolo del capitolo o saggio” in: curatore, Titolo dell’opera, numero del volume se  presente, luogo, editore, data, pagine dello scritto.

Es: Pietrini Sandra, “Il teatro medievale” in: Luigi Allegri, Storia del teatro, Roma, Carocci editore, 2019, pp. 497

Poiché, di norma, nella bibliografia finale si utilizza l’ordine alfabetico, il nome dell’autore va sempre citato a partire dal cognome, seguito dalle iniziali puntate o dal nome esteso; in alcuni casi si utilizza il tutto maiuscolo o il maiuscoletto. Il titolo dell’opera, con eventuale sottotitolo, va sempre in corsivo.

Due sono gli stili più diffusi per la citazione:

  • il primo, noto come ChicagoA, in nota a piè di pagina con la citazione estesa (come sopra da esempio), è generalmente utilizzato in ambito umanistico. Dopo la prima citazione, è possibile utilizzare una forma abbreviata (vedi più avanti);
  • il secondo, ChicacoB, in corpo testo dopo la citazione nella forma (Calvino, 1972) e corredata da citazione estesa nella bibliografia finale, è afferente agli ambiti scientifici.

In caso di note a piè di pagina, il numero in apice andrà indicato nel testo in questo modo: [1], corrispondente nel file che riporta i testi delle note.

Abbreviazioni

Non vanno mai usate nei testi di narrativa. Per i testi di saggistica vale il seguente elenco:

      

     a cura di                                       a c. di

     allegato                                        all.

     appendice                                    app.

     articolo/i                                      art./artt.

     articolo citato                              art. cit (in corsivo perché sostituisce il titolo)

     autore/i                                        A./Aa.

     autori vari                                    Aa. Vv.

     avanti Cristo                               a.C.

     capitolo/i                                     cap./capp.

     centimetro/i                                 cm (senza punto)

     circa                                             ca.

     citato/i                                         cit./citt.

     chilo/i                                          kg (senza punto)

     chilometro/i                                 km (senza punto)

     codice/i                                        cod./codd.

     come sopra                                  c. s.

     confronta                                     cfr.

     dopo Cristo                                 d.C.

     eccetera                                       ecc. (mai preceduto da virgola, né seguito da punto, per non averne due)

     edizione/i                                     ed./edd.

     edizione italiana                          ed. it.

     fascicolo/i                                    fasc./fascc.

     figura/e                                        fig./figg.

     frammento                                   framm.

     fuori testo                                   f. t.

     gradi centigradi                            °C

     grammo/i                                     g (senza punto)

     ibidem                                         ibid. (in corsivo perché è in lingua latina)

     idem                                            id. (in corsivo perché è in lingua latina)

     introduzione                                intr.

     libro/i                                           l./ll. (l. VI, ma 6 ll.)

     luogo citato                                 loc. cit. (in corsivo perché è in lingua latina)

     metro/i                                         m (senza punto)

     manoscritto/i                               ms./mss.

     millimetro/i                                  mm (senza punto)

     nota dell’autore                           [N.d.A.]

     nota del redattore                        [N.d.R.]

     nota del traduttore                      [N.d.T.]

     numero/i                                      n./nn.

     opera citata                                 op. cit. (in corsivo perché sostituisce il titolo)

     pagina/e                                       p./pp.

     paragrafo/i                                   §/§§

     per esempio                                per es.

     prefazione                                   pref.

     recto/verso                                  r./v.

     ristampa                                      rist.

     riveduto                                       riv.

     secolo                                          sec.

     seguente/i                                    sg./sgg.

     senza data                                   s. d.

     senza editore                               s. e.

     senza luogo                                 s. l.

     serie                                             s.

     sub voce/alla voce                       s. v.

     supplemento                               suppl.

     tabella/e                                       tab/tabb.

     tavola/e                                        tav./tavv.

     titolo/i                                         tit./titt.

     tomo/i                                          t./tt.

     traduzione                                   trad.

     verso/i                                         v./vv.

     volume/i                                      vol./voll. (vol. IV, ma 4 voll.)

Accenti

a, i, o, u in italiano hanno sempre accento grave. Sulla e l’accento può essere grave o acuto. Eventualmente, rifarsi ai maggiori vocabolari per stabilire l’accentazione.

Portano l’accento acuto tutte le congiunzioni composte da “che”: perché, benché, dopodiché, nonché, affinché, poiché, ecc. Altri casi: mercé, né (congiunzione negativa), sé (pronome), tutti i composti di “re” (viceré) e “tre” (trentatré), e la terza persona del passato remoto dei verbi in -ere (ripeté, poté). Il pronome non deve essere accentato quando è seguito da stesso o medesimo.

Porta l’accento grave un numero limitato di nomi comuni e propri, e le interiezioni, fra cui: ahimè, caffè, tè, cioè, bebè, gilè, Mosè, Noè, ecc.

Le parole piane o sdrucciole si accentano solo in casi di forte ambiguità: principi (regnanti) / princìpi (convinzioni).

Sulle altre vocali l’accento sarà sempre grave; lo stesso vale per i monosillabi, che vanno accentati come segue: dà (verbo dare) / da (preposizione); là (avverbio) / la (articolo); sì (avverbio) / si (pronome).

In spagnolo si usa soltanto l’accento acuto: León, Joaquín.

A, E, I, O, U se accentate valgono À, È, Ì, Ò, Ù. Non sono accettabili le grafie E’ e simili.

Apostrofi

Hanno l’apostrofo:

  • alcuni imperativi come fa’, da’, sta’, va’ (ma non dire, che è accentato: dì)
  • il troncamento di bene: be’ (evitare altre grafie)
  • il troncamento di poco: po’;
  • il troncamento di modo: a mo’ di;
  • l’aferesi di questo/a: ’sto / ’sta;
  • da evitare due apostrofi di seguito: la battaglia dell’80.

Numeri e date

In narrativa si preferisce la grafia in lettere dei numeri, salvo casi di numeri particolarmente lunghi da trascrivere (diecimila, ma 11485) e di date. I decenni e i secoli sono preferibili in lettere; in numeri, invece, gli anni particolari: anni sessanta, il Novecento, 1968.

Corsivo

Vanno in corsivo: i titoli di libri italiani e stranieri, le testate di quotidiani e periodici; i titoli di opere d’arte, di film, di programmi televisivi; parole, frasi o espressioni straniere non entrate nell’uso comune (vanno invece in tondo e senza virgolette i nomi di alberghi, ristoranti, locali, ecc. anche se portano un nome straniero); le dizioni op. cit., art. cit. perché fanno le veci del titolo; ibidem, idem, passim, insieme alla dizione loc. cit., perché in lingua latina; i nomi propri di navi e di aerei; le parole che hanno un qualche tipo di enfasi, sia in narritiva che in saggistica; il testo di poesie e canzoni (cfr. «Citazioni»); possono essere indicati in corsivo i pensieri non pronunciati, a scelta dell’autore, o segnalati da virgolette alte (“ ”), ma in nessun caso si useranno entrambi.

Inoltre: gli esponenti di nota non vanno mai in corsivo; la punteggiatura, all’interno di una frase o di un testo interamente in corsivo, è in corsivo; in tondo, invece, è la punteggiatura che chiude una frase, anche se contiene parole in corsivo; in un brano tutto in corsivo saranno in tondo le parole normalmente in corsivo (cfr. sopra).

D eufonica

Va usata unicamente per evitare l’incontro di due vocali uguali: ed era, ad altro. Non è accettato in nessun caso:

  • l’uso fra vocali differenti, essendo grafia ormai in disuso;
  • l’uso di od.

Quando la parola che segue è straniera, va considerata la pronuncia della lingua di provenienza: si mantiene la d eufonica unicamente nei casi in cui la vocale iniziale ha la stessa pronuncia italiana; in nessun caso si mantiene quando l’iniziale della parola che segue è una h.

Maiuscolo e minuscolo

È bene usare il maiuscolo il meno possibile. Lo si usa per le iniziali di: nomi propri, soprannomi, enti e organizzazioni, termini geografici (ma vanno in minuscolo i punti cardinali, se indicano direzione), istituzioni (ma in minuscolo i titoli relativi: ministro, giudice, questore), nomi di vie o piazze (normalmente via o piazza vanno in minuscolo, a meno che non facciano parte del nome: per esempio, piazza Rossa ma Piazza Navona), festività, la parola Dio se indica un sistema monoteistico (altrimenti, come divinità vale dio/dèi), i corpi celesti (Terra, Sole, Saturno, ecc.).

Dopo !, ? e va, di norma, la maiuscola, a meno che non sia evidente che la frase continua.

Vanno in minuscolo: i nomi di popoli moderni (è ammessa la maiuscola per gli antichi: i romani o gli antichi Romani); titoli nobiliari, accademici e professionali, gradi e corpi militari, formule di cortesia (signore, signorina), le religioni e i vari -ismi, le istituzioni solo se usate in maniera generica e al plurale (capo di Stato però gli stati dell’Unione; la Camera dei deputati però alle camere oggi si discuterà…).

Vanno evitate le maiuscole di rispetto come: messa, comunione, quaresima, papa, provvidenza, santo patrono, governo, monarchia, patria, re, repubblica, divino, divinità, universo, cosmo, ecc.

Trattini

Brevi (-)

Da evitare l’uso intensivo nelle parole composte, salvo ammesso da vocabolario, e in presenza di preposizioni latine (intra, ex, neo, pre, post, anti, capo) che fanno corpo unico con la parola; nei casi ammessi, come Bologna-Milano, terra-aria, ecc., il trattino non ha spazi prima o dopo (salvo il caso di parole composte).

Medi (–)

Sempre preceduti e seguiti da uno spazio, si usano principalmente per separare una frase incidentale dal resto del testo. In questo caso, l’uso è similare a quello della virgola o delle parentesi tonde. Quando la frase incidentale si trova al centro del periodo, il trattino medio apre e chiude l’inciso; se invece l’incidentale si trova a fine periodo, basterà un punto fermo dopo l’inciso. Il trattino medio può essere seguito da virgola; se accompagnato da virgola, però, è da evitarne l’uso a inizio riga. Non si inserisce il trattino medio a inizio o a fine riga per non confoderlo con l’a capo (rappresentato, invece, dal trattino breve).

Virgolette

Le virgolette basse o caporali contengono quelle alte doppie, che a loro volta contengono quelle alte semplici: « “ ‘ ’ ” ».

Si utilizzano virgolette basse o caporali (« ») per dialoghi, discorsi riportati, citazioni di articoli, interviste e libri. Le virgolette non vanno usate con i soprannomi:

[…] tanto che Isabella lo chiamava Tonio Gomitolo.

Le virgolette alte doppie servono: a segnalare il particolare utilizzo di una parola; per il dialogo nel dialogo; per esprimere il pensiero di un personaggio.

Le virgolette alte semplici si usano soltanto per sottolineare una singola espressione o defizione.

Punteggiatura

I puntini di sospensione sono sempre solo tre: … (non …). I punti esclamativi ammessi sono solo uno (!) o tre (!!!); di entrambi si consiglia di fare un uso parchissimo, così come dei puntini di sospensione. La punteggiatura mista è una sola: !?.

Punteggiatura nei dialoghi

Si consideri la frase:

«Rolando, metti in fila i ragazzi» disse.

La frase si divide in due parti: il dialogo o discorso diretto («Rolando, metti in fila i ragazzi») e il verbum dicendi, ovvero la parte di frase che narra il discorso diretto (disse).

La punteggiatura nei dialoghi dipende dalla posizione del verbum dicendi rispetto al discorso diretto. In relazione a questo, si configurano cinque casi.

  1. Verbum dicendi che segue il dialogo:
    • Non è necessario usare la punteggiatura se il dialogo è retto esternamente dal verbum dicendi:
      «Ci sono i gatti sotto il letto» e rise.
    • Costituiscono eccezione il punto interrogativo, il punto esclamativo e i tre puntini di sospensione:
      «Questo vi appartiene?» aggiunse Carl, indicando il luogo.
      «Pronto…» disse «sei tu, Leonardo?»
    • Il punto interrogativo, il punto esclamativo e i tre puntini di sospensione sono sufficienti      per chiudere il dialogo.
  2. Verbum dicendi che precede il dialogo:
    • Il dialogo comincia con una lettera maiuscola e il punto va inserito esternamente. Il punto può essere inserito internamente soltanto se il dialogo non è introdotto da nulla o se è preceduto da un punto.
    • Disse: «Beato colui che riesce a imparare il doppio avvitamento».
      In questo caso, la battuta di dialogo dopo i due punti andrà o meno a capo a seconda dello stile del testo e della lunghezza della battuta di dialogo.
  3. Verbum dicendi che spezza il dialogo
    • Per creare una pausa all’interno del discorso diretto:
      «Bravi ragazzi» dissero «siamo orgogliosi di voi.»
    • A sottolineare la pausa, è possibile inserire una virgola dopo il verbum dicendi:
      «Bravi ragazzi» dissero, «siamo orgogliosi di voi.»
  4. Verbum dicendi tra dialoghi indipendenti:
    • «Bravi ragazzi» dissero. «Siamo orgogliosi di voi.»
      Il primo dialogo è indipendente dal secondo, anche se dal contesto è chiaro che a parlare è lo stesso soggetto. Il secondo dialogo comincia con la lettera maiuscola.
  5. Omissione del verbum dicendi;
    • In questo caso, la punteggiatura va inserita all’interno delle virgolette:
      «Capirai quando sarai grande.»
      «Capirai quando sarai grande!»
      «Capirai quando sarai grande?»
      «Capirai quando sarai grande…»

Casi particolari:

  • Nelle battute tipo “botta e risposta”, dopo i caporali che racchiudono una domanda c’è il punto soltanto se la risposta non è immediatamente successiva.
  • La virgola prima della chiusura dei caporali c’è solo se ci sarebbe nella frase distesa priva di virgolette.

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