Bellucci recensisce Ricordati di te

Ricordati di te

di Tiziano Bellucci

Fra i vari testi che indicano metodi per un serio e moderno “lavoro su di sè” ho scelto di leggere questo libro di Fabio Valenzisi, che si può definire “un manuale di presenza”.
Nella sua globalità troviamo esposti vari concetti che ci guidano, tra cui il principale è il seguente: nell’atto del percepire o del pensare, l’uomo non può mai guardare se stesso come soggetto. Nel momento in cui volge l’attenzione verso un oggetto o un tema, è portato spontaneamente a ignorare sè stesso. Egli deve provvisoriamente dimenticarsi di se stesso nell’attimo in cui si attua una percezione di un oggetto.
Il testo “ricordati di te” ci dice che molto di ciò che consideriamo “io” in noi è costituito da una somma di pregiudizi, abiti mentali e passioni che ci dirigono. Solitamente crediamo di essere noi a compiere un’azione, mentre la nostra educazione, la nostra cultura e le emozioni negative che ci ha inoculato l’ambiente sociale esterno ci spinge a farlo.
Non siamo mai noi i veri artefici che scelgono di fare liberamente una cosa, ma la passione, il desiderio, i pregiudizi precostituitesi in noi. Libera sarebbe solo un’azione scevra da istinti, impulsi e meccanicità date dal nostro utilitarismo.
Deve esser ben chiaro che l’uomo non è i suoi istinti e le sue passioni; è qualcosa oltre ad essi, che non ha bisogno di nulla: è uno Spirito e ha in sè già la completezza. Il problema è che l’uomo è identificato non con il suo Spirito, ma con la sua anima.
L’autore, alchimista e ricercatore attento, ci dice che tutte le tecniche iniziatiche servono a distaccarci da tale identificazione animica, per portarci allo stato di intuizione: che vuol dire presenziare la vita non come essere animico, ma come essere Spirituale.
Perchè ciò avvenga è necessario che vi sia una struttura su cui lo Spirito umano possa affacciarsi e riflettersi, altrimenti non potrebbe mai arrivare alla coscienza di sè. Tale struttura è l’anima: ma come è ordinariamente precostituita per natura, non può asservirsi a ciò.
A tal pro, il testo ci indica metodi e tecniche per imparare ad osservare ogni movimento, ogni percezione, ogni sentimento e pensiero che appaia nella coscienza, “seguendolo” attentamente, in modo che non vi sia nulla che facciamo, pensiamo o desideriamo che non passi sotto la “supervisione”, il “controllo” autocosciente di noi stessi.

La chiave è: “smascherare ogni automatismo animico in noi”.

Qualsiasi cosa si faccia non deve essere eseguita distrattamente e senza una diretta, chiara e continua consapevolezza del suo farsi da parte nostra: se ci accorgiamo di aver agito o pensato automaticamente, dobbiamo ri-compiere l’azione accompagnandola coscientemente in ogni sua fase.
“L’autore, Valenzisi, ci dice che “Automatico” è qualsiasi atteggiamento che non viene accompagnato e eseguito senza la nostra presenza attiva, consapevole. Automatica è qualsiasi cosa appaia in modo meccanico: gesto, pensiero, movimento, abitudine, reazione.
Ogni momento della nostra vita dovrebbe essere in una continua attenzione dell’osservazione di sè. E significherebbe attuare in ogni attimo lo stato di contemplazione.
Ci si deve osservare nell’atto in cui si osserva. Osservare il percepire, non osservare il percepito. Non ci si deve sentire colui che sta guardando qualcosa, ma quella “cosa” attraverso la quale passano determinate informazioni visive o sensorie. L’attenzione deve venir rivolta non verso l’oggetto esteriore, ma verso sè stessi, verso ciò che accade dentro alla propria funzione di percezione.
Vale a dire: “in questo momento vi è qualcuno (il vero Testimone universale) che mi usa come organo di percezione: io ora sono solo il suo occhio, il microscopio, il cannocchiale tramite cui Egli può affacciarsi al mondo; io non posso intromettermi, altrimenti altererei i contenuti, che invece devono rimanere intatti”.

Con il tempo questo sforzo di attenzione diverrebbe spontaneo: saremmo entrati nel perenne stato della presenza.

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